La notte di Natale ho apparecchiato la tavola per due, pur sapendo benissimo che avrei cenato da sola. Ho tirato fuori dal mobile i due calici di cristallo, quelli buoni che usavamo solo per le grandi occasioni. Li ho posati con attenzione sulla tovaglia e mi sono fermata un attimo ad osservare lopera.
Due posate.
Due piatti.
Due tovaglioli di lino, stirati talmente bene che sembravano fatti di cartone.
Pareva quasi che da un momento allaltro lui sarebbe sbucato dalla porta e avrebbe detto che era ora di mettersi a tavola. Che fuori faceva un freddo cane. Che il Natale mica aspetta.
Ma Luigi non sarebbe entrato.
Da un anno ormai non cera più.
Il telefono taceva, silenzioso come una chiesa di paese alle due del pomeriggio.
Mia figlia Alessia non sarebbe venuta.
I nipoti? Figurarsi se si fanno vivi con una telefonata.
Ho accarezzato la tovaglia bianca ricamata, quella che avevo cucito con le mie mani quandero poco più che una ragazza. Lui la adorava, diceva sempre che i suoi fiori gli ricordavano i miei occhi “di qualche (tanti) anni fa”.
Un sorriso mi è scappato il primo della giornata, tanto per non perdere labitudine.
Ho cucinato i suoi piatti preferiti, non per aspettare qualcuno, ma per forza dabitudine. Dopo una vita intera così, il cuore fa fatica ad accettare che la sedia davanti alla tua resterà vuota per sempre.
Mi sono seduta e ho guardato la tavola. Era bellissima. Proprio come tutte le Notti di Natale passate.
Mi è tornata in mente lultima volta che eravamo seduti insieme. Era già debole, ma aveva insistito per stare seduto lì di fronte a me, con quello sguardo birichino e mi aveva pregato di non chiudermi in me stessa, quando lui se ne fosse andato. Vivi mi ha detto Non smettere di vivere.
Io, ovviamente, avevo promesso.
Lorologio faceva tic tac. Fuori, lucine colorate nelle finestre, il vociare della gente, bambini che correvano nella neve (qui in Piemonte ogni tanto la neve arriva pure a Natale). Da qualche parte era festa. Ma non in quella stanza silenziosa.
A tarda sera, finalmente il telefono ha trillato. Una chiamata corta, voce allegra e frenata. Tanti auguri, nonna! Devo andare. Tutto lì. Niente domande. Niente tempi dilatati.
Poi di nuovo, silenzio.
Ho preso il calice dal posto di fronte e lho sollevato piano. Ho sussurrato un grazie per gli anni passati, per lamore, per il fatto di essere stata di qualcuno, almeno una volta nella vita.
Poi ho cominciato a sparecchiare. Con calma, senza fretta. Come si fa con qualcosa che sai bene che non si ripeterà più.
Mi sono seduta sul divano, vicino al finestrone. Fuori Natale continuava in allegria. Dentro, solo un ricordo scaldava lanima.
La tavola per due era pronta.
Ma uno dei posti sarebbe rimasto vuoto.
È mai successo anche a voi di apparecchiare per qualcuno che non cè più non perché pensate che arriverà, ma perché, semplicemente, il cuore non è pronto a lasciarlo andare?



