Lanima non piange più
Dopo la tragica scomparsa del marito, Ginevra decise di abbandonare la città di Bologna, dove ogni angolo le ricordava Zaccaria. Erano passati appena otto anni quando un incidente interruppe la vita del suo amato. Ginevra credé che non si sarebbe mai ripresa, rimanendo sola con il figlio Savino.
«Ragazze, ho deciso di lasciare tutto e di trasferirmi in campagna», confidò a due amiche, Alessandra e Margherita, che la stavano facendo visita. «La casa di famiglia è vuota, i miei genitori sono già andati via. Non riesco più a passeggiare per queste strade né a stare nel nostro appartamento. Zaccaria è come se fosse ancora accanto a me, a volte lo intravedo al limite della vista, ma quando mi volto non cè più nulla. Che cosa è, davvero?»
«Ginevra, non so se saprai vivere in un villaggio. Tu sei cresciuta lì, ma ora vivi qui, dove tutto è già sistemato», dubitò Alessandra.
«In paese cè comunque una scuola, potrò insegnare», affermò con decisione Ginevra.
«Allora noi verremo a trovarti», aggiunse Margherita, e tutte scoppiarono a ridere.
Da allora Ginevra abitava con Savino in una piccola casa ai margini del borgo di San Pietro, proprio sul bordo del bosco, da cinque anni. Lavorava nella scuola locale, era benvoluta dagli abitanti perché, a dire il vero, era nata lì.
Quellinverno fu particolarmente gelido; la seconda metà di dicembre fu coperta da una fitta nevicata. Il Capodanno si avvicinava, mancava una sola settimana, quando una notte tardiva scatenò una bufera. Il vento scuoteva la casa, ma al suo interno regnava calore e accoglienza. Ginevra e il figlio amavano quelle serate tempestose, seduti al tavolo a sorseggiare tè aromatico alle erbe.
«Mamma, mi è sembrato di sentire dei colpi alla porta», disse Savino.
«Forse è solo il vento», rispose, ma appena si avvicinò allingresso udì un debole bussare.
«Chi è?», chiamò.
«Apri, per favore», si sentì una voce flebile e rauca.
Lo spavento non la sopraffece, ma non riusciva a capire chi potesse bussare in una notte così avversa, soprattutto a una casa così isolata, poco distante dal bosco. Aprendo, trovò un uomo coperto di neve, che cedette quasi a terra davanti a lei. Ginevra chiamò il figlio.
«Forse è ubriaco», pensò per un attimo, «ma lasciamolo entrare, non può congelare così».
Insieme portarono luomo dentro; era steso sul pavimento, gemendo a malapena. Dalla sua veste si intuiva che fosse un cacciatore, ma non aveva il fucile con sé.
Ginevra non era una dottoressa e, con la bufera, i soccorsi erano impossibili. Dopo due minuti luomo si girò, aprì gli occhi: la gamba destra era lacerata e sanguinante.
«Chi siete, che cosa vi è accaduto?», chiese piano Ginevra.
«Mi scusi, signora», rispose luomo, mentre le sottraeva il cappotto. I suoi occhi azzurri imploravano aiuto, e Ginevra temeva di non poter fare nulla.
Controllò la ferita: non cera frattura, solo una lacerazione che poteva essere medicata. Un po di sollievo le tornò in cuore. Li sistemò vicino al camino, appoggiati al muro. Luomo, chiamato Procolo, sorrise debolmente.
«Mi chiamo Procolo, scusate lintrusione», disse.
«Io sono Ginevra e questo è mio figlio Savino», rispose lei.
«Io sono medico; la ferita non è grave, solo molta perdita di sangue», aggiunse Procolo, alleviando ulteriormente le sue preoccupazioni.
Dopo aver medicato la gamba, Procolo, ora più sereno, si sedette al tavolo e bevve un tè caldo al rosmarino con marmellata di ribes. Tra una tazza e laltra i tre cominciarono a conoscersi meglio.
«Ho trentatré anni, sono stato medico militare per anni, ho lavorato allestero. La vita sul campo è dura, la moglie non ha sopportato il continuo spostamento, è tornata in città con la figlia e si è risposata. Non la biasimo; non tutte le donne possono vivere così», raccontò.
«E lamore?», domandò Ginevra, dubbiosa.
«Non tutti sono pronti a dare ciò che promettono. Quando mi sono sposato, non potevo offrire quello che lei desiderava, così ho accettato la sua decisione», concluse.
La conversazione continuò fino a mezzanotte, quando Procolo chiese:
«Siete sposate?»
«No, mio marito è morto in un incidente; cinque anni fa ho lasciato Bologna. Qui è la casa dei miei genitori, è il luogo dove il mio cuore si è riscaldato. Temevo che a Savino non piacesse la vita di campagna, ma lui si è ambientato bene, ha fatto amicizia e ora è parte della comunità», rispose Ginevra.
Savino, intanto, era già a letto.
«Volete venire in città?», chiese Procolo.
«No, qui è tranquillo. Insegno russo e letteratura nella scuola, e non sento la mancanza della città. Lei lavora in ospedale?», ribatté Ginevra.
«No. Dopo lesercito, ho aperto una farmacia a Firenze. I affari vanno bene, sto pensando di aprirne unaltra. Ultimamente però mi tormentano sensazioni cupe, forse per la perdita della madre», confidò Procolo.
Ginevra lo confortò: «La morte di una persona cara segna lanima, è normale sentirsi provati».
Lui rise: «Gli amici mi suggeriscono di vedere uno psichiatra, ma io preferisco andare nei boschi a cacciare, è ciò che amo. È così che sono finito qui, perso nella neve, ferito da un cinghiale».
«Ti riposerai, allora», concluse Ginevra, indicando una stanza accanto al camino.
La mattina seguente Procolo era febbricitante; la ferita non guariva del tutto. La bufera si era placata, e Ginevra e Savino trovarono lauto abbandonata nel bosco, quasi sepolta da una coltre di neve.
«Dovrò curarmi da solo», disse Procolo, «ho una cassetta di pronto soccorso nella mia auto».
Savino portò lambulanza al fuoco, e Procolo ricevette le medicine necessarie. Nei giorni seguenti si riprese, giocò a scacchi con il ragazzo e, quando si sentì meglio, si preparò a tornare a Firenze. Mancavano tre giorni al Capodanno.
Prima della partenza Ginevra gli chiese:
«Come sta lanima?»
Procolo, mentre chiudeva la valigia, guardò Ginevra negli occhi e rispose:
«Adesso piange, ma è pronta a seguirsi».
Uscì, salì sul suo SUV e sparì nella notte.
Il suo addio lasciò la casa silenziosa; Ginevra sentì un vuoto, ma non si illuse. Era felice di aver incontrato un uomo vero, ma non attese nulla. La bufera continuò, ma meno violenta; il vento si placò e la neve cadeva a tratti.
«È per il meglio», pensò Ginevra, «non è stato un addio lungo, così è più facile lasciarlo andare».
Procolo non richiamò, nonostante le promesse. Ginevra capì che ognuno ha il proprio cammino e le proprie responsabilità.
Il Capodanno arrivò; il 31 dicembre Ginevra guidò la sua vecchia utilitaria al supermercato della zona, comprò provviste e dolci per una settimana, preparò la tavola per festeggiare con Savino, come da tradizione. Lalbero era già addobbato.
Di sera, la bufera si scatenò di nuovo, ma Ginevra era contenta di aver fatto la spesa prima della tempesta. Savino sistemò la tavola, accese le luci sullalbero.
«Mamma, chi è?», chiese.
«Solo il vento», rispose, ma sentì comunque un colpo alla porta.
Oltre la soglia cera Procolo, con delle borse in mano, sorridente.
«Posso entrare?», disse, senza attendere risposta, e varcò la soglia.
Savino esclamò di gioia:
«Evviva, zio Procolo!».
Procolo, emozionato, baciò Ginevra. Il suo cuore batteva forte, come quello di un ragazzino.
«Savino, Ginevra, forse ho affrettato le cose, ma ho capito che non posso più vivere senza di voi», tirò fuori una piccola scatola con un anello. «Ginevra, vuoi sposarmi?»
«Sei venuto in città per questo?», chiese lei, e lui annuì.
Savino guardò la madre con speranza, Ginevra ricambiò lo sguardo e accettò.
«Sì, ma non posso partire», rispose.
«Nemmeno io. Resto qui, mi piace questo posto, e forse anche il guardaboschi avrà bisogno di me», rise Procolo. «Posso comunque andare in città per gli affari».
Ginevra gli poggiò la mano sulla spalla, senza dire altro.
Passarono gli anni: Savino, ormai diecienne, è al liceo; Ginevra e Procolo hanno costruito una grande casa nel villaggio. Lanima di Procolo non soffre più, non piange più; attorno a loro cè solo amore e gioia.
Alla fine, la vita ha insegnato che il dolore non scompare del tutto, ma si trasforma in ricordo e in forza. Accettare il cambiamento, aprirsi al nuovo e conservare la gratitudine per ciò che si ha, è il vero segreto per un cuore sereno.





