Non sono mica la vostra trattoria gratuita! esclamò la mamma appena i figli misero piede in casa.
Grazia Conti stava finalmente per andare in gita, di sabato. Prima volta dopo due anni.
La sua amica, Tamara Bianchi, aveva scovato un tour in pullman per Siena, tutto organizzato con cura: biglietti presi in anticipo, Grazia si era perfino comprata un berretto nuovo blu con pon-pon, che secondo lo specchio dellingresso le donava da morire.
Alle otto del mattino si godeva un tè, quando il campanello squillò.
Grazia rimase impietrita con la tazza a mezzaria.
«No, vi prego, non oggi…» pensò. Il campanello suonò ancora.
E poi ancora. E poi si sentì una voce:
Mamma, apri, abbiamo le mani occupate!
Dietro la porta cera Paolo, sua moglie Alessia, i due figli di sette e nove anni, e ben quattro borsoni. Pareva dovessero trasferirsi a svernare da lei, altro che un paio di giorni.
Ma, ci hanno tolto lacqua, disse Paolo, con laria di chi indica unemergenza nazionale. Stiamo da te due giorni, ti va?
Grazia guardò i borsoni. Poi i nipoti.
Entrate, sospirò.
Cosa doveva mai fare?
Mentre i piccoli si spogliavano in corridoio e accendevano la televisione a volumi da stadio, Grazia si rifugiò in cucina. Le mani si mossero da sole: frigorifero, uova, yogurt, cipolle. La testa invece era impegnata sul pullman delle dieci, e su quel cappello blu col pon-pon che, appeso allattaccapanni, ormai oggi restava a guardare.
Alle dieci e un quarto chiamò Tamara Bianchi:
Grà, dove sei? Il pullman parte tra cinque minuti!
Tammy, non ce la faccio. Sono arrivati i figli.
Pausa.
Di nuovo?
Di nuovo.
Il sospiro di Tamara si sentì, probabilmente, pure fino a Siena.
Alle dieci e mezza il campanello squillò ancora. Era la figlia maggiore, Barbara. Trentasei anni, divorziata, borsa a tracolla e la faccia di chi si presenta dalla mamma solo due minuti, sapendo benissimo che serve sia coccole che consigli, oltre che un pasto.
Vieni, disse Grazia.
E tornò in cucina a friggere polpette.
Non era la prima volta, né la seconda. Forse nemmeno la quinta.
I figli di Grazia arrivavano a turno. Paolo di solito per due motivi: o guasti domestici oppure piccole crisi di coppia da smaltire. Barbara invece veniva anche senza alcun pretesto: prendeva il tram e via, direzione mamma.
E Grazia lo sapeva. Eppure, sempre sulla cucina finiva.
Ci sono persone che alla pentola ci vanno per riflesso. Grazia Conti era una di loro. Dopo quarantanni in mensa scolastica, le condizioni erano quasi Pavloviane: tanta gente? Si cucina. Nessuno? Arriveranno. Le mani già pelavano patate mentre la mente ancora dubitava se fosse necessario.
Per pranzo, piano cottura invaso: tre pentole e una padella.
Patate. Polpette. Una zuppa improvvisata col reparto avanzi.
I nipoti ormai si erano trasferiti dal divano al tappeto, cospargendo il pavimento di Lego. Paolo telefonava in giro, girovagando come un assessore tra le stanze. Alessia si era barricata con un libro in camera da letto. Barbara stava seduta in cucina, raccontando per la centesima volta gli ultimi disastri del suo ex marito quello che aveva lasciato due anni fa e che, puntuale come il panettone a Natale, tornava nei racconti a ogni visita.
Insomma mamma, ieri mi ha scritto di nuovo. E che vuole? Dice che gli manco. Mamma, mi ascolti?
Sì, sì, mormorò Grazia, immergendo lo schiumino nel minestrone.
Più o meno ascoltava.
Mamma, secondo te gli rispondo?
Boh, Ba.
Ma dai! Sei sempre così vaga… Ti chiedo e tu boh.
Grazia non replicò. Era impegnata a schiumare il brodo: operazione che richiede concentrazione, specie in certi stati danimo.
Verso le tre Paolo si affacciò in cucina.
Ma, quanto mancano alle polpette?
Stanno sfrigolando.
Perché dalla colazione non abbiamo mangiato niente. In viaggio solo un caffè al volo…
Grazia annuì.
Si pranzò in allegria. I nipoti snobbavano la zuppa, volevano polpette e basta, senza cipolla però. Barbara pure le voleva, ma senza pane, stavolta era a dieta. Paolo chiese pure il bis. Alessia uscì dalla stanza ammettendo non ho fame, ma di una polpettina comunque non seppe fare a meno.
Dopo pranzo Paolo si sdraia in salotto. Barbara va in bagno a lavarsi i capelli. I nipoti ricominciano coi Lego in unaltra stanza.
Grazia lava piatti, affacciata alla finestra: nel cortile cè la vicina, Valentina Russo, con cui si fa nordic walking il mercoledì. Valentina si scaldava il viso al sole, beata, nessuna padella sporca né nipotini urlanti.
Grazia sospirò e attaccò la seconda pentola.
Sul far della sera, quando la zuppa era ormai estinta, il lavello lucidato e il pavimento liberato dai Lego, Grazia si lasciò cadere su uno sgabello, finalmente. Ed ecco Paolo in cucina.
In modalità placido-vecchio-topo-di-casa, camicia stropicciata sulla pancia.
Ma… sono rimaste altre polpette? Unaltra ne mangerei…
Grazia lo fissò.
Cerano, eh. Tre le aveva lasciate apposta per sé, ché ancora non aveva pranzato come si deve: sempre ai fornelli era stata.
Ma Paolo aveva quel suo sguardo. E qui scattò qualcosa.
Grazia guardava il figlio. Pensava al berretto blu col pon-pon sullattaccapanni. Al viaggio a Siena mancato. Al pullman partito alle dieci senza di lei. A Tamara, adesso probabilmente immersa nella visita ai palazzi storici, magari mentre assaggiava una schiacciata nel bar sotto i portici.
E pensava anche alle polpette.
Ma? incalzava Paolo. Ci sei?
Grazia posò la tazza sul tavolo.
Si tolse il grembiule.
Lo piegò lentamente. Lo mise sullo schienale della sedia.
Barbara stava whatsappando da tavola. In salotto, la TV i nipoti avevano messo i cartoni a tutto volume: un cattivone animato rideva isterico, rimbombando in ogni stanza. Alessia passò davanti alla cucina per andare in bagno e lasciò cadere lasciugamano, senza chinarsi a raccoglierlo.
Lasciugamano rimase in corridoio.
Ma? Paolo prese a dondolare sul posto. Tutto ok?
Ed ecco Grazia parlare.
Con quella voce ferma di chi la frase ce lha pronta da anni, ma ha sempre rimandato. Fino ad ora.
Non sono la vostra trattoria gratuita. Né, già che ci siamo, il vostro hotel.
Silenzio in cucina. Anche il cattivo dei cartoni si zittì, per lo stupore.
Barbara sollevò gli occhi dal telefono.
Paolo rimase a bocca aperta.
Stamattina, disse Grazia, dovevo andare in gita. A Siena. Con Tamara e con Vera Lupi. I biglietti li avevamo da febbraio. Ho comprato perfino un berretto, blu, sta sullattaccapanni. Il pullman era alle dieci. Alle otto e mezza è arrivato Paolo, con tutta la famiglia. Alle undici Barbara.
Tutti muti.
La gita, niente. Sono finita ai fornelli. Come sempre. Perché i nipoti mangiano solo le polpette. Perché Alessia vuole cose leggere, ché è a dieta. Perché a tutti serve mangiare.
Si fermò.
Anche io ho una vita, disse Grazia. Non ci pensate mai. Non vi incolpo: siete abituati così. Vi ho abituato io. Ma oggi basta.
Basta cosa? sussurrò Barbara.
Basta cucinare. Basta servire.
Ora Paolo guardava la madre come uno che scopre le Americhe, a fatica e con tanto scricchiolio.
Ma ma non lo facciamo apposta
Lo so, rispose Grazia. Paolo, è persino peggio. Non lo fate per cattiveria, lo fate per abitudine. Come quando vai al frigo e speri di trovarlo sempre pieno. Chiudi e vai. Tutto qui.
In sala, i nipoti guardavano silenziosi i cartoni. Sembrava che il cattivo avesse finalmente perso.
Grazia si prese la borsa da viaggio, quella che aveva preparato per la mattina. Il cappotto dallingresso. Il mitico cappello blu col pon-pon.
Dove vai? Paolo non si mosse, fissandola.
Da Tamara. Ha chiamato, sono tornate, sono tutte lì, guardano le foto e bevono il tè. Mi aspettano.
E la cena? azzardò Paolo. E da come si morse le labbra, capì subito la gaffe.
Grazia lo guardò a lungo. Con quello sguardo materno che fa sentire quadrifogli anche i quarantenni.
In frigo trovate uova, pasta, formaggio, disse. Il pane sta in dispensa. Le mani le avete, e la cucina non è unastronave: ci arriverete.
Si mise il cappotto. Si abbottonò. Si calcò il cappello.
Sistemò il pon-pon. E uscì.
In casa rimasero quattro adulti, due bambini, una padella intonsa e tre polpette che Grazia aveva lasciato per sé a pranzo.
Lasciugamano giaceva ancora in corridoio.
Paolo lo fissò un momento.
Poi si chinò a raccoglierlo.
Grazia tornò poco prima delle undici.
A casa di Tamara Bianchi si stava una meraviglia. Tè alla menta, cantucci in sacchetto di carta, foto sul telefono: la cattedrale, Piazza del Campo, Vera Lupi che sorseggiava vin santo facendo finta fosse solo acqua. Grazia guardava e pensava che prima o poi quella gita la avrebbe fatta anche lei. Tamara stava già organizzando un altro tour.
Il cappello blu col pon-pon, fiero, sul divano. Grazia, almeno stavolta, se lera messo. Non a Siena, ma qualcosa è.
Il portone si aprì che era una delizia.
Lingresso era stranamente in ordine. Gli stivaletti dei nipoti, al mattino lanciati a casaccio, ora allineati contro il muro. Lasciugamano scomparso.
Grazia si tolse il cappotto e lo appese. Passò per il corridoio.
La cucina era inondata di luce.
Si fermò sulla soglia.
Paolo era ai piatti, intento a lustrare una pentola con aria solenne, come se fosse appena diventato adulto. Sul fornello cera una pentolina Grazia avrebbe poi scoperto la pasta: un po scotta, ma insomma, fatta. Sul tavolo pile di piatti, lavati sul serio.
Barbara sedeva lì di fianco.
I nipoti, a giudicare dal silenzio, già dormivano.
Paolo, sentendo i passi, si voltò.
Restò in silenzio.
Mamma, non pensavamo che per te fosse così dura, disse.
Grazia guardò la pentola. I piatti a posto. Barbara.
Nulla di eclatante.
Ma Grazia Conti, che aveva sfamato gente per quarantanni senza mai aspettarsi un grazie, avvertì un pizzicore agli occhi. Sciocco, poi, per una pentola
Siediti, mamma, disse Barbara. Abbiamo lasciato qualcosa per te.
Sul bordo del tavolo, un piatto coperto. Proprio per lei.
Grazia si sedette.
Sollevò il coperchio. Pasta col formaggio. Leggermente incollata, un po fredda. Il formaggio grattugiato di fretta, a scaglie grandi.
Infilzò la forchetta.
E fu, diciamolo, la pasta più buona degli ultimi anni. Sì, incredibile, eh?




