E veniamo a trovarvi. Solo per due giorni!

Antonella, indovina un po’! Siamo in partenza per venire a trovarti! Abbiamo già preso i biglietti! Così inaspettatamente aveva iniziato la conversazione una lontana parente di Antonella. Così lontana che Antonella, allinizio, davvero non riusciva nemmeno a ricordare di chi si trattasse…

Antonella rimase a fissare il telefono, cercando di capire chi fosse questa donna, il perché chiamasse e, soprattutto, come mai conoscesse il suo nome.

Mi scusi, chi parla? Quale visita?

Antonellina, la voce di donna rise leggera, ma come? Sono io, la tua zia Elisabetta!

Antonella, provando a scavare nei ricordi, non riusciva comunque a rammentare nessuna zia con quel nome, ma per sicurezza chiese:

E quindi, cosa volevate?

Ma per venire a trovarti, no? Non vivi sul mare? Restiamo solo due giorni, è che il mio figlioletto Marco ha proprio bisogno

Dopo una breve conversazione, Antonella capì che Marco, il figlio di zia Elisabetta, aveva bisogno di aria di mare per motivi di salute. Almeno questa era la versione della zia. Promise di non dare fastidio, di occuparsi delle pulizie, di dare una mano in casa. A fatica, Antonella accettò, anche se sentiva già che avrebbe finito per pentirsene.

Grazie, Antonellina! trillò felice la donna. Allora ci vediamo venerdì!

Salutò alla svelta e riattaccò. Antonella sospirò, guardando il suo figlio dodicenne, Giulio.

Mamma, chi viene stavolta?

Una certa zia Elisabetta, Antonella alzò le spalle.

Chiama la nonna e chiedile chi è, sbuffò Giulio, che non amava questi ospiti imprevisti. Di solito promettevano una cosa e ne facevano unaltra.

Ultimamente Antonella aveva imparato a dire di no a tutti, ma questa volta si trattava di un ragazzino malato, o almeno sembrava così, e disse di sì. Erano solo due giorni, dopotutto.

Antonella aveva comprato una casetta vicino a Sorrento tre anni prima, dopo il divorzio e la divisione dei beni. Era venuta sul Golfo con Giulio, e da subito nella sua vita si erano materializzati parenti che prima non sapeva nemmeno esistessero.

Allinizio, Antonella era felice di fare nuove conoscenze e avere compagnia, ma capì rapidamente che molti parenti volevano solo approfittarne: mangiare a sbaffo, lasciare tutto in disordine e, anzi, pretendere che fosse lei a occuparsi di tutto.

Antonella mise subito dei paletti e chiarì che il suo non era un albergo. Alcuni parenti cercarono comunque di farsi ospitare, ma lei, ormai, apriva la porta solo alle persone che davvero ci tenevano. E queste, purtroppo, erano rare.

Seguendo il consiglio di Giulio, Antonella chiamò sua madre, che era rimasta a Napoli e veniva giù solo qualche volta destate.

Ciao, Antonellina, rispose la madre.

Ciao mamma, tutto bene? Ascolta, conosci una certa zia Elisabetta con un figlio Marco?

Non mi dice niente, disse la madre, pensierosa. Forse sono parenti del tuo papà? Chiedo a lui, ma non mi pare.

Insomma, nessuno sapeva nulla. Antonella non poteva che aspettare questi parenti.

Arrivarono due giorni dopo, come promesso. Zia Elisabetta, una donna robusta dagli occhi astuti, e Marco, che non era affatto un bambino: un ragazzone di quindici anni, più alto di Antonella. Dopo, avrebbe scoperto che nessun medico aveva prescritto la cura e che in realtà Elisabetta voleva semplicemente una vacanza gratis.

E per quale motivo non ci siete venute a prendere alla stazione? fu la prima cosa che chiese zia Elisabetta. Anche il papà di Antonella, sentito poco prima, non la ricordava affatto.

Non è il compito di mia madre, sussurrò Giulio dritto alla madre.

Elisabetta fece finta di non sentire, ma rivolse a Giulio unocchiataccia.

Antonella, dove possiamo mettere le valigie? Quali sono le nostre camere?

Una camera per tutti e due, Antonella si rabbuiò non ho lo spazio per camere singole.

Ah sì? Ma ci avevano detto che hai una casa fantastica e grande! Sul mare!

Magari! Ma se non vi va bene, potete sempre sistemarvi in albergo, disse Antonella senza giri di parole. Non vorrei iniziare litigi.

Zia Elisabetta cambiò subito atteggiamento, sfoderando un sorriso artificiale:

Antonellina, non arrabbiarti, sono solo stanca dal viaggio. Su, entriamo.

Entrò per prima, Marco la seguì trascinando le valigie. Giulio guardò la mamma:

Vedrai che ti pentirai, mamma.

Sono solo due giorni, cercò di rassicurarlo, e rassicurarsi.

Il resto della giornata passò tranquillo: Elisabetta e Marco andarono a dormire presto, anche se si lamentarono di non avere due camere separate. Antonella aveva ancora due stanze, ma erano inagibili per lavori. Offrì il salotto, ma loro rifiutarono, e a lei non importò. Si infilò a letto.

La notte filò liscia, ma la mattina la svegliò un gran baccano. Guardò la sveglia: le sei. Antonella era un gufo, odiava svegliarsi presto. Giulio lo sapeva: si alzava in silenzio, se ne andava dagli amici, bastava lasciasse un biglietto.

Che succede? Antonella sbadigliando uscì dalla camera.

Niente, Antonellina, zia Elisabetta era in salotto, svuotando la valigia e buttando vestiti dappertutto. Non trovo il costume… Forse lho dimenticato…

Non potevi farlo in camera, e con meno rumore?

Non cera spazio! Ho fatto piano, dai.

Intanto dal cortile veniva altro rumore: Marco stava suonando ritmicamente su un secchio di metallo, aspettando la madre che, evidentemente, non aveva fretta.

Dille di farlo smettere, sveglieremo tutto il vicinato Antonella si rivolse a Elisabetta.

Lei sbuffò, ma urlò al figlio che si spostò su una panchina sotto il limone.

Antonella ormai non avrebbe più dormito, e andò in cucina.

Dove vai?

A prendere un caffè, borbottò Antonella.

Ottimo, fallo anche per me, grande, con tanto latte e tre zuccheri!

Antonella si arrestò, fissando la donna che ormai si sentiva la padrona.

Elisabetta, non so come ti chiami di secondo nome, ma sei a casa mia. Mi svegli allalba, mi dai ordini per il caffè?

Non è mica così presto, fece spallucce lei. Elisabetta Serena, per inciso. E allora, il caffè?

Qui si fa da soli!

Antonella era già di pessimo umore. Mentre cercava di calmarsi bevendo il suo caffè, anche Giulio la raggiunse in cucina.

Te lavevo detto, mamma. Hanno la sfacciataggine scritta in faccia! Mandali via finché sei in tempo!

Sono solo più un giorno, sospirò Antonella. Possiamo sopportare…

È solo mattina, e mi hanno già svegliato!

Sentirono passi: zia Elisabetta entrò con un muso lungo.

Non mi hai fatto il caffè?

Non è compito della mamma! Fallo da sola! sbottò Giulio.

Antonella, non gli hai insegnato a stare zitto quando parlano i grandi?

E tu non toccare mio figlio! Antonella iniziava davvero a innervosirsi.

Non sono un bambino… sibilò Giulio.

Elisabetta si fece il caffè in silenzio, poi tornò a un sorriso finto rivolto alla padrona di casa.

Ci indichi la strada per il mare? Vieni con noi?

Basta scendere lungo il sentiero, il mare lo vedi da sola.

Se lei dava del tu, anche Antonella smise di essere formale.

Non vieni?

Giulio guardò la madre: lui con quei due non ci sarebbe voluto andare nemmeno morto.

Andiamo dopo pranzo. Meglio se andate da soli.

E a pranzo che si mangia?

Di solito Antonella cucinava solo per sé e Giulio, e per amici che dividevano le spese. Non era ricca da mantenere chiunque si presentasse. Rispose come sempre:

Noi abbiamo già il nostro, voi potete trovare un ristorantino qui vicino.

Non potresti cucinarci qualcosa tu? I ristoranti proprio non li reggo… Elisabetta tentò una supplica.

Solo se mi pagate, i soldi bastano appena per noi, fu onesta.

Elisabetta fece una smorfia e sbuffò.

Meglio il ristorante, almeno lì si mangia bene!

Giulio fece una faccia contrariata, ma non disse più nulla.

Così passarono due giorni tra battibecchi e scontri continui. Finché, al secondo giorno, si scoprì che Elisabetta non aveva nessuna intenzione di andarsene. Quando Antonella le ricordò che avevano detto di restare solo due giorni, Elisabetta sorrise e le rispose:

Antonellina, su, davvero ci cacci? Abbiamo una settimana di ferie, restiamo da te ancora un po. Ma ti costa così tanto?

Per Antonella era un problema, eccome. Due giorni lavevano sfinita. Con loro in casa era impossibile stare tranquilli, Marco faceva dispetti a Giulio, sporcava, faceva rumore: i vicini avevano già cominciato a lamentarsi.

Sì, mi costa. Questa è casa mia e i miei amici arrivano domani. Avevamo un accordo per DUE giorni. Il tempo è passato.

Antonella era calma e decisa. Elisabetta, che forse non era abituata a sentirsi dire di no, sgranò gli occhi e quasi urlò:

Ma come puoi? Mettere alla porta dei parenti! Dove andiamo? In stazione? E ora?

Marco, in disparte, si vergognava di tutta la scena.

E che parenti, se nessuno vi rammenta? Avete tempo fino a domattina. Se fate danni o sparisce qualcosa, chiamo subito i carabinieri.

Antonella uscì, soddisfatta di aver imposto le sue regole. E, la mattina dopo, Elisabetta e Marco lasciarono la casa, borbottando e protestando, ma dovettero andarsene. Antonella, dopo questa esperienza, si promise di non ospitare più “parenti” di quel genere. Nemmeno per un paio di giorni.

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