Niente di personale, solo affari

Niente di personale, solo cose

Metti anche quel vaso dentro la scatola, ha detto la signora Valentina senza voltarsi.

Stava in mezzo al salotto e guardava alle mensole come si guarda una vetrina in una boutique di Via Montenapoleone, sapendo che ormai tutto è stato già pagato. Tranquilla, operativa. Con quello sguardo da intenditrice che socchiude un poco gli occhi.

Quale vaso? ho chiesto io, Martina.

La voce mi è uscita più bassa di quanto avrei voluto. Ho tossito e sono tornata a chiedere:

Signora Valentina, a quale vaso si riferisce?

Quello là. Blu. Labbiamo portato da Praga nel novantotto. Una cosa di famiglia.

Ho guardato il vaso blu. Marco ed io labbiamo comprato per il nostro terzo anniversario di matrimonio in una botteghina su via Karlova. Il negoziante era un vecchietto, barba bianca, ha detto qualcosa in ceco. Marco rideva, facendo finta di capire. Poi abbiamo mangiato il trdelník in strada, e mi sono bruciata la lingua, ridendo entrambi per mezzora.

Quello non è un ricordo di famiglia, ho detto controllando la voce. Labbiamo scelto insieme. Nel duemilanove.

Martina, finalmente si è voltata, con quel tono di spiegazione paziente delle cose ovvie che ha sempre usato con me sin dal primo anno di nozze, come se fossi una bambina un po tarda. Non complichiamoci la vita. Tutto questo, ha fatto un gesto che comprendeva lintero salotto tutto questo è stato comprato con i soldi della nostra famiglia.

Della nostra famiglia Mia e di Marco.

Marco lavorava. Noi genitori abbiamo sempre aiutato. Tu ti sei occupata della casa. Sono cose diverse.

Marco era alla finestra, a guardare Milano dallalto dei suoi ventitré piani, coi tetti che parevano di plastica, le auto, gli alberi, la gente minuscoli e finti.

Non diceva niente.

Io fissavo la sua schiena. La conoscevo a memoria. Sapevo come si piegava se era stanco, il neo vicino alla scapola sinistra, il respiro quando fingeva di dormire. Dieci anni. E ora era lì, voltato, mentre sua madre inscatolava la nostra vita.

***

Lappartamento mi è sempre sembrato bellissimo. Lho sempre ammesso, anche quando mi ci arrabbiavo. Soffitti altissimi, finestre a tutto vetro, parquet di noce americano su cui non andava mai camminato coi tacchi. Cucina Stile di Lusso Milano, pagata da Valentina di tasca sua, rammentandocelo ogni volta che poteva. Il lampadario in soggiorno come una cascata di ghiaccio.

Ci ho vissuto otto anni e non lho mai sentito mio. Non perché fosse un cattivo posto, ma perché era troppo perfetto, troppo costoso, troppo scelto secondo i cataloghi che portava sempre Valentina.

Appena arrivata avevo messo sul davanzale della camera un vasetto di violette, comprato al mercato in Corso Lodi per cinquanta euro. Dopo una settimana era sparito. Valentina mi disse che laveva buttato via, non ci stava bene.

Non dissi nulla. Neanche Marco.

Fu la prima volta. Poi ce ne furono molte altre.

***

Coi facchini Valentina fu puntualissima alle dieci. Due uomini robusti, silenziosi, un carrello e rotoli di nastro adesivo. Lei li accolse con una lista in mano. Lista stampata, intestazioni e numerazione. Scorsi le prime voci: Soggiorno: divano angolare (pelle, grigio) 1 pezzo; tavolino da caffè (marmo) 1 pezzo; piantane (bronzo) 2 pezzi

Mi girai e andai in cucina. Misi su il bollitore. Solo per occupare le mani.

Marco mi seguì. Si fermò sulla porta.

Martina.

Sì?

Come stai?

Lho guardato. Quel viso che amavo, ora tutto ha quellespressione del ragazzo colpevole: sopracciglia unite, sguardo basso, voce soffice, quasi da supplica.

Sto bene, risposi. Vuoi il tè?

Martina

Lo vuoi oppure no?

Esitò, poi: Sì.

Versai lacqua bollente nelle nostre due tazze bianche con i coniglietti, quelle che abbiamo comprato ad Amsterdam. Divertenti e totalmente fuori luogo in quella cucina da esposizione. Valentina diceva questa robaccia. Proprio per questo ci tenevo.

Bevemmo accanto, sentivamo il grattare dei nastri e la voce operosa di Valentina.

Non ne avrebbe il diritto, mormorai, quasi parlando da sola. Il divano labbiamo comprato insieme. Le piantane le ho scelte io. I quadri in camera sono di Firenze, col mio stipendio.

Ne parlo con lei io.

Lhai già detto cinque volte oggi.

Silenzio. Guardava la sua tazza col coniglio.

Marco, dissi, ma la voce mi uscì stanca, piatta, come non volevo. Non ti chiedo il divano. Non mi serve niente. Ti chiedo solo stai qui. Solo stai. Una volta.

Mi guardò.

Sono qui.

No, dissi. Sei già alla finestra.

***

Valentina ha sessantaquattro anni e appartiene a quella specie di donne che sanno occupare spazio come se fosse ossigeno per loro sole. Non cattiva, solo molto determinata. Sicurissima di ciò che è giusto e di ciò che non si accorda con lambiente.

Voleva un bene al figlio. Non ne dubitavo. Ma era una passione tanto densa e avvolgente da non lasciare dentro spazio per me. Non perché cattiva. Semplicemente non riteneva possibile che qualcun altro potesse amare suo figlio quanto lei, forse più.

Il primo anno ho provato a farci amicizia. Invitavo a pranzo, chiedevo ricette, una volta le dedicai una sciarpa scelta con cura. Grazie e la sciarpa messa da parte: Ho la pelle delicata.

Dal secondo anno ho smesso di provarci ed ero solo cortese. Niente conflitti.

Al terzo ho capito che tanto la distanza non valeva: Valentina non riconosce limiti che non impone lei stessa.

Al quarto, quinto, sesto Ho perso il conto.

***

Marco, lo chiamò Valentina dal salotto, vieni a vedere per i quadri.

Posò la tazza. Ho seguito con gli occhi il suo spostarsi verso la voce materna. Quella camminata forzata, le spalle tirate, pronto a tutto.

Quante volte in dieci anni così, accorrendo a ogni chiamata?

Non ero più arrabbiata. Non ho più le forze per esserlo.

Nel soggiorno discutevano dei quadri. Sentivo Valentina: Quello me lo prendo io, vale la pena, viene dalla galleria SpazioFortunato E Marco: parole indistinte, di sì.

Ho finito il tè. Ho lavato le tazze, asciugate.

Poi sono andata in camera. Non dovevo far niente lì, solo non volevo ascoltare come si spartivano la mia vita col loro elenco stampato.

In camera era silenzio. Il sole cadeva a strisce sul letto rifatto. Nemmeno avevamo deciso a chi sarebbe rimasto. Forse Valentina già lo sapeva.

Mi sono seduta sul bordo. Ho passato la mano sulla coperta.

Mi ricordavo di averla scelta. In negozio ero indecisa tra due: una pratica, scura, non si sporca, come avrebbe detto Valentina, e una celeste, tenera proprio come il cielo. Inutile, diceva tutti. Ho preso la celeste. Marco ha alzato le spalle, non ha detto niente.

Credo sia stato latto più ribelle di me in tutti questi otto anni.

***

Apro larmadio alto per cercare la mia vecchia borsa, che volevo portare via. In fondo la trovo, con accanto una scatola di scarpe malandata. Sulla copertina, col pennarello, la mia scrittura: Varie Nostro.

Non ricordavo subito cosa cera dentro.

La prendo, la poso sul letto.

Apro.

Sopra cerano due biglietti del cinema, gialli e sdruciti. Non ricordavo, poi sì: Il favoloso mondo di Amélie. Il terzo appuntamento, Marco per tutta la sera disse che non gli era piaciuto, poi dopo tre anni ammise il contrario, solo era in imbarazzo.

Sotto una cartolina da Barcellona del viaggio di nozze. Cera la Sagrada Familia, e sul retro aveva scritto: Ti amo più di quanto Gaudí amasse questa basilica. Lui, settantatré anni. Mi venne da ridere. Anche tu mi amerai settantatré anni? Ci provo, rispose.

Lui ora ha quarantanni, io trentotto. Abbiamo vissuto insieme dieci. Ne mancano ancora sessantatre.

Ho accarezzato la cartolina, pensavo a questo.

Sotto, ecco: magnete della Torre Eiffel comprato a un mercatino a Parigi e subito rimosso dal frigo da Valentina (Kitsch!), un braccialetto Partecipante di una festa in ufficio in cui ballammo finché non perse una scarpa, un fiore secco, praticamente polvere, raccolto una mattina presto mentre guidavamo senza meta perché era bello così, tre conchiglie prese a Rimini, un tovagliolo di carta dove abbiamo giocato a tris aspettando la pizza in un locale.

Niente di prezioso per chi leggeva i loro elenchi.

Niente era in alcun elenco ufficiale.

Mi sono seduta sulla coperta azzurra, stringendo il tovagliolo scarabocchiato, e sentivo qualcosa dentro allentarsi, piano piano.

Non ho pianto. Non so piangere così, semplicemente. Respiravo, mentre fuori nel salone frusciava il nastro da pacchi e Valentina dava ordini sui bicchieri di cristallo.

***

Marco entrò in camera quasi per caso. Forse per prendere una maglia. Mi vide lì, seduta con la scatola aperta.

Cosè?

Guarda.

Si avvicinò. Prende i biglietti. Poi la cartolina.

Lo guardai in viso cambiare, piano. Come quando esce il sole dopo una nuvola.

Amélie, disse sottovoce. Allora dissi che non mi era piaciuto.

Lo so.

Mentivo.

Lo so.

Si siede accanto, stringe il braccialetto.

Era la festa di Sergio, 2015.

Sì.

Perdesti la scarpa, sulla pista.

Tu la trovasti sotto il bancone.

E dissi che eri Cenerentola.

Io che tu non eri un principe granché.

Sorrise. Non il sorriso stanco e colpevole degli ultimi anni, ma quello che amavo. Sincero.

No, non un gran principe, annuì.

Restammo in silenzio. Dal salotto un piccolo tonfo, poi Valentina seccata: Piano! e il facchino: Scusi.

Marco, dissi.

Dimmi.

Come siamo finiti qui? Non qui in camera, qui in questa situazione.

Non rispose subito. Giocherellava con la conchiglia.

Non lo so, ammise.

Lo sai.

Rimette la conchiglia.

Sono un codardo, disse sottovoce.

Lo guardai di profilo, quella linea familiare della fronte e del naso.

Lo so.

Doveva essere diverso.

Sì.

Dovevo troppe cose.

Sì, Marco.

Si gira, per la prima volta in tutta questa giornata mi guarda negli occhi.

Voglio tu sappia, dice, che mi ricordo tutto questo. Ogni cosa di questa scatola. Ricordo i biglietti. Ricordo il trdelník e la tua lingua bruciata. Il prato. Le conchiglie che tu volevi incollarle per una cornice e io dicevo che era kitsch, tu ti sei offesa, poi siamo andati a fare il bagno alle tre di notte e

Basta, dico.

Perché?

Perché fa male.

Tace.

Fa male anche a me, dice lui, quasi senza voce.

***

A porta della camera comparve Valentina.

Marco, devi firmare

Vide la scatola. Noi due assieme, seduti.

Qualcosa, difficile da leggere, le attraversò gli occhi.

Cosa sarebbe?

Sono le nostre cose, rispose Marco.

Ma quali cose? Sono sciocchezze, da buttare.

Mamma.

Bigliettini, cianfrusaglie

Mamma, e qui nella sua voce cera qualcosa che non avevo mai sentito. Niente supplica.

Valentina lo fissò.

Che cè?

Puoi uscire, per favore?

Silenzio. Lungo.

Marco, i facchini aspettano, il tempo corre

Mamma. Esci dalla stanza.

Io non guardavo lei. Guardavo le mani in grembo, sentivo quella specie di vuoto teso che si era creato.

Va bene, disse alla fine Valentina. Voce piatta, diversa. Va bene. Quando avete finito chiamatemi.

Passi, passo dopo passo fino a sparire.

Io ho espirato profondamente.

È la prima volta che lo fai, ho detto.

Cosa?

Chiederle di uscire.

Silenzio.

In dieci anni, precisai. La prima volta.

Lo so.

Perché adesso?

Non lo so. Forse forse perché ho visto questa scatola. E ho capito che tutto quello che stiamo dividendo lì fuori sono solo cose. Il divano è un divano. Il vaso è un vaso. Ma qui, indica la scatola, qui ci siamo noi. È lunica cosa davvero nostra.

Lo guardo.

Marco, dico infine, sono belle parole.

Non voglio fare il poeta. Io

Aspetta. Lasciami finire. Sono belle frasi e io sono stanca delle belle frasi. Sei sempre stato bravo con le parole. Sempre a spiegare perché è successo, perché la prossima volta cambierà, quanto capisci tutto. Capire e fare, però, sono due cose.

Lo so.

No, non lo sai Marco. Tu pensi di sapere, ma non lo sai. Perché se lo sapessi, tua madre in questo istante non starebbe in salotto ad inscatolare la nostra vita con la sua lista in mano. Una lista delle nostre cose. È lei che ha scritto la lista. È entrata e ha scritto la lista.

Lo fermo tutto ora.

Adesso?

Ora.

È tardi ormai, dico. Sarebbe stato tempo sette anni fa, quando buttò il mio fiore dal davanzale. O sei anni fa, quando spostò i mobili della nostra camera mentre eravamo in vacanza. O cinque, quando mi spiegò che facevo male il ragù. O quattro, quando

Martina.

O tre anni fa, quando ti disse che non era il momento di fare figli, bisogna sistemarsi prima, e tu dicesti sì, e io avevo trentacinque anni e

Mi fermo.

Silenzio.

È stata la cosa più dolorosa, sussurro. Più di tutto il resto.

Marco resta fermo. Ha una faccia che raramente gli vedo: non in cerca di scuse. Solo aperto.

Lo so, dice. In quel momento

Non spiegare.

Voglio spiegare.

Non ora.

Chiudo la scatola. Spingo bene il coperchio.

Questa la porto via, dico. Prendo solo questa.

Va bene.

Non voglio altro da questa casa.

Mi osserva.

Dove vai?

Da Maria, per ora. Poi mi arrangerò.

Martina.

Sì?

Non andartene.

Mi alzo. Prendo la scatola sotto il braccio. Leggera. Incredibilmente leggera per tutto il suo peso.

Marco, io lascio questo appartamento, non te. Non voglio più vivere qui, non lho mai voluto, solo mi sono abituata a fingere.

Si può uscire insieme, da qui.

Mi blocco.

Mi volto.

Cosa hai detto?

Si alza in piedi. Mano a lato del corpo. Serio.

Ho detto che possiamo andare via insieme. Non mi servono né il divano, né i bicchieri, né i quadri galleria. Mi basti tu e questa scatola. Solo questo.

Lo guardo.

Dentro succede qualcosa di complicato, tra speranza, paura, stanchezza e altro che non so chiamare.

Marco, dico piano, hai quarantanni. Se esci con me, tua madre

Lo so.

non te la perdonerà.

Lo so, Martina.

E sei pronto?

Non so se sono pronto. So solo che, se non lo faccio ora, non mi rispetterò mai più.

Pausa.

È un altro discorso, dico.

Sì?

Sì. Non voglio tornare con te. È voglio rispettarmi. È diverso.

Forse sì, disse. Ma uno senza laltra, forse, non si può.

***

In salotto Valentina discuteva coi facchini. Quando entrammo, si voltò. Guardò la scatola e poi Marco.

Allora? Avete finito?

Mamma, disse Marco. Basta.

Basta cosa?

Tutto questo, un gesto rotondo: mobili, lampadario, il soggiorno sfatto, le piantane rotolate. Prendilo pure tutto. Non voglio nulla.

Valentina lo fissò.

Che dici?

Divano, vasi, bicchieri, quadri, la cucina di lusso. Tutto tuo. Fai come vuoi.

Marco, sono cose costose, sono asset

Mamma. Io esco di qui con Martina e questa scatola. È lunica cosa importante per me.

Silenzio.

Le si leggeva in viso qualcosa dinesplorato. Non rabbia, non offesa. Più che altro smarrimento, di chi si trova a una partita con regole che non riconosce.

Sei impazzito, disse piano.

Forse sì.

È una follia. È

Mamma, si avvicina a lei, fermo. Io vedo nei suoi occhi che non cè né odio né accusa. Ti voglio bene. Ma basta. Questa non è vita. È una gestione progetti. E io non sono il tuo progetto.

Valentina resta muta, poi finalmente:

Te ne pentirai.

Forse, risponde. Ma voglio pentirmi di una scelta mia.

***

Siamo usciti che erano quasi le due. Io con la scatola, lui con una sacca dabiti e il laptop.

In ascensore silenzio. Cera uno specchio a tutta parete. Mi sono osservata: due persone, né giovani né belle, visi stanchi, uno con una scatola laltro una borsa da tre giorni.

A piano terra, sguardo del portinaio, porte automatiche. Fuori aria daprile milanese, fresca, grigia, odore di foglie marcite e pioggia lontana.

Siamo rimasti sul marciapiede.

Dove? chiede Marco.

Lho già detto. Vado da Maria.

Non posso andare da Maria.

Non serve.

Non voglio non andare. Voglio andare dove vai tu.

Guardo la strada. Le persone da qui sono reali. Persone normali, coi propri guai.

Marco, dico non abbiamo una casa.

Lo so.

Abbiamo pochissimi soldi. Tutto bloccato fino al tribunale.

Ho qualcosa messo da parte. Mamma non lo sa.

Bene. Ma sarà provvisorio. Affitteremo qualcosa di piccolo e, quasi sicuramente, brutto.

Va bene.

Niente cucina firmata.

Meno male.

Lo guardo. Lui mi guarda. Sul suo viso qualcosa che assomiglia ad un sollievo, anche se è troppo pesante per chiamarla così.

Non è la fine, dico io. È un inizio. Ci sarà giudice, ci sarà tua madre, tanta roba.

Capisco.

Non sono sicura che ci riusciremo.

Neanchio.

Eppure?

Fa una pausa. Poi dice:

Eppure.

Aggiusto la scatola sotto il braccio. È leggera. Dentro biglietti, cartolina, magnete, braccialetto, fiore secco, tre conchiglie, un tovagliolo scarabocchiato.

Tutto ciò che resta di dieci anni. E tutto ciò che veramente è.

Andiamo, allora, dico.

E andiamo. Lungo una via daprile, in un giorno normale e grigio, senza sapere dove, con una borsa e una scatola. Lassù restava lappartamento, con parquet e lampadario di cristalli, e Valentina che sicuramente dava ordini a qualche facchino.

Noi andavamo avanti. Io non sapevo se era giusto. Non sapevo nulla, tranne una cosa: avevo la mia scatola. E lui accanto. E aprile. E lodore di primavera quando il freddo già fa capire che non durerà.

Marco, gli dico mentre camminiamo.

Sì?

Ti ricordi quando abbiamo preso le conchiglie?

A Rimini. Volevi farne una cornice.

Dicevi che era kitsch.

È kitsch.

La farò comunque.

Va bene, ride lui.

Solo che per ora non abbiamo dove appenderla.

Lo troveremo, dice lui.

Non rispondo. Cammino e stringo la scatola e penso che lo troveremo non è una promessa. È solo una parola. Ma a volte le parole sole sono tutto quello che abbiamo. E, a volte, bastano per fare un passo. E un altro. E ancora un altro.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

five × five =

Niente di personale, solo affari