NESSUNO TI FARÀ DEL MALE
– Dove sei stata? domandò bruscamente Marco non appena mia moglie Antonella entrò in casa.
– Ero al lavoro.
– Oggi è sabato!
– Lavoro anche il sabato, lo sai.
– Lavori, ma soldi non ce ne sono.
– Tu poi non lavori proprio
– Non mi rispondere così, sibilò tra i denti avvicinandosi minacciosamente. Vai subito a fare la spesa! In casa non cè niente da mangiare.
– Marco, ci rimangono solo cento euro, e la prossima busta paga arriva fra una settimana. Potresti cercare qualcosa anche tu, oppure fare qualche corsa come autista con la macchina.
– Non sono mica il tuo tassista! Dovresti ringraziare che vivi in casa mia, spalancò la porta. Dai, vai al supermercato!
***
Le lacrime iniziarono a rigarmi il volto. Che ingiustizia! Non era colpa mia se la vita era diventata così dura. Siamo sposati da quattro anni. Allinizio andava tutto bene: i genitori di entrambi si erano messi insieme per comprare questo trilocale, poi siamo riusciti a mettere da parte qualcosa e a prendere unutilitaria, usata ma nostra. Tutto intestato a Marco, lui era il capofamiglia. I miei vivono in provincia, ma anche loro hanno contribuito.
Marco aveva unattività in società con suo padre, non dava grandi soldi ma ci si viveva. Poi lui, pensando di meritare di meglio, ha litigato con suo padre e rovinato tutto. Da allora, da più di un anno, non lavora, aspetta chissà cosa.
Ha cominciato ad alzare la voce, poi anche le mani. Io lavoro sei giorni su sette, ma i soldi non bastano mai, e lui dà sempre la colpa a me. Avevo anche pensato di tornare dai miei in campagna, ma lì con loro ci sono già le mie due sorelle più piccole. Non voglio essere anche io un peso.
***
Scesi le scale, asciugai le lacrime e mi avviai verso il supermercato. Evitai quello vicino a casa, troppo facile incontrare qualcuno che conosce Marco, e poi lì tutto costa di più; meglio andare in quello più lontano, e così indugiare prima di rientrare.
Nel parcheggio del supermercato, vidi di sfuggita un SUV fermarsi; scese un uomo che zoppicava leggermente.
– Antonella! una voce felicissima mi colpì alle spalle.
Mi voltai di scatto:
– Gabriele!
Era un mio compagno di scuola. Gabriele era invalido dalla nascita, aveva problemi alle mani e alle gambe. Siamo stati insieme dalla prima elementare alla maturità, ma ricordo bene che spesso era in ospedale più che in classe. I ragazzi lo prendevano in giro, ma lui non si abbatteva mai; studiava più di tutti, era sempre il migliore. Dopo ogni intervento, migliorava un po. Era arrivato agli esami zoppicando ma fiero.
Ora, però, mi trovavo davanti un uomo elegante che scendeva da unauto imponente, con un sorriso sincero.
– Sei tu, davvero? nella sua voce percepivo sicurezza e calore. È da tempo che non ti vedo. Due anni fa ci siamo rivisti con la classe, Giulia mi aveva detto che ti aveva invitata, ma tu non sei venuta.
– Ero presa con mille cose, risposi imbarazzata, e lui se ne accorse.
– Sei qui per la spesa? cambiò argomento con delicatezza.
– Sì.
– Vieni! Devo fare la spesa anche io.
Mi trascinò verso il supermercato, ma era quello di lusso in cui non volevo entrare. Lui notò il mio tentennamento, mi guardò con attenzione, capì tutto.
– Antonella cercò di dire qualcosa.
– No, Gabriele, non posso venire qui. Scusami.
Liberai la mano e a testa bassa mi diressi nel supermercato economico.
***
Scelsi con cura la spesa, controllando ogni euro. Alluscita, Gabriele era vicino al suo SUV. Mi avvicinò deciso, mi prese una mano, mi aprì la portiera:
– Sali!
Senza protestare, mi sedetti. Salì anche lui:
– Raccontami tutto.
Tra i singhiozzi, gli raccontai tutto, senza vergogna, come una bambina.
– Allora lascialo e basta!
– Gabriele, dove posso andare? È tutto intestato a lui.
– Antonella, sono uno dei migliori avvocati di Firenze. Non importa a chi siano intestate le cose: metà è tua. Tirò fuori il cellulare. Dammi il tuo numero.
Esitai, poi glielo dettai. Chiamò subito, il mio telefono squillò.
– Oggi è sabato. Lunedì farai domanda di separazione. Ti dico io cosa fare e cosa scrivere. Mise in moto. Ti accompagno a casa. Dove abiti?
– In via Carducci, vicino alla posta.
– Io invece sono appena venuto ad abitare proprio in quel palazzo nuovo, indicò un bel condominio appena costruito.
***
Arrivammo davanti al mio palazzo; scese, mi aprì la portiera:
– Coraggio, Antonella! Lunedì ti chiamo io. Se succede qualcosa nel weekend, chiamami subito.
– Gabriele, ho paura di lui.
– Non averne! mi sorrise incoraggiante.
***
Entrai; Marco mi si fiondò contro:
– E con chi ti fai portare in giro?
– Ho incontrato un compagno di scuola.
– Il marito muore di fame e la signora si diverte…
Seguì una valanga di insulti e… uno schiaffo.
Senza pensarci, lasciai cadere la busta e uscì di corsa, accecata dalla rabbia e dal dolore. Scesi e quasi mi scontrai con Gabriele.
– Sali in macchina!
Mi aprì la portiera, mi fece sedere, partì subito.
***
Mi ritrovai in un attico luminoso e spazioso.
– Dove mi hai portata?
– Questa è casa mia, vivi tranquilla: qui nessuno ti farà del male, vivo da solo.
Proprio allora squillò il mio telefono: la voce furiosa di Marco.
– Dove sei andata?
Ancora insulti. Gabriele prese il telefono dalle mie mani e gli rispose con tono calmo e deciso:
– Antonella chiederà il divorzio. La casa resterà a lei.
– Ma tu chi diavolo sei?
– Se non ti adegui, finirai con una denuncia per maltrattamenti.
– Ma chi credi di essere?
– Ho detto tutto.
Spense il telefono e me lo restituì. Continuavo a piangere.
– Antonella, basta, calmati. Vai a lavarti la faccia, tra poco mangiamo qualcosa.
Mentre ero in bagno, lui mise su il bollitore e fece una telefonata.
***
Dopo una tisana, Gabriele propose:
– Andiamo dalla polizia, affrontiamo tutto insieme!
– No, i miei occhi tradivano la paura, non ce la faccio
– Antonella, fidati: questa volta decidi tu.
Sotto casa ci attendeva una Panda dei carabinieri. Dal mezzo scese un giovane maresciallo che salutò Gabriele:
– Dottor Ferri, siamo a disposizione.
Si strinsero la mano, mi fecero salire in macchina.
***
Dopo pochi minuti bussammo alla porta di casa mia.
– E chi è che rompe? gracchiò Marco, spalancando la porta.
– Marco Bianci? chiese il maresciallo serissimo.
– Sì, sono io.
– Devo farle alcune domande.
Marco mi lanciò unocchiata feroce, poi disse:
– Va bene, entrate pure.
Gabriele e il carabiniere si accomodarono in soggiorno. Il maresciallo aprì il verbale.
– Antonella, prendi i tuoi documenti e ciò che può servirti per i primi giorni.
Disse Gabriele calmo, ma con una fermezza che mi diede un senso di protezione mai avuto prima. In questi ultimi anni non avevo avuto nessuno al mio fianco, solo problemi e urla.
E ora, proprio lui, il compagno di scuola a cui avevo voluto bene solo come amico. Quando eravamo ragazzine, tutte sognavamo il principe azzurro, o almeno uno che arrivasse con una bella auto bianca, ma nessuna pensava al ragazzino claudicante, anche se buono come il pane.
Presi di corsa i documenti e, senza pensarci, li diedi a Gabriele. Lui mi sorrise con occhi felici. Iniziai a raccogliere le mie cose, in uno stato di automatismo. Non sapevo cosa aspettarmi, ma sapevo che peggio non sarebbe stato più; sentivo in petto una timida felicità nuova, una speranza.
– Dottor Ferri, il verbale è pronto, disse il maresciallo alzandosi.
– Bene! Ora lasciatemi parlare con lui da solo!
Si sedette al posto del carabiniere:
– Senti, Marco. Lunedì Antonella farà domanda di divorzio. Devi presentarla anche tu. Non avete figli, quindi passerà dal Comune. Dividerete tutto ciò che avete.
– E se io non volessi divorziare? Tutto è intestato a me!
– Allora Antonella farà denuncia al tribunale: divorzio, sequestro dei beni, denuncia per maltrattamenti. Io sono presidente di una delle maggiori associazioni forensi di Firenze. Puoi star certo che la decisione sarà giusta.
– Stasera parlerò io con mia moglie, e si farà come dico io, rise beffardo.
– E chi ti ha detto che resterà da sola con te?
– È ancora mia moglie, ho diritto che resti qui.
– Allora adesso ti faccio portare via per la denuncia, passerai il weekend in cella e lei resterà qui tranquilla. Che ne pensi?
– Va bene, vada pure dove vuole, ammise dopo un attimo.
– Perfetto. Lunedì mattina passo a prendervi, si va insieme in Comune.
***
Il mio telefono squillò di nuovo. Era la mamma. Dopo la separazione con Marco, i miei non erano entusiasti: mai avevano visto un divorzio in famiglia, loro avevano superato venticinque anni insieme.
– Ciao mamma! esclamai felice.
– Ciao, Antonella! la sua voce era un po triste.
– Tutto bene, mamma? Ti sento giù.
– Tu invece mi sembri stranamente contenta. Felice ora che hai lasciato Marco
– A essere sincera, sì!
– Ricordati, sei tu che devi vivere con le tue scelte.
– Ma dimmi, cosè successo?
– Tua sorella Ilaria vuole sposarsi anche lei.
– Davvero? Con chi?
– Con un ragazzo di città. Anche lei vuole vivere lontana dal paese. Non ha nulla, solo tanto amore. I suoi genitori sono venuti da noi, vivono già in un trilocale, ma con il fratello. Abbiamo deciso, ci aiuteremo per comprare un monolocale per loro, ma niente matrimonio grande. Ora tua sorella è un po abbattuta.
– Dille pure di venire a stare da me per un po, poi si vedrà.
– Ma tu dove vai a vivere?
– Mamma, non riuscivo a trattenere la gioia, mi risposo.
– Non hai fatto in tempo a divorziare
– Prometto, stavolta sarà per sempre! Si chiama Gabriele. Lo amo da morire!
La vita mi aveva insegnato una cosa preziosa: non bisogna mai avere paura di cambiare, perché chi non ti ama o, peggio, ti fa del male, non avrà mai il diritto di decidere del tuo destino. E a volte la felicità si trova proprio dove meno te lo aspetti.




