Giulia arrivò al colloquio e si bloccò vedendo chi era seduto nellufficio del direttore
Per ventanni Giulia Bernardi aveva gestito pratiche, risposto al telefono, sorriso a visitatori che di sicuro non se lo meritavano e preparato caffè ai capi con tale maestria che, una volta, rischiò quasi di essere promossa responsabile della sala break. Eppure, anche lei venne licenziata per una ristrutturazione. Che dire, la vita.
E adesso, un colloquio. Il primo in ventanni.
Giulia si era fissata allo specchio nellingresso, affrontando se stessa con serietà. Il tailleur era a posto. I capelli ordinati. Il viso, quello che era: quarantasei anni non si nascondono, ma si difendeva bene. Limportante era non agitarsi. È solo un lavoro. Solo un nuovo ufficio, una nuova scrivania, nuove telefonate.
Lamica Silvia aveva insistito per accompagnarla e le aveva detto in ascensore:
Mi raccomando, sii sicura di te. Hai ventanni di esperienza, non è poco.
Ventanni, ripeté Giulia. Eppure mi hanno mandato via.
Sì, però lesperienza ti resta.
Silvia, disse Giulia. Vai pure al lavoro, dai.
Lufficio era nascosto in una viuzza del centro di Bologna. Un palazzo di quattro piani, con colonne e porte a vetri, e un custode in giacca scura. Giulia fece un respiro profondo. Spalle dritte. Entrò.
La receptionist le indicò il terzo piano:
Il direttore la sta aspettando. Stanza trecentodue.
Terzo piano. Corridoio tranquillo. Porta con la targhetta.
Giulia bussò. Entrò.
E rimase senza fiato alla scrivania sedeva Marco.
Il suo ex. Proprio lui. Quello a cui aveva tolto una scheggia dal dito, preparato crostate mentre studiava per gli esami, e perdonato una volta cose che non si sarebbero dovute perdonare. Quello per cui non era riuscita a dormire bene per tre anni.
Lui guardava lei. Lei guardava lui.
Una pausa così lunga che di solito si sceglie: andare via o restare. Non cè una terza via.
«Ecco cosa si intende, pensò Giulia, con uno strano, quasi calmo stupore, per destino con senso dellumorismo.»
Marco era in gran forma. Ed è questo che faceva più male.
Davvero. Negli ultimi otto anni Giulia si era immaginata un incontro casuale con lex marito tantissime volte, sempre immaginandolo più trasandato, magari ingrassato, con meno capelli. In otto anni a uno che ti ha fatto tanto male, qualcosa dovrà pur essere successo.
Niente.
Marco sedeva alla scrivania del direttore, in un bel completo, capelli ben tagliati, con quel fare da uomo che ormai ha fatto pace con la coscienza, a condizioni molto vantaggiose per sé. Qualche capello grigio alle tempie. Sulla scrivania laptop, agenda, un piccolo cactus. Il cactus, guarda caso. Simbolico.
Giulia, disse lui. Niente signora Bernardi, né buongiorno: solo Giulia. Come se si fossero salutati ieri sera dopo una cena insieme.
Ciao Marco, rispose lei.
Lui le fece cenno di accomodarsi. Giulia sedette, appoggiò la borsa sulle ginocchia: doveva tener qualcosa in mano, anche solo una borsa.
Ho qui il tuo curriculum, disse lui, indicando la scrivania. Lho già letto.
Bene.
Ventanni come segretaria di direzione. Un bel percorso.
Sì.
Parlava calmo. Professionale. Guardava leggermente di lato, non proprio lei, più verso la sua spalla. Il modo di fare di chi capisce tutto, ma fa finta di niente.
«Ok, gioco della professionalità, capì Giulia. Giochiamo.»
Raccontami del tuo ultimo lavoro, disse Marco.
E lì iniziò la recita.
Giulia raccontò. Calma, precisa, concisa: funzioni, mansioni, flusso documentale, software usati, numero di collaboratori. Ma nella testa le scorrevano altri pensieri.
Questo è colui che ti disse non mi capisci e se ne andò con Lara della contabilità.
Che programmi gestivi?
Snocciolava lelenco. Ma intanto pensava: questo è quello per cui non mangiavi da tre mesi e non dormivi da sei.
Ti occupavi anche degli incontri con i partner?
Sì, gestivo la documentazione contrattuale e organizzavo appuntamenti a livello executive.
Questo è lui. Davanti a te. In un completo impeccabile.
Marco annuiva. Scriveva qualcosa sullagenda, o lo faceva solo per darsi un contegno. Giulia osservava la sua mano di sottecchi. Che ironia crudele la vita, pensava. Davvero raffinata, quasi sadica.
Fuori, la viuzza tranquilla, le foglie sul marciapiede, un normale ottobre. Dentro, otto anni, una separazione, una causa per la casa, unaltra per la casa in montagna, notti di silenzio in cui Silvia doveva solo ascoltarla tramite telefono, perché Giulia non riusciva nemmeno a parlare.
E lui, lì. Con il cactus.
Perché hai lasciato il vecchio lavoro? chiese Marco, professionale.
Riduzione personale. Hanno sciolto il reparto.
Capisco. Pausa. Hai lavorato bene con i vertici?
Sì, rapporti diretti con AD e consiglio.
Riesci a gestire la riservatezza?
Certo.
Marco fissò Giulia. Qualche secondo lunghissimo. Giulia non abbassò mai lo sguardo. Nessun sorriso, nessuna ostilità: lo sosteneva, semplicemente.
Bene, disse Marco, posando la penna. Mi piacerebbe continuare questa chiacchierata in modo più informale. Un caffè?
Giulia si irrigidì un attimo, ma non per paura. Qualcosa la metteva in allerta, come se stesse per iniziare una conversazione completamente diversa. E doveva essere pronta.
Va bene, rispose pacata.
Marco si alzò, si avvicinò alla macchinetta del caffè vicino alla finestra. Girato di spalle. Giulia guardava la sua nuca pensando: ora dirà qualcosa. Qualcosa di importante o imbarazzante. Per quello ha proposto il caffè.
La macchina sbuffò vapore. Rumore di sottofondo.
Stai bene, disse Marco, di colpo dandole del tu.
Giulia rimase in silenzio.
Lui posò la tazzina davanti a lei e tornò al suo posto.
Davvero.
Lei guardò il caffè. Poi lui.
Grazie, disse, senza cambiare tono.
Marco rimase zitto per un attimo.
Giulia, voglio dirti qualcosa. Non come direttore, ma come persona che ti conosce.
«Ecco, pensò Giulia. Qui si fa interessante. E anche rischioso. Sembra il pilota che esce dalla cabina con la faccia da vi dico qualcosa che non è mio dovere, ma è importante.»
Sono contento che tu sia venuta qui, disse Marco.
Puramente caso, rispose lei.
Forse. Sorrise, appena. Ma sono contento. Sul serio. Sei una professionista e ho bisogno proprio di una persona così.
Bene.
Però vorrei, pausa, Marco pesava le parole come su un lago ghiacciato. Che fosse chiaro il nostro rapporto, fin da subito. Senza vecchie storie. Una pagina bianca.
Ecco il punto.
Giulia posò la tazza.
Pagina bianca. Così si chiama, dopo otto anni. La causa per la casa: pagina bianca. I tre mesi senza mangiare: pagina bianca.
Rimase in silenzio qualche secondo. Guardava Marco come si osserva qualcosa che va valutato bene, prima di prendere una decisione.
Marco, disse. Giusto per capirci: tu mi proponi di lavorare qui solo se io faccio finta che il passato non sia mai esistito?
Lui ebbe un piccolo sussulto alle sopracciglia.
Propongo di ricominciare. Non è la stessa cosa.
No, rispose Giulia. È la stessa cosa.
Silenzio. Il cactus sulla scrivania restava impassibile, perfetto cactus.
Vedi, continuò Giulia, io non voglio rivangare nulla. Ma non farò finta che tutto non sia successo. È la mia vita. Non è una pagina che si gira e via.
Marco la guardava. Muto.
Sono qui per un colloquio, proseguì lei. Non per una rimpatriata di ricordi. Se cerchi un dirigente del reparto amministrativo con ventanni di esperienza, possiamo parlarne. Se vuoi qualcuno che reciti la commedia che otto anni fa non è mai successo, allora no.
Prese la tazza. Un sorso di caffè. Buono, le piacque, come una piccola soddisfazione personale.
Marco rimase in silenzio. Nel suo sguardo Giulia lesse un sentimento che ci mise un po a decifrare. Rispetto.
Sei cambiata, disse lui.
Sì, ammise. Otto anni passano.
Marco si alzò. Guardò fuori dalla finestra, per qualche secondo, poi si girò.
Giulia. La voce era diversa. Più bassa. So di aver sbagliato. Allora. Non è una pagina bianca. Hai ragione tu. È successo e non ho fatto bene.
Giulia lo guardava.
Questo non se laspettava. Mai.
In otto anni aveva immaginato ogni possibilità di rincontro, con mille reazioni: lui che si arrabbia, fa finta di niente, o dice qualcosa di superiore. Ma che ammettesse ho fatto male questo non laveva previsto.
Fa piacere sentirlo, disse dopo una pausa. Anche se in ritardo.
Sì, fece lui. Un po tardi.
Il silenzio ora non era più teso. Solo quieto. Come dopo una lunga chiacchierata, quando ormai è stato detto tutto e si può anche tacere.
Riguardo al lavoro, disse Marco. Vorrei offrirti la posizione di responsabile del dipartimento amministrativo. È un passo in più rispetto alla segreteria. Ottime condizioni. Decidi tu.
Giulia ci pensò un attimo.
Ci rifletto, rispose.
Va bene.
Si alzò. Prese la borsa. Anche Marco si alzò, semplicemente, senza formalità da direttore.
Giulia, la chiamò mentre lei era quasi alla porta.
Si voltò.
Grazie per non essere andata via subito dopo avermi visto.
Giulia rifletté per un attimo.
Neanchio pensavo che sarei rimasta, ammise sincera.
Fuori dal corridoio Giulia si fermò.
Un attimo solo, davanti alla porta.
Fuori Silvia la aspettava con un bicchierino di caffè della macchinetta. La vide arrivare, le lesse in faccia qualcosa e subito domandò:
Allora?
Mi hanno proposto un ruolo, rispose Giulia.
Buono?
Sì. Responsabile amministrativo.
Accidenti. Silvia fece una pausa. E il direttore chi è?
Marco.
Silvia la fissò per un momento.
Marco?! Quel Marco?
Lex, precisò Giulia.
E tu che hai fatto?
Ho detto che ci penso.
Giulia prese il caffè che Silvia le offriva. Quello della macchinetta era decisamente meno buono di quello sopra, ma in qualche modo sembrava familiare.
Camminarono insieme nella viuzza. Le foglie scricchiolavano sotto i piedi, tipico dottobre. Il sole scaldava poco, era più per esserci che altro.
Ora è una mia scelta. Non la sua, Giulia sorrise lievemente. Proprio la mia.





