Il Capodanno sembrava noioso, finché al loro tavolo non si è seduta una donna sconosciuta

Lanno nuovo stava iniziando in modo un po spento, fino a quando una donna sconosciuta non si è seduta al nostro tavolo.

Guarda, era il trentuno dicembre, già verso le dieci di sera, e la mamma si ricordò di non aver preso il pane. Così mi spedì giù al panificio sotto casa. Nella nostra cucina la gallina era già in forno che sfrigolava, il tavolo quasi pronto, papà con la tele accesa sul concerto di Capodanno.

Insomma, una normale vigilia in una famiglia di tre persone, niente di speciale né di tragico. Io mi chiamano Bianca, ormai avevo quindici anni negli ultimi anni avevo perso un po la magia delle feste, sembravano inutili.

Fuori sentivo il freddo tagliente, ma con quellodore di agrumi che solo chi ha pelato due chili di mandarini capisce. Da qualche balcone arrivava musica dance, qualcuno rideva forte. E poi, vicino al portone accanto, seduta su una panchina sotto un vecchio lampione, cera una signora anziana con una pelliccia passata di moda. E stava tutta sola.

Aveva mezzagrume in mano, mezza buccia tolta.

Mi fermai, non so perché. Mi venne addosso una morsa al petto, di quelle che si sentono proprio nel corpo.

Buonasera. Le dissi, senza neppure rendermene conto.

La signora trasalì, mi guardò occhi chiari, sbiaditi come le vecchie foto in bianco e nero.

Buonasera, cara.

È qui da sola? Ma oggi è San Silvestro.

Eh sì. Sorrise, ma era un sorriso ormai spento. Sto giusto qui un attimo. Casa vuota almeno qui prendo una boccata daria.

Da sola. A Capodanno.

Ma vorrebbe venire da noi? Anche solo per un tè veloce… Mi scappò di bocca, neppure ci pensai.

Lei si bloccò.

Ma no, figurati. Perché mai? Avete la festa in famiglia…

Ma quale festa? Siamo solo io, mamma e papà, che ci mangiamo quattro antipasti e guardiamo la tele. Vieni, davvero. Io sono Bianca.

Io sono Francesca Romani sussurrò, e negli occhi, di colpo, le si accese una speranza incredibile.

***

Quando tornai e portai con me la signora Francesca, mamma rimase sepòlta tra i piatti del salume.

E questa chi è?

Mamma, è la nostra vicina, Francesca Romani. Abita nellandrone di fronte.

Resto solo pochi minuti disse subito la signora, stringendo la borsa consumata. Solo una sedia se non vi disturbo

Papà uscì dalla sala, studiò un momento la nuova ospite. Mamma non sapeva come reagire. Io, invece, capii subito: era quel momento che non dimentichi più.

Si sieda, signora Francesca. Metto su subito il tè.

Allinizio tutti imbarazzati. La signora stava seduta rigidissima, stringeva la tazza come credesse gliela portassero via. Mamma la osservava sottocchio, papà silenzioso a masticare il suo crostino.

È bello qui disse, quasi sottovoce. Lalbero con tutte quelle luci Io è anni che non ne faccio uno. Cosa ne faccio, da sola?

Ma ha figli? domandò mamma, e io quasi mi morsi le labbra per il tono.

Un figlio ma vive a Torino. Lavora tanto ogni tanto mi chiama. Ma venire qua non può, ha i suoi guai

Silenzio.

E nipoti?

Due. Il figlio si è separato che erano bimbi. Sua ex moglie la voce le si spezzò. Non mi lasciava vedere i nipoti. Ora sono grandi, hanno le loro vite. Perché pensare a una nonna che non conoscono?

Mi alzai così di scatto che la sedia si spostò rumorosamente.

Mamma, mi aiuti un attimo in cucina?

In cucina la affrontai.

Ma che fai, la stai interrogando?

Ho solo chiesto

Si vede che è doloroso per lei! Era fuori sola con un mandarino in mano! Capodanno, ti rendi conto?

Mamma aggrottò la fronte:

Capisco che ti faccia pena, ma non la conosciamo, Bianca. Magari

Magari cosa?! È solo una donna sola, che ha quasi dimenticato la gentilezza. E possiamo farle un piccolissimo dono!

Mamma, più dolce, sospirò:

Va bene. Metti un coperto in più.

***

Verso le undici, qualcosa cambiò. La signora Francesca lasciò un po andare le spalle, si aprì con noi. Parlava del suo lavoro di contabile nella vecchia azienda, di come si era chiusa in sé quando il marito se nera andato quindici anni fa. Dei vicini che al massimo salutano, ma mai chiedono come sta.

La mattina mi alzo diceva, e la sua voce si faceva sempre sottile e mi chiedo: ma a che pro? Accendo la tv, bevo un tè. Poi la spesa, e torno a casa. Non parlo con nessuno. Il telefono muto. A volte passo settimane senza una chiamata.

Settimane senza una chiamata.

Avevo il nodo in gola.

Stasera continuò la signora Francesca mi son detta: basta. Tutti che si fanno auguri, abbracci, e io Ho preso un mandarino e son scesa. Almeno vedo le persone. Non resto chiusa a fissare le pareti.

Papà tossicchiò. Si voltò. E mamma, dimprovviso, si alzò e la prese per le spalle.

Adesso viene spesso da noi, è chiaro? Non resti lì da sola. Siamo proprio porta a porta.

La signora fece un sospiro tremante silenzioso, ma gli occhi le si riempirono di lacrime. E credimi, io sentii proprio qualcosa sciogliersi dentro, come quando il Tevere rompe il ghiaccio dopo linverno.

***

Abbiamo festeggiato il capodanno insieme, in quattro. Quando a mezzanotte il campanile suonava, la signora Francesca teneva la mia mano e ripeteva tra i singhiozzi:

Grazie, tesoro. Grazie

E io la osservavo e pensavo: quanti staranno passando la notte da soli? Quanti telefoni muti, quanti tavoli vuoti, quanti mandarini lasciati a metà?

Dopo i dodici tocchi, mamma ha tirato fuori la crostata, papà ha fatto partire un po di musica. Francesca rideva, davvero rideva, e sembrava un miracolo.

Alluna voleva già scappare via.

No, dai, ho chiacchierato anche troppo. Dovete riposarvi

Signora Francesca, le ho preso la mano. Siamo amici adesso, daccordo? Domani venga da noi, a pranzo.

Ma dai

Sul serio. Mamma cucinerà qualcosa di buono, stiamo un po insieme. Vero, mamma?

Mamma annuì, sorridendo:

Venga alle due. Faccio la minestra.

La signora era nellandrone, si metteva la sua pelliccia vecchia occhi di nuovo lucidi, ma ora era tutta unaltra cosa.

Ma come posso ringraziarvi?

Ma cosa dice! lho abbracciata forte. Basta che venga.

Quando è uscita, mi sono appoggiata al muro e ho chiuso gli occhi.

Bianca mi ha detto papà piano sei stata grande.

Mi ha fatto paura vederla sola lì fuori. Pensare che domani si sarebbe svegliata nel silenzio, nessuno a chiamarla, nessuno che la aspetta.

Mamma mha accarezzato i capelli:

Le hai dato la cosa più importante: le hai fatto capire che non era sola.

***

Il giorno dopo la signora Francesca è arrivata alle due in punto. Aveva un vecchio album con le foto, e ci raccontava del marito, del figlio quando era piccolo, di quando erano felici davvero.

Poi è tornata. Ancora, e ancora.

Col tempo è diventata parte della nostra famiglia. Abbiamo fatto le chiacchiere davanti ai film, cucinato insieme le frittelle, condiviso pensieri e ricordi.

Vedevo Francesca cambiare come se le tornasse la luce negli occhi. La voce sempre più brillante, non più silenziosa in mezzo ai corridoi della Coop, ora salutava perfino i vicini, si vantava della sua Bianca.

Poi, dopo tre mesi, squilla il telefono.

Mamma? la voce dallaltro capo era sorpresa. Perché non rispondi? È già due giorni che provo

Oh, Matteo, scusami! Ero dai vicini, ho lasciato il cellulare a casa. E tu come stai?

Io ascoltavo dalla porta. Sentivo che Matteo domandava: Dai vicini? Quali vicini?, e lei che raccontava tutto del capodanno, della ragazzina che laveva invitata, della famiglia che laveva accolta.

Mamma, voglio venire a trovarti. Voglio conoscere queste persone.

Quando dopo la chiamata lho vista, piangeva. Ma stavolta lei piangeva di gioia.

Viene, Bianca. Matteo viene davvero.

Vede che tutto si sistema? ho sorriso.

È stato solo merito tuo. Davvero. Senza di te

Senza di me.

Lho abbracciata e pensavo a quanto poco basta per essere felici. Una tazza di tè caldo. Una casa che profuma. Qualcuno che dice: Non sei da sola.

Un mandarino scordato su una panchina. Un minuto dattenzione. E la vita si trasforma.

Quella sera, quando Francesca uscì, papà mi disse:

Sai, Bianca, ho sempre pensato che viviamo solo per noi. Lavoro, bollette, fare la spesa, comprare le cose. E invece no.

E invece cosè?

Mi guardò serio:

È fermarsi a vedere chi hai accanto. Chi non si aspetta più niente, nemmeno uno sguardo. E tendere la mano. Solo perché è una persona, e sta soffrendo.

Ho annuito. Mi tremava la voce, però sorridevo.

Dopo sei mesi, la signora Francesca non era più solo nostra ospite: era parte di noi. La sua vita aveva di nuovo un senso.

E io ho capito la cosa più importante: la felicità non sta nei gesti eclatanti, ma in quelli piccoli. Nei gesti per cui nessuno applaude, che fai senza pensarci troppo. Quando ti fermi un attimo invece di tirare dritto.

Fermarsi e vedere chi ha dimenticato cosa vuol dire calore. E ricordarglielo: sei qui, sei importante. Bastano un mandarino, una parola, per cambiare una vita. Perché siamo tutti esseri umani. E abbiamo bisogno luno dellaltro.

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