Il profumo della casa di riposo
Lo sai di cosa sento lodore qui? Di casa di riposo. Di canfora e vecchiaia. Non ce la faccio più.
Francesca stava alla finestra, lo sguardo perso nel cortile condominiale dove la gatta della vicina attraversava con passo attento una pozzanghera. Le parole di suo marito arrivarono ovattate, come lontane, e per un momento non si voltò. Poi però lo fece.
Andrea era al centro della cucina, freschissimo nella sua camicia azzurra. Quella stessa camicia che lei gli aveva comprato ad aprile, al mercatino di Piazza delle Erbe, perché lui aveva detto che gli serviva qualcosa di leggero e che non si stropicciasse troppo. Lei laveva scelta con cura, toccando i tessuti, chiedendo alla signora del banco la composizione. Lui nel frattempo era rimasto in macchina ad ascoltare la radio.
Mi stai ascoltando? domandò lui.
Sì, ti sento, rispose Francesca.
La sua voce era piatta, inaspettatamente controllata persino per lei.
Andrea appoggiò sullo sgabello la sua borsa sportiva, quella grande e blu, con il logo sbiadito di una vecchia squadra. Francesca conosceva quella borsa: stava dimenticata nello sgabuzzino, sotto gli scarponi da sci che non tiravano fuori ormai da otto anni.
Me ne vado, disse lui. Lo sappiamo entrambi che era da tempo che dovevamo farlo.
Francesca guardò la borsa, poi le sue mani. Erano ferme, non si stringevano la camicia, non evitavano il suo sguardo. Aveva deciso già, molto tempo prima. Stava solo dicendo a voce ciò che era già accaduto.
Sì, da tempo, mormorò lei.
Esatto. Andrea fece spallucce. Non voglio discussioni, basta… Siamo diversi. Tu sei sempre qui, con mamma, con le cure, con tutto questo odore. Io non ci riesco più.
Lodore. Cinque anni. Cinque anni che si alzava alle sei, quando la signora Maria, la madre di Andrea, si svegliava, perché così facevano i corpi malati, secondo regole tutte loro. Cinque anni di olio di canfora, di pannoloni che ormai chiamavano delicatamente teli assorbenti, cinque anni di colpi di tosse e chiamate notturne allambulanza. Cinque anni in cui il suo lavoro rimaneva chiuso in fascicoli impilati nello studio, dove entrava sempre meno, perché il tempo non bastava mai, perché non cera nessun altro. Perché lo aveva detto proprio lui: Francesca, non cè nessuno, devi capire.
E lei aveva capito benissimo.
Te ne vai adesso? chiese solo.
Sì.
Va bene, disse Francesca.
Andrea la fissò, aspettandosi lacrime, magari urla, la domanda con chi?. Lei non gliela fece. Non perché non sapesse la risposta, ma perché in quel momento era irrilevante.
Andrea prese la borsa, restò un istante immobile sulla soglia.
Lascio le chiavi sul mobile in ingresso.
Lasciale pure annuì lei.
Il click della serratura, poi il portone dingresso, quattro piani a scendere, un suono che Francesca avrebbe riconosciuto fra mille. Seguì un silenzio irreale, quel tipo di silenzio che si avverte soltanto quando si realizza che il brusio di fondo in TV o nella tua testa è finito, e solo allora ti accorgi di quanto fosse costante.
Francesca fissò le chiavi sul mobile poi lo sgabello dove poco prima cera la borsa. Non cera più niente.
Tornò in cucina e aggiunse altra acqua nella moka.
Cinque anni prima, la signora Maria aveva avuto un ictus durante il pranzo di compleanno di Andrea. Lei aveva fatto una torta alle ciliegie, la signora Maria aveva detto buona, poi aveva lasciato cadere la forchetta e laveva fissata con occhi che non aveva mai visto. Francesca aveva chiamato subito il 118, era salita sullambulanza, le aveva stretto la mano, che ormai non ricambiava la stretta.
Andrea quella sera era a una cena aziendale. Aveva risposto solo al terzo squillo.
Poi il referto: paralisi parziale della parte sinistra, lunga riabilitazione. Serviva assistenza costante, mogli che lavorano da casa meglio di altre. “Hai i progetti, Francesca, mica il lavoro vero.” Lei non aveva ribattuto. Aveva impacchettato con ordine i suoi disegni, chiusi negli scatoloni, dimenticati nello studio.
Fatta la moka, Francesca si versò il caffè, di nuovo alla finestra. La gatta della vicina era sparita. Rimaneva la pozzanghera.
I primi tre giorni dopo che Andrea se ne era andato non uscì quasi mai di casa. Non era che non potesse, più che altro non sapeva dove andare. Il corpo, ormai abituato alla disciplina: sveglia alle sei, terapie alle sette e trenta, colazione alle dieci, pranzo alluna, un po daria alle quattro sul balcone, a letto alle sette. Tutto svanito, il corpo come spaesato, senza scopo.
Girava per le stanze guardando gli oggetti. La carrozzina contro la parete del salotto, i pacchi di pannoloni sotto il letto, la scatola dei farmaci in corridoio, etichettata di suo pugno: “mattina”, “sera”, “pressione”. Maria era morta da tre mesi, serenamente nel sonno, ma tutto era rimasto come prima. Andrea non aveva mai toccato niente, e a lei mancava la forza.
Al quarto giorno prese tre sacchi neri e iniziò.
Lavorava metodica, senza fretta. I pannoloni, le traverse, i tubi, i guanti, tutto via. Poi i farmaci, uno a uno. Poi la carrozzina, la fatica più grande: ricordava le passeggiate davanti casa, Maria che fissava gli alberi come solo chi sa di vederli per lultima volta. Francesca la smontò il più possibile e la portò nella discarica condominiale in tre viaggi.
Dopo, una doccia bollente che sembrava non finire mai.
Si guardò allo specchio come non faceva da tempo. Vide se stessa, non più la badante, né la moglie, né la nuora-non-di-sangue: solo una donna di cinquantadue anni dai capelli umidi con qualche filo bianco lasciato crescere, perché non aveva tempo né motivo di tinterseli.
La mattina del quinto giorno chiamò il parrucchiere.
La ragazza si chiamava Giulia, aveva una trentina danni, le mani veloci e precise. Quando Francesca spiegò che voleva tagliare e alleggerire un po il colore, Giulia non fece domande inutili. Solo le lanciò quel tipo di sguardo riflessivo che hanno i bravi medici.
Il suo colore naturale è molto bello, disse piano. Possiamo fare dei colpi di luce: i fili bianchi spariscono come macchie e restano parte dellinsieme. Taglio corto, ma lasciamo scoperto il collo. Sa, ha un bel collo.
Faccia lei, rispose Francesca.
Restò due ore sulla poltrona, osservando la donna nuova, o forse semplicemente ripulita di tutto quello che negli anni passati si era accumulato sulla sua pelle senza quasi accorgersene.
Quando uscì, sentì il vento di ottobre spettinarle il taglio corto e si rese conto che era da anni che non sentiva il vento fra i capelli. Troppo presa, sempre di corsa: farmacia, medico, casa.
Quella mattina invece acquistò un caffè da asporto e camminò e basta.
Il divorzio durò quattro mesi.
Andrea comparve in tribunale con un legale giovane, brillante, quello sguardo che mira oltre la sala. Lei era sola. Non fu per orgoglio, ma perché non voleva combattere per nulla.
La seconda udienza Andrea arrivò con lei.
Lei la notò subito nel corridoio: sui trentacinque scarsi, capelli chiari legati, cappotto a quadri e tacchi alti. Stava per conto suo, occhi fissi sullo smartphone. Andrea si avvicinò a Francesca e quellaltra le lanciò solo unocchiata rapida, distratta. Lo sguardo neutro che si riserva agli sconosciuti.
Francesca archiviò la scena quasi con curiosità. Nessuna sfumatura di trionfo, solo estraneità.
Francesca, mormorò lui. Volevo parlare dellappartamento.
Non serve, tagliò lei.
Ma
Andrea, lo guardò dritto negli occhi a me interessa lo studio. Quello che era già mio, prima. Solo quello. Casa, macchina, tutto il resto come vuoi.
Lui rimase sorpreso.
Sei sicura?
Sì.
Il legale scribacchiava, Andrea non trovava le parole. Lei leggeva il sollievo misto a incredulità. Avrà pensato che si sarebbe attaccata alla casa, avrebbe elencato i sacrifici, tirato fuori Maria. Non lo fece. Non perché non potesse, ma perché non voleva altri confronti. Niente giustificazioni e nemmeno lacrime, che ancora non arrivavano, ma che sentiva nascoste nelle ossa.
Lo studio stava in Via delle Magnolie, secondo piano di un vecchio stabile, ventidue metri quadri con soffitto alto e una grande finestra a nord. Francesca lo aveva acquistato a trentanni appena laureata, con i risparmi accumulati per tre anni. Il suo tavolo da disegno era ancora lì, vecchio e fedele, le scaffalature coi progetti, i vasi di piante che erano sopravvissuti senza capricci, quasi indifferenti al tempo passato.
Fu lì che passò la prima notte, dopo che il giudice firmò i documenti.
Sdraiata sul divano-letto, fissando il soffitto, a chiedersi: e adesso?
Non cera risposta. Ma, stranamente, questo non faceva più paura.
Fece la prima telefonata allo studio di paesaggismo Verde Abbraccio, dove aveva lavorato anni prima. La segretaria la riconobbe, gioiosa. Le passò il titolare, il geom. Paolo Gentili, che fu gentile e cortese, si ricordava bene soprattutto del progetto per il parchetto dellospedale pediatrico. Ma chiuse la chiamata con onestà: Francesca, cinque anni sono unera ormai. Sono cambiati software, clienti, metodi. Ci servono persone operative da subito…”.
Capisco, rispose lei.
Se le cose cambiano ti chiamiamo.
Sapeva che non lavrebbero fatto.
La seconda telefonata andò a una collega che era diventata sua amica, Marta. Felice di risentirla, certo, ma anche lei dopo pochi minuti scivolò nel discorso: “Oggi serve altro, sai, la concorrenza, i giovani”.
Al terzo tentativo Comune, settore verde pubblico rimase in attesa per sempre. Alla fine dissero che il personale era al completo.
Francesca chiuse il cellulare e si trovò a guardare le foglie nude di novembre, dietro la finestra. Passanti chini sotto le giacche, pochi sguardi, tutti persi nei pensieri. Cinque anni erano volati dentro, ma fuori le avevano presa il posto. Qualcun altro ora occupava il suo spazio lasciato sospeso con cura.
Aprì il portatile, si immerse fra nuovi programmi di progettazione del verde, vide tutorial di notte, prese appunti. Cose ignote, altre note ma con altri nomi.
A dicembre trovò lavoro. Non quello che aveva sognato, ma un lavoro reale: aiutante in un piccolo vivaio in periferia. La titolare, zia Pina nome che le fece quasi sorridere era una donna minuta, concreta, che valutava persone e cose in un solo modo: se sono utili.
Se la cava coi fiori? domandò al primo incontro.
Sì.
Allora vada. Lo stipendio è piccolo, però il lavoro è vero.
Aveva ragione. Francesca arrivava per le otto, piantava talee, rinvasava, consigliava i clienti. Non era perfetto, ma era vivo. Le mani nella terra, lodore umido di muschio e torba, file regolari di vasi dove qualcosa cresceva.
Fu proprio al vivaio che sentì parlare della serra.
Zia Pina menzionò quasi per caso che in via del Fiume cera una vecchia serra abbandonata, che il nuovo direttore cercava disperatamente qualcuno, ma nessuno si presentava.
Francesca ci pensò su per giorni. Una domenica, prese il cappotto e andò.
La serra era nel fondo di un vecchio giardino, nascosta dagli alberi. Il primo colpo allocchio fu il vetro: tanto, sporco, dominato da ombre e riflessi. La struttura metallica, ormai mangiata dalla ruggine, alcune sezioni coperte di compensato. Il sentiero dingresso sepolto dalle foglie.
Ma dentro.
Appena aperta la pesante porta, il caldo e lumidità le investirono la pelle. E rimase ferma, a guardare.
Un vero caos, ma vivo. Le piante crescevano libere: alcune si arrampicavano verso la luce, altre si appoggiavano luna sullaltra, una liana avvolgeva un vecchio palo e saliva quasi al soffitto. Alberelli di mandarino, vasi di palme cresciute a dismisura, orchidee dimenticate che spuntavano qua e là, quasi come in una giungla spontanea.
Qualcosa in lei, compresso e sopito, si schiuse.
Ha appuntamento?
Francesca si voltò. Dal corridoio laterale arrivava un uomo anziano, maglione ai ferri e occhiali sulla fronte. Piccolo, con una barba incolta e mani abituate al lavoro.
No, rispose. Scusi, lho vista da fuori Se sto disturbando, vado via.
Ma no, disse. Sono Baldini, il direttore, almeno così mi chiamano.
Francesca Bellini. Sono architetto paesaggista.
Una lunga pausa.
Ah, architetto addirittura.
Con una pausa di cinque anni.
Lui la guardò, non giudicava: pensava.
Vieni, ti faccio vedere.
Rimasero due ore. Baldini spiegava come era una volta, che cosa cera, cosa avevano provato, cosa non funzionava. La serra chiusa da sette anni per messa a norma, poi un cambio di direzione, poi più nulla, lasciata a metà fra esistenza e abbandono.
Baldini riusciva a venire tutti i giorni. Innaffiava, concimava, controllava le temperature. Da solo.
Posso dare una mano, disse Francesca.
Soldi niente, almeno per ora.
Limportante è lavorare.
Lui la fissò.
Allora giovedì. Vieni.
Da allora, ogni giorno. Mollò il vivaio, zia Pina non protestò: Meglio, testa e mani non sono fatti per i vasetti.
La serra divenne il suo progetto, il primo vero da cinque anni.
Partì inventariando: ogni pianta, stato di salute, esigenze. Tre settimane di appunti, meticolosa come un tempo nei progetti. Poi le idee di spazio. La serra aveva quasi quattrocento metri quadri, ma dentro era tutto sparso senza logica.
Francesca tracciava schemi su grandi fogli la sera, nello studio, a matita come alluniversità.
Baldini guardava e annuiva.
In questa zona metterei gli agrumi, spiegava lei. Hanno bisogno di unaria meno umida, stanno bene insieme. Mandarini, limoni, kumquat. E fanno profumo.
Eh, il profumo dinverno, quando entri e fuori gela
E qui, in centro, le palme restano. Danno altezza, imponenza. Sotto, arbusti tropicali. Si può fare un sentiero.
Sentiero? Bello. Così la gente si muove.
La gente verrà, vedrà.
Era una certezza, non una consolazione. Dove cè uno spazio pensato per le persone, le persone vanno.
Linverno passò in lavori. Francesca procurava piante, qualche soldo le restava dal divorzio, non molto ma abbastanza. Trovava artigiani, riparava vetri, gestiva fornitori. Baldini era il tuttofare, parlava alle piante con la stessa naturalezza di chi non si vergogna di amare davvero.
A gennaio chiamò finalmente la sua vecchia amica Lucia.
Lucia era stata la migliore fra le sue amiche al tempo delluniversità. Prima la cercava spesso, poi aveva smesso, vista linesauribile risposta: Mamma di Andrea, non posso.
Quando Francesca chiamò, Lucia rimase sorpresa, poi disse solo:
Sei viva?
Viva.
Menomale Dove sei ora?
In cucina a mangiare tortellini. Vieni subito!
E infatti quella sera Francesca andò. Chiacchiere, tè, poi qualcosa di più forte. Francesca raccontò tutto e Lucia solo ascoltava, qualche commento basso: “Capisco”, “Eh, già”. Era quello che serviva. Solo ascolto.
E Andrea? chiese Lucia alla fine Sa che lavori in una serra?
Perché dovrebbe?
Boh, domanda mia. Lucia fece spallucce e aggiunse: Tu come stai davvero?
Francesca ci pensò.
Bene, credo. È la prima volta che mi sento semplicemente bene.
Lucia annuì e cambiarono argomento.
A febbraio successe una cosa nuova.
Francesca portò in serra vasi di gerani e un grosso cespuglio di rosmarino trovato in offerta. Baldini era nel retro, e lei sistemava i vasi cercando la disposizione giusta. Qualcuno entrò un uomo sui cinquantotto anni, giacca, tablet stretto sotto il braccio, spalle larghe e occhi che soppesavano ogni cosa.
Scusi, Baldini cè?
In fondo, dietro le palme.
Grazie. Luomo osservò la serra. Sta diventando bella, qui. Sei mesi fa era irriconoscibile.
Già.
Merito suo?
Nostro, mio e di Baldini.
Ma lidea è sua, mi sembra evidente.
Cambiò espressione, capiva davvero.
Lei chi è?
Marco Rossi, ingegnere. Lavoriamo sul tetto, sezione terza e settima, problemi di infiltrazione.
Terza e settima, confermo.
Come fa a saperlo?
Sono qui ogni giorno.
Poi andò a cercare Baldini, tornò venti minuti dopo. Stavolta invece di andarsene si fermò:
Una domanda: quei mandarini laggiù, fioriranno in primavera?
Se tiene la temperatura costante, vedrà le gemme in fretta.
Come mi accorgo?
Le gemme si gonfiano, verdissime. Dopo tre settimane cominciano a fiorire.
Grazie.
Baldini tornò compiaciuto.
Uno bravo, Marco. Lavora bene, soprattutto nei cantieri storici. Gli piace questa serra, anche dal punto di vista tecnico.
La settimana dopo Marco ricomparve, stavolta più tranquillo. Girava nella serra osservando le strutture, prendeva appunti. Francesca lavorava a pochi metri, lui chiuse il giro:
Scusi
Si figuri.
Silenzio.
Lei prima di questo lavoro cosera?
Paesaggista. Spazi pubblici.
Si vede.
Da cosa?
Dal modo in cui distribuisce le piante. Pensa anche ai movimenti, non solo alla bellezza.
Francesca sollevò lo sguardo.
Lei ha esperienza?
Solo marginalmente. Faccio strutture, ma dopo ventanni impari a ragionare anche sugli spazi.
Baldini lo chiamò altrove. Francesca rimase a riflettere: da quanto nessuno commentava più il suo lavoro, e in modo preciso, concreto. Non solo “che bello, i fiori”, ma che valore ha quello che faccio?
A marzo arrivarono i primi visitatori. Appesero unavviso sui cancelli e in due gruppi social in città: Serra di via del Fiume, apertura straordinaria.
Il primo giorno arrivarono in sette. La settimana seguente in trenta. Gente che camminava sui nuovi sentieri, odorava gli agrumi, fotografava le palme. Unanziana si fermò davanti al rosmarino: “Ce laveva anche mia nonna, preciso!”. Francesca e Baldini si scambiarono uno sguardo.
Sta funzionando, disse lui sottovoce.
Sì, funziona.
Ho parlato con la Direzione. Cè una piccola posizione per lei. Ufficiale.
Di che ruolo?
Responsabile del verde. Fa effetto dirlo, ma è quello che fa già.
Va bene, sorrise Francesca.
Il peso di quel “va bene” era nuovo: non un compromesso, ma la coscienza che qualcosa, finalmente, davvero andava bene.
Ad aprile Marco la invitò a bere un caffè fuori.
Non fu romantico: Di là cè un bar ottimo e lei lavora qui da unora senza sosta.
Marco aveva una figlia in unaltra città, il matrimonio finito da anni, lavori sempre diversi perché tutte le strutture raccontano una storia.
Ma perché si occupa solo di edifici antichi? domandò Francesca.
Sono storie. Ogni posto è il risultato dellidea di qualcuno, degli errori, dei rimedi, dei salvataggi. È un dialogo lungo un secolo o più.
Lei restò in silenzio.
E la serra?
La serra è unica. Il dialogo continua, è vivente.
Sentì il suo sguardo posato su di lei: attenzione sincera, senza urgenza.
Parlarono a lungo, poi Marco laccompagnò sino al cancello.
Domani controllo la sezione terza, mi serve un documento tecnico.
Va bene.
La osservò allontanarsi. Francesca pensava soltanto: Da quando con una persona mi sento così, leggera? Non perché fa, ma perché cè.
Lucia, a cui ne parlò a maggio, si mise a ridere:
È serio?
Lucia
Cosa Lucia? Sto chiedendo.
Davvero non lo so.
E lui?
Neanche chiesto.
Francesca Bellini, hai cinquantadue anni!
Cinquantatré, ormai.
Peggio! Allora chiedi, no?
E risero insieme, e ridere così senza permesso era una vera gioia.
Le notizie su Andrea le arrivavano di rimbalzo, dagli amici comuni, con quel timbro prudente di chi non sa mai se raccontare o meno.
Telefono da Giuseppina, la vicina dello stabile vecchio:
Non vorrei impicciarmi, però, hai sentito?
Cosa?
Quella, la sua nuova, è andata via. Ha fatto le valigie a maggio e ha lasciato casa. Dicono per via dei figli, certe cose.
Capisco, grazie.
Poi la telefonata di Gabriele, ex collega di Andrea, ancora in contatto con entrambi.
Francesca, allora… insomma, Andrea ha lasciato la ditta. Non da ieri, sono tre mesi che non ti dicevo nulla. Chiamava spesso. Va in difficoltà.
E perché me lo racconti?
Boh, forse non centri scusa.
Francesca chiuse la telefonata e tornò al lavoro in serra. Era giugno, fuori esplodevano le fioriture, dentro i condizionatori rombavano, i mandarini cadevano, le palme restavano immobili e fiere.
Anna usava lannaffiatoio, seguendo i sentieri che aveva tracciato.
Pensava mai ad Andrea? Sì, a volte. Non spesso. I bei ricordi cerano anche loro, specialmente allinizio. Ma dopo la lunga catena di piccoli compromessi che alla fine fanno perdere il rispetto e la voglia di chiedersi come stai?. Anche lei aveva smesso di essere visibile, immersa nella cura e nel senso del dovere.
Ma quelle parole il profumo della casa di riposo
Si fermò davanti al limone, toccando le foglie lucide, forti, piene di vita.
Quella frase era stata crudele. Non una confessione innocente, ma un modo per ferire e lasciarle il senso di colpa per la sua fuga.
Poi sollevò lannaffiatoio e proseguì.
Marco veniva ogni tanto in serra, sia per lavoro sia per parlare con Baldini o con lei. Le loro conversazioni passavano dal lavoro alla città, ai libri (diversissimi gusti). Una volta portò un fico dal mercato: “Mi pareva giusto, magari si pianta”. Baldini era entusiasta, Francesca spiegava i dettagli tecnici, e notava che Marco si interessava davvero. Ascoltava, non solo aspettava di parlare.
In luglio, andarono insieme a una mostra di architettura in centro. Marco conosceva quasi tutti gli espositori e raccontava la storia di ogni edificio, i problemi, le soluzioni trovate niente retorica, solo vita vera.
Da quanto fai conservazione?
Dalla quarantina. Prima solo cose nuove. Poi ho scoperto che lantico è molto meglio.
Perché?
Perché ci fa capire gli errori veri quelli umani, non quelli dei calcoli. Studiare un vecchio progetto ti avvicina molto più di quanto pensassi a chi lha progettato un secolo fa. È una sensazione strana, ma bellissima.
Francesca ci pensò a lungo: forse, anche col proprio passato bisognerebbe fare lo stesso. Non giudicare, ma provare a capire.
Agosto fu infuocato. La serra diventava luogo di meta, scolaresche, laboratori per bambini, le file alla porta. Uninsegnante organizzò una serie di incontri di botanica. Baldini era fiero:
È tutto merito tuo.
È nostro, diceva sempre lei.
Ma lidea è tua, io ho solo portato acqua.
Ridevano. Poi Francesca si metteva al computer, stava già preparando il progetto per lallargamento: nei locali contigui si potevano fare spazi didattici e laboratori. Servivano fondi, ma aveva trovato due bandi e Baldini leggeva i regolamenti con aria sapiente e grata.
Settembre. Telefonata di Andrea, un venerdì sera.
Aveva ancora il suo numero, non ci aveva pensato a cancellarlo. Vide Andrea sul display, attese qualche secondo.
Pronto.
Francesca sei occupata?
Sì. Cosa cè?
Nulla, solo vorrei vederti.
Perché?
Devo parlare di persona. Ci possiamo vedere?
Lei si affacciò alla finestra dello studio: sera di settembre, la gente tornava a casa, nessuno si fermava.
Andrea, di cosa dovremmo parlare?
Di tante cose. Ho bisogno che tu mi ascolti.
Ti sto ascoltando adesso.
No, di persona. Ora la voce era diversa, più supplice che nei toni decisi di quel lontano mattino. Posso venire da te? Lavori ancora dove?
Serra di via del Fiume. Orari del pubblico.
E riattaccò.
Lui venne in ottobre. Un martedì qualsiasi, a mezzogiorno e mezzo. Francesca era nella sala centrale, sistemava i supporti per le orchidee. Sentì i passi, nuovi in quello spazio.
Andrea avanzava sul sentiero. Nelle mani un mazzo di crisantemi, appena comprati in qualsiasi fioraio sulla strada.
Francesca lo guardava, pensava ai suoi cinquantasei anni, qualche chilo in più, occhi spenti. Quando se nera andato portava con sé un sollievo che ora era scomparso.
Ciao, disse lui.
Ciao.
Si guardò intorno.
Qui è veramente bello.
Lo so.
Le porse i fiori, impacciato come chi non è abituato a tenere regalare.
Questi sono per te.
Francesca prese i crisantemi.
Grazie. Vieni, cè un tavolo qui.
Si sedettero: area piccola, due poltroncine di vimini, tavolino basso, qualche rivista di giardinaggio. Baldini si dileguò con signorilità.
Stai bene, osservò Andrea, Davvero.
Grazie.
Sei diversa. Cioè più viva. Prima eri assorbita da mamma e dalle cure. Ora sei unaltra persona.
Sono sempre io.
No, disse piano. Non è vero.
Lei stava zitta. Pensando alle piante di mandarino e a cosa lui sarebbe venuto a dire.
Francesca, esordì. So cosa ho fatto, e so cosa ti ho detto allora. Era ingiusto.
Sì, lo era.
Non capivo cosa stavo facendo. Volevo altro, mi sentivo soffocare. In verità Si interruppe.
Hai avuto paura, suggerì lei.
Lui la guardò davvero.
Paura di cosa?
Di invecchiare, rispose calma. Di vedere la malattia, la vita reale, non quella dei cartelloni pubblicitari. È umano.
Non sapevo che anche tu lo pensassi così.
Prima non lo pensavo, col tempo ci sono arrivata.
Stette zitto a lungo. Fuori si sentiva solo il vento sulle foglie.
Fra, da anni non la chiamava più così, solo Francesca , io vorrei tornare. So che sembra assurdo. Ma te lo chiedo: almeno pensaci.
Francesca lo guardava. Sapeva la risposta, laveva dentro già da tempo, mancava solo il momento di dirla.
Andrea, non sono arrabbiata. Non più. È passato tutto. Quello che sento ora è… comprensione. Non sei un mostro. Hai scelto, come hai saputo.
Quindi cè speranza?
No.
Ci mise un po prima di ribattere.
Perché?
Perché io ho scelto altro.
Cosa?
Questo, rispose lei, indicando la serra. Questo lavoro, questo spazio, queste piante. Me stessa.
Lui rimase in silenzio. Capiva che non era per ferirlo né per esibizione, solo la verità.
E quelluomo Baldini mi ha detto che cè un ingegnere che viene qui.
Baldini parla tanto, rispose pacata.
Tu stai con lui?
Andrea non sono affari tuoi ormai.
Chinò la testa.
Capito.
Sono contenta che tu sia venuto, disse lei, non per la conversazione. Ora è davvero finita.
Sei stata la moglie migliore che potessi avere, mormorò. Ho solo sbagliato a capirlo.
Lo so. Si alzò. Ora devo lavorare. Vuoi una visita in serra? Cè tanto da vedere.
Anche lui si tirò su. La guardò a lungo: quella donna che aveva conosciuto ventanni e che ora, in quella luce invernale tra gli alberelli di mandarino, era completamente serena.
No, grazie. Me ne vado.
Buona fortuna.
Lui si incamminò, poi si girò.
Francesca, tu Ma non finì. Buona fortuna.
A te.
La porta si chiuse.
Francesca restò un momento a fissare i fiori. Cercò un vaso alto, mise acqua e sistemò il mazzo. I crisantemi durano molto, se li si tratta bene. Sono fiori forti.
Baldini apparve col solito entusiasmo indifferente: la serra amplificava ogni suono, di certo aveva sentito tutto.
Un po di tè?
Volentieri.
Sedettero lì e Baldini cominciò a raccontare delle farfalle degli agrumi che si potevano introdurre in serra durante lestate, se si organizzava bene. Francesca ascoltava e intanto pensava che sarebbe piaciuto ai bambini.
Ottobre scivolò via nel novembre. Francesca lavorava allespansione del progetto, i documenti per il bando erano andati bene: arrivò una prima approvazione, e Baldini per la gioia portò una torta a sorpresa. La mangiarono fra piante, e quando Francesca trovò briciole sui disegni risero fino alle lacrime.
Marco iniziò a passare più spesso, anche senza pretesti tecnici. Un giorno portò il vin brulé in un termos.
Perché novembre è novembre, spiegò.
E se fossi astemia?
Non lo sei.
Risero insieme.
Restarono nelle poltrone di vimini, guardando il parco spoglio da dietro ai vetri. Marco versava il vin brulé nei bicchierini, lodore di spezie e arancia si mescolava a quello dei mandarini.
Mi racconta del progetto di ampliamento? chiese lui.
Così Francesca spiegava, mostrando disegni, analizzando soluzioni. Lui le faceva domande vere, tirava fuori il tablet e mostra alcuni dettagli: Qui servirebbe un doppio vetro, così risolviamo la condensa come fanno in Finlandia. Era un dialogo tra pari, finalmente.
E le strutture portanti reggerebbero un nuovo piano?
Mi serve calcolare, ma secondo me sì. Vuoi un calcolo preliminare?
Certo.
Poi Marco la fissò, non i fogli.
Francesca Bellini, disse.
Sì?
Mi piace parlare con te.
Francesca rimase in silenzio un attimo.
Anche a me.
Fuori, qualcosa cambiava. Guardò meglio.
Neve.
La prima neve cadeva leggera, fiocchi che quasi si scioglievano ma tingeva le panchine e i rami nel parco. La luce, improvvisamente bianca e smussata.
Nevica, disse Marco.
Sì.
Osservavano. Francesca stringeva tra le mani la tazza di vin brulé, il calore che si propagava nelle dita, fuori il freddo primo della stagione, ma dentro la serra cera vita. E quello era il senso di tutto: trovare uno spazio dove, anche mentre fuori arriva il gelo, dentro qualcosa cresce e fiorisce.
A che pensi? domandò Marco piano.
A cose belle.
Guardò la neve, i mandarini, le orchidee in fondo, le palme alte che sfioravano il soffitto di vetro dove le gocce si depositavano bianche e leggere.
Sì, a cose belle, disse.
Marco non disse nulla. Versò un altro po di vin brulè. Restarono vicini, nella serra calda, a guardare il primo nevicare dinverno.




