Urca, quanto sei burbero, Vincenzo Bianchi! Non per niente ti chiamano Il Lupo Solitario! Macché, anche a strapparti un sorriso bisogna pregarti. Basta guardarti che viene la pelle doca Ma than mica messo nel congelatore, oppure cosè che ti rende così? Non ti piace proprio vivere, eh?
La Peppina ci provava ancora a parlargli, ma Vincenzo ormai non ascoltava più. Mise in silenzio le sue cose nella busta, lasciò il piccolo alimentari al centro del paese e si avviò verso luscita.
Ma tua figlia Elena è tornata dalla madre in questi giorni, lo sai? Col bimbo. Vincenzo, ma se fosse tuo davvero, quel ragazzetto? Lo lasci così senza padre a girare per il mondo? È spiccicato a te!
Quelle parole lo colpirono proprio sulla soglia e mancò poco a inciampare sullo scalino. Non si girò. A che scopo? Tanto niente da dimostrare. E non aveva mai sopportato di mettere la sua vita in piazza. Qua tutti sanno tutto di tutti, quello che ignorano se lo inventano. Non riuscirebbe mai a spiegare tutto. E nemmeno serve, in fondo. Sono fatti loro, suoi e di Elena. Gli altri stiano al loro posto.
Il sole, già caldo come a Ferragosto, lo baciò in faccia e Vincenzo chiuse gli occhi. Le palpebre calarono pesanti, facendo del suo volto quasi una statua. Fece due passi senza vedere, finché non lo svegliò il grido di un bambino:
Occhio!
Un ragazzetto fece le scale su al negozio e raccolse due cuccioli che giocavano sugli scalini.
Non li schiacci, per favore!
Il naso un po spelacchiato, occhi scuri e profondi come certi che si vedono da queste parti, orecchie leggermente sporgenti come le sue. Uguale! Non per niente le comari del paese ci ricamano sopra. Però Vincenzo sapeva bene che non era suo figlio. Parente, forse, ma non così stretto.
Non vuole un cucciolo? Vede che zampe ha! Come un lupo! Forte, diventerà!
Vincenzo riuscì solo a scuotere la testa in risposta, poi si allontanò svoltando non nella stradina che gli serviva, ma in quella più vicina. Là, le forze lo abbandonarono del tutto. Si appoggiò al muro alto di casa Rossi, cercando di respirare come veniva.
Perché a lui? Perché era tornata Elena, e perché con quel ragazzino? Se fosse andata diversamente, magari sì Si sarà lasciata pure da Oreste?
I pensieri si rincorrevano, il cuore accelerava e bruciava, come sette anni prima. Tutto ricordava, quel cuore maledetto! Ma non ci si può ordinare di smettere di sentire. Magari si potesse.
Giuseppina Smiraglia, passando per caso, si avvicinò rapida:
Vincy! Coshai? Ti senti male? Aspetta che ti aiuto! Vuoi che chiami Tullio?
Le sue mani calde sulle spalle lo fecero riaprire gli occhi.
Non serve, Peppi, grazie! Passa solo ora vado
Dove credi di andare! Dai, appoggiati a me Piano piano Forza! Dai, quanto pesi, Mamma mia Vincenzo! Non devi far così, il cuore non è di pietra! Poi che dicono, che non bado a te? Sei pure mio paziente! Ora ti sento la pressione e ti faccio una punturina, ti sistemo in un attimo, vedrai! Su, cammina
Le gambe non volevano saperne, ma Giuseppina aveva la forza di un bue. Lo trascinò letteralmente nel suo cortile, chiuse il cancelletto con un calcio e gridò:
Tullio! Vieni giù!
Poi Vincenzo ricorda poco. Si risvegliò che era già sul divano in casa Smiraglia. Qualcosa di morbido gli premeva sul petto. Credette fosse finalmente successo, linfarto. Ma aprì gli occhi, sorrise debolmente e si tranquillizzò.
La gatta della casa, Fiammetta, coccolava i suoi gattini rannicchiati sul petto di Vincenzo.
La nostra Fiammetta ci azzecca sempre con i buoni, hai visto? Se ti ha portato i piccoli, vuol dire che sei bravo, Vincy commentò Giuseppina, lasciando correggere i compiti alle figlie e dedicandosi a lui.
Ecco, va meglio! Sei quasi come un cetriolo appena raccolto! Il polso è tornato buono, tranquillo. Non farmi questi scherzi, Vincenzo! Qui gli operatori non arrivano mai in tempo, se hai certe idee falle passare. È troppo presto, per certe cose E poi, a chi la lasci la tua Zaira e il tuo Leone?
Che affari ho io, Peppi? Solo Zaira e Leone mi son rimasti
La vacca tua non ce lha nessuno, ammettilo! Ne serve uno che la tratti bene. Se ti metti a star male pure tu, dove va a finire?
Solo in quel momento notò che le persiane era tirate e il salotto rischiarato.
Ma che ore sono, Peppina?
Sdraiato! È tardi. Stasera resti qua. Già ho visto Zaira, è tutto a posto.
Giuseppina chiuse lo stetoscopio, diede una carezza distratta al marito e andò a preparare in cucina, mentre Tullio si avvicinava a Vincenzo.
Malaccio?
Abbastanza. Non so nemmeno io cosho.
Lo so io. Elena.
Non scavare, Tullio, lasciami stare Vincenzo si voltò, e si trovò davanti gli occhi verdi della gatta.
Lo sa anche Fiammetta che tu non stai bene rise Tullio, accarezzando la gatta. Gli animali capiscono più di noi. Mica ragionano, vanno distinto. E tu, tutto chiuso così Quanto resisti? Ricordo che una volta non hai chiesto permesso per aiutarmi tu. Ora lasciami ricambiare. Dagli almeno sfogo a tutto questo.
Ma come puoi aiutarmi?
Mia nonna diceva: se sei pieno di dolore, urlalo a qualcuno, sennò scava una buca e urlaci dentro, meglio che tenerlo in pancia. Ti mangia il fuoco dentro.
Lo so, ma questo non lo racconterei nemmeno al prete…
Vincy, dai, da che ti conosco? Da quando sei venuto qui, in che anno in classe sei arrivato?
In seconda media.
Ecco, ormai cho i capelli bianchi, tu uguale, e ci nascondiamo pure i problemi Ma io questa volta ti ascolto, te lo prometto.
Vincenzo, accarezzando i gattini, sospirò:
Che ti devo raccontare, Tullio? Che mi vergogno, da uomo proprio. Ero innamorato perso di Elena, lo sai. Dal liceo Tornato dal militare, era sempre lei. Mi ha aspettato, lho sposata Anche tu ceri.
Lo so. Ma mai capito perché a un certo punto vi siete lasciati così. Lei in città e tu sullAppennino, a rintanarti nella cascina. Ricordo tua madre che vendeva la vacca e piangeva tutta matta.
Le avevo detto chero finita la storia. Ci hanno quasi diseredato allora
Ma non lasci nulla così, Vincy, raccontami.
Quando sono partito per affari in città, per la storia della fattoria, pensavamo fare tutto nuovo: cavalli, latte, accordo già fatto con la spa delle Terme… Era proprio Elena a volerla. Sapeva tutto di animali, suo padre era esperto Mi ha convinto ad andare in città a investire, trovare gente di riferimento. Son andato… Ma lei
Non raccontava mai niente. Qui le notizie corrono. E va bene che io non sono uno che spettegola, ma nulla si diceva di strano.
Eh, nessuno sapeva perché tutto è successo tra noi due, in casa. Non lo porti fuori una cosa così Vincenzo chiuse gli occhi, sospirò Scusami, Tullio, è dura. Ho taciuto per anni…
Ma con chi, santo cielo?
Con Oreste. Mio cugino. Vennero in paese con sua madre. Stavano lì con noi, quasi mezzo anno. Eravamo alla fine dei lavori in casa Tutto filava. Elena voleva figli, si provava ma niente. Poi abbiamo pensato, se viene, viene. E alla fine, arrivò Ma non per me
Ho visto quel ragazzino Simpatico forte. Tullio cercava di convincerlo Ma mica ci credo che Elena
Dubbi non ce ne sono, ho visto tutto. Erano in cucina, abbracciati e lui la baciava, lei non lo scostava la voce di Vincenzo si spezzò, Giuseppina si affacciò preoccupata.
Fermo, Vincenzo, ora una bella puntura e riposi, domani se nè una giornata nuova.
Vincenzo annuì, senza coprire le lacrime. Dopo la puntura, il sonno pesante lo catturò.
Tullio chiamò Peppina in unaltra stanza.
Sentito tutto?
Tutto.
Che ne pensi?
Che ora vado fuori due passi. Questa storia deve venire fuori, basta tormenti così Ho visto Elena ieri: è uno straccio, non cha colpa. Se ce lavesse, almeno sguardo basso. Invece ti fissa dritto, senza paura È ora di finire sta storia.
Dove vai?
Prima da zia Tamara, la zia di Vincenzo. Poi da Elena. Si sistemano le cose oggi, il cuore di Vincy non mi piace.
Peppina mette la giacca e va. Tullio si risedette sugli scalini, si accese una sigaretta e restò a pensare.
Strana la vita. Ti sembra di afferrarla per la coda, invece rimani con un pugno di piume e lei ti scappa via. Loro due, quante ne hanno viste! Perso pure un figlio, poi due gemelle arrivate che non ci speravi più. E la Peppina che si sentiva responsabile, essendo medico, e ora tutto il male del mondo le pesa di più. Aveva paura, ha vissuto la gravidanza sempre in ansia, chissà che non ricada questa paura ora vedendo il figlio di Elena che cresce senza un padre, la madre ombra di se stessa. Gli serve un padre il ragazzino, una spalla. In una famiglia, ce ne sono due. Qua invece ci rimettono tutti.
Tullio rimase a lungo fuori, ogni tanto controllava Vincenzo, che dormiva agitato. Ritornava poi al suo posto, avvolto nel plaid, finché non vide la Peppina tornare col primo chiarore. Il modo in cui entrò in cortile bastò a capire tutto.
Pesante?
Ah, Tullio Gli animali sono meglio degli umani, giuro!
Peppina pianse come una bambina, asciugandosi il viso con le mani, ma raccontò.
È figlio di Vincenzo, ne sono certa! Zia Tamara ha confessato tutto.
Ma come hai fatto?
Non lo so Forse ho colpito giusto. Sono andata da Elena prima, lei mi ha raccontato tutto. Quella scena in cucina, lei già incinta, e aveva paura a dirlo a Vincenzo. Temendo che andasse di nuovo tutto storto, dopo tre aborti. Non laveva detto a nessuno, nemmeno al marito! Birbanti, sono uguali! Tutto in silenzio, e si sono solo fatti male!
E Tamara?
Ah, lì il colpo di scena: Tamara da sempre invidiava la sorella, sua madre, perché sera presa il suo amore, e per vendetta orchestrò tutto. Fece sì che Oreste seducesse Elena, complice anche la rabbia e linvidia mai superata per la sorella sposata con luomo di cui era innamorata. Poi litigi, silenzi, e i genitori di Vincenzo si trovarono spezzati in mezzo senza colpe.
Peppina sbuffa, ora quasi ride per la rabbia.
Ma ti rendi conto? Bastava parlarsi! Invece, tutti zitti a rosicchiarsi dal dolore. Che rabbia! Adesso vado a spadellare, mi è venuta fame.
Oplà, magari pure un caffettino! Ho un crampo anchio
Vai, lavati almeno la faccia! Preparo due frittelline, che tra poco si alzano pure le bimbe, e cè da pensare a Vincenzo. Gli aspetta una mattinata bella tosta e un mucchio di cose da sistemare.
Il sole ormai illuminava le tegole e ne faceva oro. Vincenzo, ancora spossato, uscì nel cortile, accecato dalla luce, e sentì la voce:
Sei mio papà?
Il ragazzino stava sugli scalini, col cucciolo di cane stretto a sé.
Guardi che zampe! Diventa forte questo, come un lupo! Ci facciamo compagni?
Vincenzo si sedette vicino, accarezzò il cucciolo e guardò quegli occhi che erano i suoi.
Con delicatezza posò una mano sulla spalla del ragazzino:
Sì. Sono io, Sergio, tuo padre
Meno male! Dai, andiamo a casa. Mamma cucina qualcosa e la nonna è arrivata. Mi porta oggi coi cavalli. Posso venire?
E in quel momento, Vincenzo sentì una tensione interna che lo aveva tenuto fermo per anni rompersi, e dentro di lui tornò aria, voce, una gioia calma. Tolse dalle mani del figlio il cucciolo e, sorridendo:
Ma certo, andiamo. Abbiamo tante cose da fare insieme, figliolo. Proprio tanteIl ragazzino gli sorrise, stringendo il cane ancora più forte, e corse davanti, saltellando sugli scarponcini e chiamando:
Mamma! Mamma, hai sentito?
Vincenzo si alzò con un piccolo sforzo, sentì la schiena cedere ancora, ma ormai non aveva più paura. Respirò a fondo il profumo della terra umida, il canto dei merli dallolmo, i passi leggeri di Sergio che lo chiamava papà senza esitazioni. Giuseppina lo guardava dalla finestra della cucina e si asciugava gli occhi, fingendo di tagliare cipolle, e Tullio batté le mani sulla porta con aria di festa.
La porta si aprì e per la prima volta dopo tanti anni Elena rimase lì, esitante, la voce rotta ma dolce:
Sei tornato? Vieni, abbiamo bisogno tutti di te.
Entrando, Vincenzo passò accanto al vecchio specchio dellanticamera, vide la sua barba bianca, la pelle scavata e, per la prima volta, non si sentì solo. Dietro di sé, i passi leggeri del figlio e il rumore di piatti, il profumo del caffè, risate, vita. Quella famiglia tanto sognata adesso cera, ed era un pugno di voci accese, di pane caldo e zampe di cane sul pavimento.
Chiuse piano la porta dietro di sé. Sorrise, guardandosi intorno: la sua voce, dopo anni, trovò la strada e chiamò piano Elena e Sergio. E come un lupo che ha trovato finalmente la sua tana, si sedette al tavolo, circondato dai suoi affetti, pronto a ricominciare. Il tempo passato era solo passato; ora restava tutto il futuro, tra le mani, come una promessa.



