Cerco una donna di nome Alessandra.

Cerco una donna di nome Alessandra.

Era passato sotto un basso portone ed era entrato in un cortile chiuso, ingombro di neve sciolta. Quello era già il quarto cortile che visitava. Unaltalena arrugginita, una piccola giostra sgangherata, ragazzi che giocavano allhockey su un lastricato bagnato. Le loro stecche colpivano il disco, lacqua schizzava tuttintorno, ma a loro non importava nulla.

Si fermò sotto il portone, osservando il cortile. Avrebbe tanto voluto che la memoria si aggrappasse a qualcosa, che affiorasse un dettaglio dal passato. Ma tutto era diverso rispetto a ciò che viveva nei suoi ricordi. Dopo tanti anni, era naturale. Allepoca, non cerano che stendibiancheria tesi tra i muri, qualche baracca sotto le finestre, aiuole di garofani e panchine sparpagliate sullacciottolato.

Ora tutto era cambiato.

Certo che tutto sarebbe dovuto cambiare in decenni. Anzi, era impossibile il contrario.

Nessuno faceva caso a quelluomo anziano, distinto, col cappello di lana foderato. In quel complesso di quattro palazzi, molti affittavano. Era Milano, e le case mutavano volto di continuo.

Doveva entrare nel palazzo sulla destra, subito dopo il portone. Di quello era sicuro: il secondo piano, in un edificio di tre. Lappartamento era in fondo al pianerottolo, il secondo a destra, in angolo. Sullanta della porta cerano ancora varie targhette colorate dei coinquilini.

Ricordava ogni minimo particolare di quella casa: il tendaggio un po scolorito, il battente storto della finestra, il bollitore verde, il cigolio delle assi di legno, persino il grosso scarafaggio che avevano cercato di catturare per due giorni interi. Ricordava tutto, ma non il numero dellappartamento, né quello del palazzo. Solo la via: via Solari.

I cortili milanesi chiusi sono tutti simili, i portoni si susseguono uguali, costruiti dallo stesso impresario. Faticava a ricordare anche il portone esatto forse il secondo a destra

E così vagava di cortile in cortile

Palazzo destro, secondo ingresso, secondo piano, porta in fondo Forse il quarantatré. O forse

Quando trovava un citofono, digitava 43.

Buongiorno, sto cercando Alessandra. Potrebbe dirmi

Qualcuno gli rispondeva che non abitava alcuna Alessandra, o addirittura nessuna donna con un nome simile. Doveva continuare.

È davvero importante per me. Nellottanta, non poteva abitare qui una certa Alessandra? Mi basterebbe saperlo.

Al terzo cortile, prese il taccuino e annotò: 16 nessuno, 24 assente, 32A dicono che hanno comprato casa loro.

Ce nerano molti di cortili. Doveva tornarci, soprattutto dove non aveva trovato nessuno o non era riuscito a parlare con i condomini.

Salì la rampa lieve dun portone cieco. Le finestre erano offuscate dalla polvere, laria odorava di gatto. Quel particolare odore lo aveva già sentito allora.

Buongiorno! si inchinò.

Una donna anziana in cappotto grigio e borsa della spesa si fermò.

Buongiorno, cerca qualcuno?

Ho bisogno del secondo piano. Sto cercando una donna, Alessandra, avrà una sessantina danni. Sa se vive una donna così qui?

Ma di quale appartamento parliamo?

Quello dangolo a destra. Ma risale a tanto tempo fa, quando cerano ancora le case condivise. Non ricordo con precisione il civico

Quello dangolo? No, lì stanno gli Ivanovich, con figli al seguito. E di una certa Alessandra, mai sentito. Io abito qui da quando ero bambina.

Grazie, e scese le scale consumate.

La donna lo seguiva.

Mi dica, il cognome della signora?

Se lo ricordassi, avrei cercato sulle Pagine Gialle o in qualche archivio. Ma non lo so.

E chi è per lei, se posso chiedere?

Lui esitava. Non sapeva davvero cosa rispondere.

Lei era tutto, credo.

Dellamore nessuno sa dare una definizione esatta. È solo un dato di fatto: cè, oppure no. Tutto il resto sono immagini, sensazioni e conseguenze.

Alessandro, figlio di buon nome, aveva sperato tutta la vita che lamore fosse fragile e che sarebbe svanito nella lontananza. Pensava che si sarebbe dissolto. Ma invece quello che ogni tanto gli restituiva quei lampi di felicità dagli episodi vissuti con lei, lo aveva tenuto in piedi tutta la vita, anche se con dolore.

Si sentiva colpevole. E aveva vissuto, con un cuore zoppo, quarantanni.

Quei ricordi forse nutrivano il cuore più che logorarlo Alla fine, fu proprio il cuore, non la memoria, a cedere per primo. Quando morì sua moglie, con cui aveva passato quasi tutta la vita almeno, condiviso la stessa casa il cuore cedette: infarto.

Non avevano mai litigato sul serio, soltanto avevano preso a vivere in stanze separate, continuando a scambiarsi solo gesti e parole essenziali.

Sua moglie diceva alle amiche: Questo è il mio palazzo lui sta qui, tanto dove vuoi che vada?

La casa era piena di quadri a cornice dorata, cristalli, mobili depoca, ninnoli costosi, tappeti colorati. In salotto troneggiava un pianoforte bianco con sopra un vaso di fiori artificiali.

Il pianoforte era un inganno. Non perché fosse di scarsa qualità: era uno Steinway americano. Ma ad Alessandro appariva comunque una truffa: nessuno aveva mai saputo suonarlo veramente, se non due volte per inviti mondani, finiti subito a favore del giradischi.

Sua moglie aveva tentato persino qualche lezione con un maestro privato, ma aveva presto rinunciato, come aveva abbandonato tante altre cose nella vita, a parte forse estetista e manicure.

Neppure la gravidanza era arrivata a conclusione, ma su questo non si sentiva di biasimarla. Eppure era convinto che il suo egoismo lavesse privata di quella gioia.

Negli ultimi anni, però, si era appassionato alla pesca. Passeggiava con la moglie sotto il portico del cortile, al parco, vicino al laghetto coi cigni. Si erano ritrovati. Non era più necessario spiegarsi nulla.

Perché non siamo venuti qui prima, Silvana? È così bello

Sciocchi rispondeva lei con un gesto.

Ma una volta correva sempre dietro alle ambizioni. Aveva fatto carriera nellamministrazione pubblica fino a Roma: il suocero lo spingeva sempre più su; ogni volta che si ambientava, era già tempo di cambiare marcia.

Ma quella sera, in questo cortile milanese, di fronte a questa donna sconosciuta e ciarliera, non trovava la risposta Alessandra Alessandrina Sanda

Cercando, era passato da cortile a cortile.

***

Lautunno di quegli anni era piovoso. Le foglie dorate ricoprivano i marciapiedi di Milano, il cielo versava acqua a intermittenza. In strada i mercatini pullulavano di gente. Era il periodo dei banchetti improvvisati, del commercio allaria aperta.

Erano venuti a Milano da Torino, lui e quel futuro suocero, per una riunione tecnica legata alle nuove aperture nel panorama politico ed economico del paese.

Per Ivan Cavalli, segretario di partito, era un evento chiave per il trasferimento a Roma. Alessandro Merli, invece, non si aspettava nulla di particolare. Era finito, allimprovviso, da attivista di provincia a braccio destro del segretario senza fare programmi grandiosi, lavorando e basta.

Seguiva la costruzione di una fabbrica nella cintura piemontese. Ma era giovane, più fiducioso che consapevole. Gli sembrava che tutto fosse sempre risolvibile.

A Milano, Ivan lo spediva di qua e di là. Ed ecco che una mattina, in piazza Cadorna, Alessandro aveva sentito una melodia struggente. Senza volerlo, era stato attirato non dalluscita della metropolitana ma da quella musica.

In piedi, sotto una galleria, cera una ragazzina dai capelli ricci, un cappellino celeste e uno scialle sulle spalle, che suonava il violino. Dietro di lei, il muro era cosparso di muffa e umidità. Indossava un cappottino corto a quadri, stivaletti ai piedi. Le gambe sottili, da ballerina. Davanti a sé il baule del violino, dove la gente buttava degli spiccioli.

Alessandro restò di sasso. Limmagine tutta era incredibile. Il pathos della musica, il fazzoletto azzurro al collo, i capelli mossi dal vento, il muro sporco e le mani viola di freddo. Si capiva che la giovane aveva freddo, ma pareva che quel gelo la aiutasse a suonare con ancor più sentimento.

Accanto si muovevano ambulanti, clienti, passanti che acquistavano al volo; qualcuno lasciava monete e poi andava. Solo Alessandro rimase fermo.

La giovane terminò un brano, infilò il violino sotto il braccio e si strofinò le mani. Poi rimise lo strumento alla spalla, e quella volta, richiudendo gli occhi, si lanciò in una nuova melodia ancora più intensa.

Quanta tristezza, dolore, quanta passione! La musica si alzava, sfidando il grigiore di Milano.

Ad un tratto, un ragazzino si inginocchiò davanti a lei e poi fuggì via col baule. Qualcuno gridò: Ladro! Fermatelo!. La suonatrice neppure si voltò, continuò a suonare a occhi chiusi.

Alessandro partì allinseguimento, balzò sulle scale e gridò: Fermate il ladro!

Un uomo riuscì a sbarrargli la strada, il ragazzino urtò col busto, lasciò cadere il baule e si dileguò nel traffico. Alessandro raccolse ciò che poteva delle monete sparse. Non aveva smesso di piovere e la custodia era rotta.

La violinista risalì le scale, confusa.

Ecco qui. Ha lasciato tutto, la custodia si è rotta… recitava, cercando ancora monetine.

Va bene così. Grazie. Mi spiace che vi siate disturbato rispose lei, con un tono di voce grave che contrastava con lesile figura.

Ma dai suoi occhi traspariva una disperazione che già cera prima.

È la prima volta che succede?

Capita replicò distratta. Voltò le spalle.

Alessandro avrebbe voluto conoscerla meglio, parlare, ma lei si allontanava. La rincorse fino a un ponte. La vide sollevare la custodia, gettarla quasi verso il Naviglio.

Ebbe il tempo di gridare: No, signorina! Non lo faccia!

Si affiancò a lei appena in tempo per afferrarla; per qualche istante tennero entrambi la custodia sospesa sullacqua.

Perché?

Lho disonorato, non dovrei suonare qui così avevo promesso a mia madre

Forse vostra madre era troppo severa. È la prima volta che sento suonare un violino dal vivo in questo modo. Se non foste venuta in galleria

Non è il cuore che mi ha portato qui. È lo stomaco. Non ho più un soldo, non mangio da ieri

Ma questo si può rimediare! esclamò, tirando fuori il portafoglio. E domani torno da lei col resto.

Lei si fermò: Crede davvero che io possa accettare dei soldi così? Non mi segua più, per cortesia

Accelerò il passo e si dileguò.

Scusate, son stato idiota! Ma domani passerò ancora! Vi aspetto! Vi proteggerò dai ladri!

Il giorno dopo faticò a liberarsi dagli impegni, arrivò a metà pomeriggio. Lei non cera. Andò avanti e indietro per ore, ansioso. Le bancarelle, il caos ma lui non distoglieva lo sguardo dal passaggio.

Alla fine Alessandra la rivide. Lei lo notò, ma non fece mostra. Sistemò tutto, iniziò a suonare. Una commerciante gli offrì una sedia: tutti ormai sapevano che lui aspettava la ragazza.

Lascoltò per ore. Quando lei sorrideva, era felice. Rimase solo, nel sottopassaggio vuoto. E, quando fu il momento, lasciò qualche banconota da ventimila lire.

Ma che fa?! È troppo! esclamo la ragazza abbassando la voce. Qui non è sicuro.

Presero le cose di corsa. Salendo le scale si imbatterono in due tipi robusti, loschi.

Quanto devi, ragazzina? chiesero con tono minaccioso.

Che paghi il tuo cavaliere! risero.

Seguì una rissa. Alessandro sapeva difendersi, ma presto ne arrivarono altri. Lei, intanto, corse a chiamare la polizia e, appena possibile, tornò da lui che era stato malmenato.

Serve lospedale?

No, sto bene. Solo qualche botta.

Allora venite da me. Vi sterilizzo le ferite.

Si presentarono a casa sua. Due stanze, cucina in comune, odore di cibo e muffa. Lei, gentile, gli passò la pomata, cucì i pantaloni strappati.

Parlarono a lungo. Lui della fabbrica, della città da dove veniva, lei della sua vita da poco aveva lasciato il conservatorio.

Mia madre è morta. Il lavoro come violinista non si trova, ora mi aiuta la signora Lucia che traffica al mercato.

Ma suonate così bene!

È un periodo difficile diceva, con unamarezza antica nelle vene.

La sua risata era graziosa, gli occhi profondi. Quel giorno si separarono, ma Alessandro tornò di corsa con una sporta di cibo. Lei protestò, ma prese i viveri e accettò la promessa di rivedersi.

Fu allora che si sentì davvero felice, come quando passava davanti alla finestra di lei: una ringhiera al secondo piano, una fila di pioppi sul retro della casa.

Il Cavalli, appena vide il collaboratore con un livido enorme, sinfuriò.

Dove sei stato? Mai più lasciarti da solo!

Ma Alessandro sgattaiolò via quando ne ebbe loccasione. Una sera si presentò da Alessandra con una torta e altre prelibatezze.

Passeggiarono insieme per le vie di Milano sotto la pioggia improvvisa, correvano tra i portici, ridevano, lui improvvisava domande assurde ai passanti su quella giovane violinista prodigio, lei declamava versi di poeti dimenticati.

Alla fine del giorno si baciarono sotto una pensilina. Lui la invitò a Torino. Lei sentristrì, recitando versi malinconici.

Ma che ultimo addio, Alessandra? Io sono serio! Vieni con me!

E lei lo strinse, si lasciò cadere. Quella notte fu magia.

Il mattino dopo la chiamata: Urgente! Stai per finire sotto indagine!

Alessandra lo calmo: Tornerai, ne sono sicura

Ma fu unesperienza terribile. Il suocero Cavalli aveva preparato tutto per metterlo alle strette. Per salvarsi serviva solo una cosa: Sposa mia figlia Silvana, e ti salvo io!

Alessandro vacillava ma accettò.

Allontanandosi da lei, sentiva la stanchezza della sconfitta e della vita stessa.

***

Col tempo aveva imparato che le vecchie sedute alle panchine sono il cuore dei cortili. Si rivolse a due nonnine:

Alessandra? Ma quella non è morta questa primavera? Quella col figlio venuto con la macchina grossa?

Lui si strinse il petto.

Ma che dici! Era Anastasia, non Alessandra. E stava in un altro palazzo. Sta bene? Vuoi che chiamiamo qualcuno?

Smise di ascoltare le voci anziane e riprese a cercare. Ormai camminava stanco, senza più speranza.

Fino a che non vide da dietro una donna dal passo familiare, col fazzoletto celeste proprio come la sua Alessandra. Gridò, ma la voce gli morì in gola. Quando lei si girò, si scusò. Troppo giovane La figlia, forse? In quei momenti la speranza diventava beffarda.

Il giorno dopo, esausto, si costrinse ad andare avanti. Vide dallaltra parte della strada un negozio di strumenti musicali. Entrò, trascinando i piedi.

Una viola per caso mi interessa Mi mostra quel violino?

Era compagna di scuola di mia madre, Alessandra Paci, la ricordate?

Non ne sono sicuro. Ma lei sa dovè?

Labitava in questi palazzi, con marito e figlio piccolo. Avrà trentanni.

Alessandro dovette sedersi: Ancora non ho trovato nessuno

Uscito dal negozio, questa volta, notò dei vecchi pioppi. Solo un cortile li aveva. Decise: tanto valeva provarci ancora una volta.

Nel cortile trovò una coppia di anziani. Si sedettero.

Qui hanno abitato per anni, Alessandra con sua madre. Si tiravano avanti come potevano, anche lavando i pavimenti. Poi, la figlia è cresciuta, è diventata una violinista famosa. Ma Alessandra adesso non sappiamo dove sia.

Ma sua figlia vive ancora qui. Provate su, terzo piano, angolo a destra.

Il cuore di Alessandro batteva forte. Suonò il campanello.

Pronto?

Cerco i Paci

Il marito lo accolse con premura, lo fece sedere. Poi entrò una giovane donna: era la figlia di Alessandra, lesatta copia della donna che aveva amato da giovane. Gli presero pressione, erano entrambi emozionati.

La donna gli sorrise timida.

Di che anno siete? chiese lui.

Ottantuno, luglio. Ma Siete mio padre?

Il cuore gli martellava nel petto, eppure si fece forza.

In cucina, mentre il marito e il bambino giocavano da parte, la giovane gli raccontò della madre fra difficoltà, sacrifici e coraggio.

Alla fine, commosso fino alle lacrime, capì che doveva vedere Alessandra.

La potrò vedere? Solo una volta

Il genero si offrì di accompagnarlo, a patto che poi andasse in ospedale.

Un nuovo quartiere moderno, un palazzone, la piccola chiave che apre il portone.

Appoggiato ai corrimani, con passi lenti, giunse alla porta 118. Suonò.

Senza nemmeno chiedere chi fosse, Alessandra aprì. Era lei: capelli ora più sottili, volto carezzevole, lieve malinconia negli occhi. Rimasero per un attimo immobili, lui cercava le parole. Poi, distinto, si inginocchiò davanti a lei, le prese le mani.

Perdonami, Alessandra

Anche lei si inginocchiò, lo abbracciò.

Ti ho aspettato, Alessandro

Ho saputo solo ora della nostra figlia, non sapevo

Parlavano, ridendo e piangendo insieme, senza badare agli anni persi. Poi, la figlia diede lallarme, il genero arrivò, e in auto li portò tutti in ospedale.

Si tenevano per mano sul sedile, e il cuore di Alessandro si rilassava finalmente.

Non ho perso il mio appuntamento con la felicità, stavolta, Alessandra. Sei qui.

Sì, Alessandro. Ora tutto il resto non conta più.

Il tramonto colorava le finestre di Milano mentre la macchina correva verso lospedale, portando con sé la storia di un amore che, nonostante tutto, aveva saputo resistere al tempo.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

4 × 1 =

Cerco una donna di nome Alessandra.