Tutti danno una mano, ma tu per noi sei davvero speciale

Tutti aiutano, ma tu sei sempre la nostra speciale

Silvia, senti, magari oggi venite qui da me? chiese mia sorella con una punta di speranza nella voce. Sai, Marco è via per lavoro e sono sola coi bambini, mi annoio da morire.

Silvia si massaggiò il naso tra gli occhi. Mille scuse le giravano in testa, una più improbabile dellaltra. Dire che doveva lavorare urgenti Chiara non ci avrebbe mai creduto, era sabato. Parlare di stanchezza sarebbero iniziati i consigli, le ramanzine, le domande infinite. Silvia si morse il labbro, sospirò e cercò le parole giuste.

Chiara, oggi non riusciamo proprio, Silvia cercò di mettere più dispiacere nella voce possibile. Martina non sta bene, stiamo a casa ferme, non usciamo.

Dallaltra parte sentì il tipico silenzio carico, seguito poi dal lungo sospiro della sorella.

Che peccato, sospirò Chiara. Avevamo potuto fare due chiacchiere mentre i bambini giocavano tranquilli…

Silvia alzò gli occhi al cielo, sorridendo dentro di sé per fortuna che sua sorella non vedeva la faccia. Giocavano insieme, certo. Martina sarebbe dovuta correre dietro ai più piccoli mentre gli adulti sorseggiavano il caffè in cucina.

Sì, che peccato davvero, annuì Silvia. Dai, quando starà meglio ci sentiamo e ci organizziamo.

Chiara indugiò ancora un attimo, augurò a Martina di riprendersi al più presto e riattaccò. Silvia posò il telefono e fissò lo schermo con un misto di tristezza e ironia. Quattro minuti, tanto era durato quel colloquio. Nemmeno una domanda su come andasse davvero a lei. Nessun interesse per il suo lavoro, la salute, il suo umore. A Chiara interessava solo una cosa: sapere se sarebbero andate a fare da babysitter. Di altro, nulla.

Martina si affacciò sulla porta della stanza. Mi studiò con attenzione.

Zia Chiara ti ha chiamato di nuovo? chiese Martina.

Silvia annuì, posando il cellulare sul tavolino accanto al divano. La figlia entrò e si accomodò vicino, portando le gambe sotto di sé, con la faccia a metà strada tra il seccato e il sollevato.

Mamma, io non voglio più andare da lei, dichiarò Martina decisa.

Silvia si girò e la fissò aspettando che continuasse. Martina tirò una smorfia, si fece coraggio e tirò fuori tutto quello che teneva dentro.

Mi scarica sempre addosso i bambini, sbottò. Devo guardarli, correre dietro, giocare e tenerli impegnati.
E poi quello più grande ha solo cinque anni! concluse indignata. Non sono mica la loro baby-sitter, mamma.

Silvia guardò la figlia di nove anni e le venne da sorridere. Era già bravissima a dire chiaramente cosa la infastidisse, sapeva difendere la propria opinione e non aveva paura di parlarne. Un orgoglio enorme per me.

Non preoccuparti, la rassicurai accarezzandole la testa. Non accadrà più, te lo prometto.

Martina mi sorrise grata e se ne tornò nella sua stanza.

Rimasi a fissare il soffitto per un po, lasciando scorrere i pensieri liberi. Era tutto così strano nella nostra famiglia. Chiara, la mia sorella minore di quattro anni, aveva già quattro figli. Quattro! Io invece una sola e, per giunta, ancora piccola: quanto tempo, energie, amore mi sarebbero serviti ancora per crescerla? Lei invece, quattro tutto insieme.

Mi massaggiai le tempie e chiusi gli occhi. Chiara aveva sempre pensato che tutti dovessero occuparsi di crescere i suoi figli. I nostri genitori, Rosanna e Pietro, sono stati i primi a essere coinvolti. Poi i suoceri di Chiara, quindi i vicini, conoscenti, parenti alla lontana. Tutta la grande famiglia lavorava per i bambini di Chiara. Tutti, tranne lei.

Mi venne da ridere. Io invece, diversamente, avevo sempre chiesto aiuto solo nei casi estremi: se mi ammalavo, se al lavoro cera crisi e temevo il licenziamento, o se proprio non ce la facevo più. Per il resto, me la sono sempre cavata da sola. È stata dura, soprattutto i primi tempi, certo, ma sono riuscita comunque. E ho cresciuto una figlia in gamba: indipendente, intelligente, col carattere.

Chiara invece diventava ogni anno più sfrontata.

Scacciai via quei pensieri e mi alzai dal divano. Per oggi mi ero tolta di dosso la sorella e già era una piccola vittoria. Cerano le solite faccende del sabato da sistemare in casa e non potevo perdere tempo. Andai in cucina a svuotare la lavastoviglie.

I giorni passarono in mezzo al solito trambusto di lavoro e famiglia. Arrivò il venerdì sera e il telefono vibrò. Sullo schermo: Chiara. Presi fiato e risposi.

Silvia, come sta Martina? la voce di Chiara era insopportabilmente dolce. Si è ripresa?

Sì, tutto a posto, mappoggiai mestamente al muro. Corre in giro come se nulla fosse successo.

Bene, perfetto! Chiara si ravvivò. Allora adesso dovete proprio venire da noi a dormire questo weekend!

Alzai gli occhi al cielo. Eccoci, di nuovo le stesse pressioni.

Mi annoio da sola qui, continuava a lamentarsi. I bambini fanno i capricci, Marco è via…

Chiara, a dormire non possiamo, scossi la testa. Però domani mattina possiamo passare a trovarti un paio dore.

Sentii la sua delusione anche senza vederla. Lei avrebbe voluto ben di più, ma dopo una breve negoziazione, accettò la visita diurna.

…Il sabato mattina era grigio e fresco. Uscì di casa da sola, giacca sulle spalle. Mezora di autobus e una decina di minuti a piedi fino a casa di Chiara.

Quando aprì la porta, si sporse subito, cercando con lo sguardo dietro di me.

E Martina dovè? chiese aggrottando la fronte.

È impegnata, risposi entrando. Ha i compiti, settimana prossima cè la verifica.

Chiara fece una smorfia come chi ha appena assaggiato un limone. Chiuse la porta con stizza.

Tua figlia è diventata proprio scontrosa, incrociò le braccia. Non viene mai a trovarci, non chiama, non manda nemmeno un messaggio.

Mi tolsi la giacca e lappesi al gancio, mentre in fondo alla casa i bambini facevano baccano. Guardai Chiara negli occhi.

È semplicemente stanca di fare la baby-sitter a casa tua, le dissi serenamente.

Chiara scattò in un attimo, come se avessi acceso una miccia. Sibillò di rabbia, il volto paonazzo.

È normale! Alzò la voce. I fratelli maggiori danno una mano coi più piccoli!

Non è normale per i figli degli altri, replicai decisa. Non è un suo dovere.

Ma sono suoi cugini! esclamò, spalancando le braccia. Ha dieci anni, Silvia, dieci! Può benissimo aiutare!

Chiara si avvicinò sempre più, lo sguardo duro. Uno dei bambini piangeva di là, ma lei neanche si voltò.

Le serve imparare! puntò il dito contro di me. Le farà solo bene imparare a stare coi bambini!

Queste lezioni non le servono proprio! risposi, alzando anche io il tono. Non ha fratelli più piccoli, non è un obbligo.

Proprio per questo! urlò. Almeno fa esperienza coi miei!

Feci un passo indietro, sconvolta da tanta sfacciataggine. Chiara non si sforzava nemmeno di nascondere le sue vere intenzioni.

Ti rendi conto di come parli? scossi la testa. Vuoi sfruttare mia figlia come baby-sitter gratuita!

E che cè di male? mise le mani sui fianchi. Da sola non ce la faccio!

E allora perché hai voluto quattro figli, Chiara? scappò fuori senza neanche pensarci.

Lei sembrò sul punto di esplodere, il collo teso e le vene in evidenza.

Tua figlia è quasi grande! strillò. Potrebbe pure venire ogni due giorni dopo scuola ad aiutarmi!

Queste parole furono per me la goccia che fa traboccare il vaso. Una molla scattò dentro e tutto il rancore uscí fuori.

Sei diventata davvero arrogante, sibilai. Delegare agli altri i tuoi doveri non è chiedere aiuto.

Sto solo chiedendo una mano! non mollava lei.

No, tu pretendi, afferrai la giacca. Pretendi che tutti ruotino intorno a te.

E allora? I nostri genitori mi aiutano, la suocera anche, e voi no! batté il piede.

I nostri sono anziani, infilai la giacca. Avrebbero diritto a riposarsi, non a fare i nonni-babysitter!

Sono felicissimi di venire! mi afferrò il braccio.

Mi liberai e mi avvicinai alla porta.

Da oggi noi non veniamo più, dissi aprendo. Cercati qualcun altro.

Uscii senza voltarmi mentre lei gridava dietro, la porta si richiuse sonora alle mie spalle.

La chiamata di mamma arrivò la sera stessa. Sul display Mamma Rosanna. Risposi.

Silvia, cosa hai combinato? la voce indignata. Chiara ha pianto tutto il pomeriggio, è distrutta! Lhai portata allesaurimento!

Mamma, ho solo detto la verità, sedetti sul divano.

Quale verità? si accese ancora di più. Che hai deciso di non aiutare tua sorella?

Aiutare e fare la serva non sono la stessa cosa, stringevo il telefono tra le dita.

Lei è sola con quattro bambini! mamma si disperava. Marco mai in casa! Come può farcela?

È stata una sua scelta, replicai. Non la mia, né quella di Martina.

Martina potrebbe dare unocchiata ogni tanto ai più piccoli! insistette. Tutti aiutano Chiara come possono, solo tu ti senti speciale!

No, mamma, la interruppi. Mia figlia non farà la baby-sitter ai figli degli altri.

Non sono altri, sono famiglia! urlò quasi.

Mi alzai e andai alla finestra. Le luci della città si accendevano una ad una sulla strada sotto.

Se vuoi dedicare la tua vita ai figli di Chiara, fallo pure, risposi senza esitazione. Ma io non ci sto.

Sei unegoista! sentenziò.

Ho la mia famiglia, risposi con fermezza. Un marito, una figlia. Non vivrò per tua figlia invece che per la mia.

Agganciai. Buttai il telefono sul divano, mi coprii il volto con le mani.

Senti due braccia calde avvolgermi: Martina mi abbracciò da dietro, appoggiando la testa sulla mia spalla.

Mamma, ho sentito tutto, mi sussurrò piano.

Mi girai e la strinsi forte, cercando conforto nel profumo dei suoi capelli.

Ho fatto tutto per te, le accarezzai la testa. E continuerò a farlo.

Martina mi guardò negli occhi e mi sorrise in quel sorriso cera tutta la riconoscenza del mondo.

Lo so, mamma, mi strinse la mano. Grazie.

Restammo lì, abbracciati davanti alla finestra, a guardare la sera scendere su Milano. Da qualche parte, dallaltra parte della città, Chiara piangeva, magari si sfogava con la suocera. Mamma probabilmente stava raccontando a tutti dei miei tradimenti. Ma qui in casa nostra cera pace, calore, sicurezza.

Avevo preso la mia decisione e non sarei tornata indietro. Anche se ciò voleva dire rompere con mia sorella e mia madre. Martina conta di più. Il suo diritto a essere solo una bambina, il suo sorriso sereno.

Scrivendone, comprendo quanto sia importante mettere prima chi ami davvero, anche se significa essere quella speciale che non si piega agli altri. E oggi, finalmente, non provo più alcun rimorso.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × 2 =

Tutti danno una mano, ma tu per noi sei davvero speciale