Divano anni Novanta: il ritorno dello stile vintage nelle case italiane

Il divano degli anni Novanta

Ragazzi, abbiamo una sorpresa per voi! sorrise la signora Graziella Ferrari, radiosa come le luci di Natale, mentre osservava il nostro nuovo, ancora quasi vuoto, salotto a Milano. Abbiamo deciso di regalarvi il nostro divano!

Il tempo si fermò per un istante. Guardai Alessandro. Sorrideva teso, come se avesse appena ingoiato un limone intero.

Mamma, papà, ma il vostro divano è ancora in ottimo stato, provò lui. Vi serve ancora.

Eh va là! fece un gesto Giorgio Ferrari. Noi ce ne siamo preso uno nuovo, modernissimo. Questo qui è robusto davvero, vero legno. Non ne fanno più così. Per i primi tempi, è perfetto. E risparmiate qualche euro.

«Per i primi tempi». Quelle parole suonarono come una condanna. Visualizzai subito il divano qui: quel mostro bordeaux, con le gambe scolpite che nella casa dei suoi genitori avevo soprannominato La Bestia del Salotto. Occupava metà della loro sala, ora avrebbe occupato mezza della nostra.

Signora Graziella, è un gesto davvero generoso, però… cercai le parole. Avevamo pensato a uno stile un po più… moderno.

Moderno! sbuffò mia suocera. Ma finirà anche sta moda delle scatole bianche. I mobili buoni restano per sempre. Vedrai, Rossella, mi ringrazierai. Domani troviamo due trasportatori e ve lo portiamo.

E lo portarono davvero. Due traslocatori, rossi dalla fatica, trascinarono nella mia luminosa stanza dal parquet perfetto quellenorme bestione bordeaux. Usciti loro, io e Alessandro restammo a fissarlo. Il divano dominava lintera parete centrale, opprimendo la stanza. Le sue brutte gambe intagliate, simili a dita nodose, affondavano dolorosamente sul mio parquet. Un odore di vecchi velluti, polvere e qualcosa di dolciastro invadeva lentamente tutto.

Beh… disse Alessandro. Almeno abbiamo dove sederci.

Mi voltai e andai in cucina. Dentro di me sapevo: non era solo un divano. Era un cavallo di Troia. Dentro ci stavano montagne di aspettative familiari, senso di colpa e doveri. Ora era nel cuore della nostra casa.

***

Avevo passato tre mesi a progettare quel salotto. Tre! Ogni sera dopo il lavoro sfogliavo cataloghi, salvavo immagini, disegnavo schemi. Il salotto era lanima dellappartamento: diciotto metri quadri illuminati da una grande finestra a est. Il sole del mattino doveva inondare il parquet chiaro in rovere sbiancato. Avevo dipinto le pareti di bianco latte, caldissimo. Trovato tende di lino leggere, quasi trasparenti, ton sur ton. Volevo un divano angolare stile nordico, grigio, su sottili gambe di legno, compatto e comodo. Con una poltrona bassa e un tavolino da caffè in legno chiaro e metallo. Sulla parete opposta, una mensola sotto la TV e un paio di scaffali aperti per i libri. Minimalismo. Aria. Luce.

Ora invece cera LUI.

Il divano degli anni Novanta, comprato da Graziella e Giorgio ai tempi del loro matrimonio. Un carro armato. Velluto bordeaux con fiori giganti ormai scoloriti, viole e certi rami indefiniti. I braccioli erano sdruciti fino a mostrare la schiuma gialla di dentro. Lo schienale alto, con inserti di legno scuro lucido, scheggiato in più punti. Le gambe scolpite a zampa di leone stonavano nel mio ambiente essenziale. Lungo tre metri e mezzo, profondo quasi uno. Quando mi sedevo, ci sprofondavo dentro, poi dovevo fare forza per rialzarmi. Le molle cigolavano e gemevano ad ogni movimento. Una, mi sa, era proprio rotta: al centro si era formato un buco che inghiottiva subito tutti i cuscini.

Ma il peggio non era laspetto. Il peggio era che quel divano era memoria pura. Anni di vita di famiglia di Alessandro. Ci guardavano i film, mangiavano semi di zucca, dormivano dopo i turni di notte, lo coprivano con piumoni fiorati e frange. Aveva assorbito tutti gli odori: il tabacco di Giorgio, il profumo di Graziella, cene infinite. Era impregnato di vite passate, era quasi una cosa viva. Ora stava nella mia stanza.

La prima sera provai a coprirlo con un telo bianco. Un enorme lenzuolo di cotone, per nascondere lo scempio bordeaux. Ma quelle dannate zampe spuntavano fuori ancora più grottesche in mezzo al bianco. Il telo scivolava, faceva pieghe strane, si gonfiava sui braccioli. Allinizio lo sistemavo ogni mezzora, poi gettai la spugna.

Magari possiamo prendergli una fodera? suggerì Alessandro. Una su misura.

Fodera per tre metri e mezzo? E le zampe che facciamo, le incartiamo pure quelle? Ale, la questione non è il colore. È che questo coso si mangia metà stanza!

Alessandro taceva. Taceva sempre quando si parlava dei suoi. Capivo il perché. Sua famiglia aveva imparato a non buttare nulla, ogni cosa poteva servire ancora. Giorgio, ex colonnello, aveva insegnato a suo figlio il valore del risparmio e della praticità. Graziella conservava ogni salvietta, ogni tazza, ogni oggetto sudato con fatica. Buttare via il divano, per loro, significava rinnegare la propria storia.

Io, invece, che colpa ne avevo? Non era colpa mia essere cresciuta in unaltra famiglia, con altri valori. Per me spazio, luce e armonia erano più importanti dei mobili solidi per sempre. Perché dovevo vivere con quel mostro?

Il giorno dopo telefonò Graziella.

Rossella, come va col divanetto? Ci si sta comodi? il suo tono era caloroso e gentile.

Sì, grazie, risposi stringendo il cellulare. Proprio… imponente.

Eh! Labbiamo preso nel 93, quando Giorgio lavorava ancora in Germania, con quei soldi lì. Allepoca i mobili erano di qualità, mica come adesso. Vedrai, ventanni ancora dura, puoi contarci!

Ventanni. Mi veniva da urlare allidea di passare ventanni su quel divano.

E voi avete preso quello nuovo?

Sì, grigio chiaro, piccolo. Si apre che è un piacere: le chiamano euroletto! Va benissimo per noi, che siamo anziani. Voi giovani invece avete bisogno di mobili importanti. Il nostro divano è perfetto!

Riagganciai e mi sedetti sul parquet, accanto al mostro. Loro si erano presi un divano moderno, comodo, grigio. A me era toccato quello che non volevano più. Confezionato come regalo generoso. E, la cosa assurda: erano convinti di avermi fatta felice. Pensavano di avermi dato qualcosa di prezioso, di avermi aiutato a risparmiare, di avermi donato parte della loro storia.

Ma io non volevo quella storia. Non nel mio salotto.

***

Passò una settimana. Provai a conviverci, davvero! La mattina mi sedevo con il caffè, ma sprofondavo nel cratere e le molle mi martoriavano la schiena. La sera io e Alessandro davanti alla TV, lui che cercava di sistemarsi, io che sentivo lodore della vecchiaia appiccicarsi ai vestiti e ai capelli.

Mi vergognavo a invitare le amiche. Io, che di mestiere aiutavo gli altri a realizzare case da rivista, mi trovavo schiacciata in salone da quellobbrobrio. Quando Martina, la mia migliore amica, venne a vedere la casa nuova, si fermò sulla soglia.

Ross, cosè quella roba? indicò, allibita.

Un regalo dei suoceri, abbozzai un sorriso.

Un regalo? Ma mi avevi mostrato il progetto: cera un divano grigio stupendo! E questo è…

Un mostro? suggerii.

Non volevo offendere, ma sì. È una bestemmia al tuo design. Rovina tutto leffetto!

La capivo perfettamente. Il divano dettava legge. Tutto il resto doveva adattarsi a lui. Ed era insopportabile.

***

Due settimane dopo, i genitori di Alessandro vennero a trovarci. Volevano vedere comeravamo sistemati. In cucina cronometrai quaranta minuti: era il massimo che potevo reggere senza perdere le staffe. Misi il timer in tasca. Era il trucco imparato vivendo da loro.

Giorgio e Graziella arrivarono con buste. Mele del loro orto, una vaschetta di crostata, biscotti. Si tolsero le scarpe ed entrarono nel salotto: si bloccarono davanti al divano.

Ecco qua! Graziella batté le mani. Sta benissimo! Vero, Giorgio?

Lui si sedette, provò le molle.

Stabile. Robusto. Non come ste cose dIkea. Qui puoi fidarti che sotto di te non cade tutto a pezzi.

Alessandro sorrideva e annuiva. Io stavo zitta in piedi, il timer che ticchettava in tasca.

Rossella, ti vedo seria. Che cè, non ti piace?

No, no, bello… solo… è molto grande. Avevo pensato a qualcosa di più piccolo…

Più piccolo? Per cosa? State qui voi, crescerete una famiglia! In un divano piccolo come fate? Questo è comodo, ci dormi anche se vuoi, se viene un ospite. Pratico!

Pratico. La loro parola preferita. Piatti pratici, mobili pratici, vestiti pratici. Bellezza, stile, armonia: frivolezze da giovani.

E il tavolino da salotto? Il televisore?

Ancora da decidere, rispose Alessandro.

Ma cosa cè da scegliere! La TV la appendi e via. Il tavolino, ce nè uno al lago, vecchio ma resistente. Ve lo portiamo, tranquilli!

Chiusi gli occhi: un altro mostro, altre zampone. Unaltra conferma che il mio parere non contava.

No, grazie dissi un po troppo ferma. Abbiamo il nostro piano. Qualcosa di più leggero, moderno.

Graziella mi lanciò uno sguardo deluso.

Ma cara, vi volevamo solo aiutare… Perché sprecare soldi se ci sono cose buone?

Perché è casa nostra, mi sfuggì. E decidiamo noi come arredarla.

Crollò il silenzio. Alessandro impallidì. Giorgio si irrigidì. Graziella strinse le labbra.

Sì, certo, la vostra casa, disse gelida. Volevamo solo aiutare. Ma se il nostro aiuto non serve…

Mamma, Rossella non voleva dire questo, intervenne subito Alessandro.

Annuii, timer che segnava ancora venti minuti.

Bevemmo il tè in cucina, tra sorrisi forzati. Poi andarono via. Alessandro mi affrontò in salotto.

Era necessario? aveva la voce tremante. Ci tenevano tanto

Ma per chi, Ale? Ho passato tre mesi su questo progetto! Hanno deciso tutto da soli.

Era un regalo! alzò la voce. Lo capisci? Un regalo! Hanno preso il nuovo apposta per lasciarci questo così non dovevamo spendere!

Ci hanno dato ciò che non volevano più! gridai. E dobbiamo ringraziare?

Fu silenzio per ore. Io in camera, lui in salotto, sul maledetto divano. Quando andai in cucina lo vidi: lui con la faccia nel cuscino, le spalle scosse dai singhiozzi. Stava piangendo, il mio marito razionale e calmo, trentadue anni e informatico.

Mi sedetti accanto, le molle strillarono.

Scusa, sussurrai. Non volevo offendere i tuoi genitori.

Lo so. Ma non capisci. Per loro conta davvero. Hanno risparmiato tanto, mamma ci ha pensato una settimana alla stoffa… Era il primo mobile vero che avevano. Volevano lasciarcelo, tramandarci qualcosa.

Ma non sono la loro storia, sussurrai. Voglio crearne una nostra. Non posso farlo?

Non rispose. Sapevo che non cera risposta.

***

Ci provai, giuro che ci provai, a inserirlo nellambiente. Comprai cuscini scandi chiari, grigio e bianco, che sul velluto sembravano centrini su un carro armato. Misi una pianta alta accanto, un ficus lira bellissimo: pareva un signore distinto finito nel posto sbagliato. Lessi su internet che col mobilio vecchio serviva contrasto: servono pezzi moderni, chiari, intorno. Sistemai mensole di rovere chiaro, libri, candele minimal, un tavolino da caffè dal piano sbiancato e gambe metalliche. Nuovo tappeto chiaro.

Il risultato? Disastroso. Il divano restava un pugno nellocchio, inghiottiva lo spazio. La stanza era una guerra tra Novanta e minimalismo. E vincevano, ovviamente, gli anni Novanta.

Martina tornò una settimana dopo. Vide tutto, sedette cautamente sul bordo del divano.

Ross, basta, non funziona. Puoi pure coprilo di cuscini: resta sempre un mostro. Lo devi levare.

E come? chiesi sconsolata. Se lo tolgo mia suocera mi cancella dal testamento, Giorgio mi odia, Alessandro non mi parla più…

Vendilo. O regalalo. Limportante è farlo sparire.

E cosa dico ai genitori?

Qualcosa ti inventi. Che si è rotto, che ci hai versato il vino, che il gatto lha devastato

Il gatto non ce lho

Prendilo! rise. Ma davvero, Rossella, basta. Non puoi essere prigioniera di un divano. E se lasci fare, ti portano pure il tavolino, poi il tappeto, poi il servizio di piatti e la tua casa diventa casa loro.

Sapevo che aveva ragione. Ma mi terrorizzava rompere lequilibrio con i genitori di Alessandro. Io non volevo conflitti, bastava un po di cortesia, qualche grazie. Ma ormai avevo davanti la scelta: o loro, o io.

***

Il sabato vennero gli amici di Alessandro: Stefano e Marco. Arrivarono, tolsero i giubbotti e restarono a fissare il divano.

Ale, che roba!

Regalo dei miei, spiegò Alessandro mescendo una birra.

Regalo? Stefano si sedette e sparì quasi nel buco. Questo è da museo. Una volta li facevano così, mia nonna ne aveva uno.

Pure la mia, aggiunse Marco. Ci saltavamo sopra, le molle schiacciate Poi lo buttarono perché aveva le tarme.

Le tarme?! mi impietrii.

Certo. Nel velluto. Mai controllato?

Non avevo mai avuto il coraggio. Solo a pensare che ci potessero vivere le tarme, mi salì la nausea. Immaginai steli di insetti divorare stoffa, passare sui miei vestiti, invadere tende e tappeti.

Quando loro uscirono, mi armati di torcia. Togli cuscini, scruta nelle fessure, sotto la seduta. Niente tarme. Ma sotto un cuscino, in un angolo, trovai una piccola brioche secca, ridotta a mummia, tutta muffa. Era lì davanti da mesi. Forse caduta ad Alessandro bambino, forse a un ospite: non importava. Importava che avevo la prova in mano: quel divano non era solo vecchio. Era sporco. Era un pericolo. Non adatto neanche a un canile.

Mi sedetti davanti, a fissare quella schifezza. Mi vennero le lacrime: non per lo schifo, per la rabbia. Era il simbolo. Lultima goccia.

Ale, lo chiamai.

Uscì dalla stanza.

Che cè?

Gli mostrai la pasta secca, in mano.

Questo cè.

Lui guardò la brioche, poi me, poi il divano.

Madonna santa

Era sotto il cuscino. Ci sarà altra roba, muffe, forse animaletti. Io non posso vivere così!

Ma era solo una brioche, provò a calmarmi.

Non è solo la brioche! alzai la voce. È il simbolo! Ci hanno mollato un vecchiume e si aspettavano che lo amassimo. E dovremmo dire grazie?

Alessandro mi guardava, combattuto fra vergogna e confusione.

E ora che vuoi fare?

Levarlo!

E come glielo spiego a loro?

Non puoi dire loro che buttavo un tesoro per il colore! Non è solo il colore, Ale! È la NOSTRA casa. Ho diritto di scegliere anchio!

Si prese la testa fra le mani.

Mia madre ci rimarrà male. Si offenderanno. Penseranno che li disprezziamo.

E io? Nessuno mi chiede niente?

Mi fissò con dolore. Era la scelta eterna: genitori o moglie. Sapeva che gli chiedevo un trauma.

Vediamo disse infine. Troviamo una soluzione accettabile per tutti.

Non esiste. O il divano resta e io sto di merda, o se ne va e loro si offendono.

Restammo zitti a lungo, poi Alessandro si alzò.

Ci parlo io, con loro. Spiego tutto. Ma non so se serve Sai comè fatta mamma.

***

Alessandro rinviò la chiamata ai suoi per tre giorni. Ogni sera tentava, poi riagganciava. E io aspettavo.

Finalmente mercoledì sera chiamò Graziella. Io armeggiavo con pentole, tesa.

Mamma, ciao. Come va? Senti, volevo parlarti del divano No, non è rotto! Ma forse è un po troppo grande per la stanza… Ma no, non ci lamentiamo! Solo che avevamo in mente una diversa disposizione Ma mamma! Mamma!

Sentivo le risposte acide di là dal telefono. Alessandro provava a giustificare, ma il muro era quello.

Non lo buttiamo! Solo, magari, torna utile alla casa al lago? Non è un tradimento! È solo un divano!… No, mamma Mamma!

Riagganciò. Bianco come un lenzuolo.

Piange. Dice che sputiamo sul cuore. Che loro si sono sacrificati, e noi li trattiamo così. Papà ha detto che, se non lo vogliamo, loro se lo riprendono. E basta regali: non ce li meritiamo.

Lo abbracciai.

Mi dispiace non volevo finirla così.

Sabato vengono, lo portano via. Ma, credimi, ce lavranno con noi per anni.

Mi sentivo in colpa. Ma dentro, finalmente, un senso di liberazione. Finalmente la bestia spariva.

***

Sabato piovigginoso. Graziella e Giorgio arrivarono allalba, muti, gelidi. Stessi trasportatori dellandata. Stavo in cucina tremante. Alessandro aprì la porta.

Ecco qua, indicò Graziella. Portatelo via. Qui non serve.

Mamma, dai…

No, Ale, basta. Abbiamo capito che i nostri regali non si apprezzano.

Io comparvi sulluscio. Nemmeno uno sguardo dalla suocera. I trasportatori smontavano il mostro, graffiavano il telaio, lo portarono fuori a fatica.

Dove portarlo? chiese uno.

In discarica, tagliò Giorgio.

Ma come? la moglie.

A noi non serve più. Che ce ne facciamo?

Possiamo regalarlo a qualcuno?

E a chi interessa un catorcio simile?

Restai lì a fissarli scomparire. Alessandro accompagnò i suoi allascensore. Tornò, pallido.

La casa era vuota, ma sul parquet rimaneva una chiazza più scura. Non sapevo se piangere o gioire.

Sei soddisfatta?

No, risposi. Non così. Speravo in un altro finale.

E come? Che applaudissero perché hai cacciato il loro divano?

Io non ho cacciato nessuno! Ho solo chiesto di vivere a modo mio.

E ci sei riuscita. Complimenti.

Per tutto il giorno non ci dicemmo parola. Poi tentai la pace.

Chiamiamoli, scusiamoci ancora.

Dire che? Che il loro regalo non era voluto? Cambia? Ormai avranno già detto in giro che siamo ingrati. E, dal loro punto di vista, lo siamo davvero.

E dal nostro?

Noi difendiamo il nostro spazio. Ma non li rende meno feriti.

***

Passò una settimana. Nessuna chiamata dai loro. Alessandro tentò, nessuna risposta. Io comprai il divano dei miei sogni: angolare, grigio, elegante. Tavolino, mensole, libri sistemati. Il salotto finalmente come lavevo immaginato. Ma per quanto fosse bello, qualcosa pesava dentro. Il prezzo pagato era alto.

Bello, disse Alessandro una sera. Come volevi tu.

Sì.

Sei felice adesso?

Lo guardai: stanco, malinconico. Soffriva. Sapevo che mi incolpava, almeno un po.

Non lo so, ammisi. Mi piace il risultato, non il prezzo.

Si chiama scelta. Tu hai scelto larredo. Io te. Loro, il risentimento.

Sedemmo in silenzio sul nuovo divano, comodo e caldo. Ma lì dentro non cera storia. Il mostro bordeaux, sì, portava con sé una vita intera.

Ale, proviamo a invitarli? Facciamoli venire, spieghiamo che non volevamo offendere.

Dici che serve?

Forse sì.

***

Dopo due settimane li convincemmo. Graziella rigida, Giorgio chiuso. Guardarono la sala, il divano nuovo. Lei, occhi rapidi:

Eh moderno. Freddino, però.

A me sembra accogliente, sorrisi dolce. Luminoso.

Luminoso sì. Però i mobili ormai li fanno leggeri, non resistono, fece Giorgio sedendosi. Vediamo quanto dura.

Non si rompe, dimostrò Alessandro andando a sedersi.

Tra un anno magari ce lo richiedete, il nostro, bofonchiò il suocero.

Li invitai in cucina, avevo cucinato i piatti preferiti di Giorgio. La tensione restava, invisibile ma pesante.

Sapete, dissi piano, capisco la vostra delusione. Mi dispiace davvero. Non volevamo mancarvi di rispetto. Ma viviamo in modo diverso, è tutto qui. Non è una guerra.

Graziella appoggiò la forchetta.

Rossella, tono controllato, un giorno capirai che certe questioni di stile sono solo illusioni. La famiglia conta, non il mobilio. E tu hai scelto i mobili.

Ho scelto la mia casa, risposi sommessa. Non è la stessa cosa.

Per me sì. Lei si alzò. Giorgio, andiamo. Grazie per la cena.

Uscirono. Alessandro li riaccompagnò allascensore. Tornò accasciato.

Ci ho provato.

Ci abbiamo provato, lo abbracciai.

***

Passò un mese. Loro si fecero sentire una volta, per Pasqua. Brevi conversazioni, distanti. Alessandro soffriva, ma cedette a poco a poco la dipendenza dal loro giudizio. Imparò a dire no.

Una sera stavamo sdraiati sul nostro bel divano, una coperta sulle gambe, la luce dorata del tramonto sulle pareti. Guardavo il mio spazio, sentivo che ne era valsa la pena. Non solo per la bellezza dellarredo, ma perché avevo imparato a tenere i miei confini.

Te ne penti mai? chiese Alessandro.

Solo di averli fatti star male. Non della scelta.

Pausa.

Ricordo quando arrivò quel divano. Mamma era felice, ne era orgogliosa. Era il segno che eravamo riusciti, che potevamo permetterci il meglio. Per lei darmelo era come passare il testimone, proteggerci.

Lo capisco, gli accarezzai la testa. Ma noi non cercavamo protezione. Volevamo libertà.

Stavamo in silenzio. La stanza si faceva buia, respirava con noi.

Qualche giorno dopo mi telefonò Graziella, accento più morbido.

Rossella? Senti, pensavo: magari veniamo a trovarvi domenica, ci fate vedere come vi siete sistemati.

Certo, vi aspettiamo!

E questo divano nuovo è davvero comodo?

Moltissimo. Volete che vi dica dove lho preso?

Sì, magari. Serve il moderno anche al lago, che lo sposti Giorgio senza rompersi la schiena.

Sorrisi. Quando riagganciai, Alessandro mi guardava stupito.

Tua madre ti ha chiesto consiglio per i mobili?

Eh sì, rise. Pensa tu se Guccini lo sapesse.

Due settimane dopo vennero. Graziella sorrideva, anche se con riserva. Giorgio si accomodò, provò il divano.

Morbido davvero ammise. Non male.

Vede? Anche il nuovo può essere buono.

Forse sì concesse Graziella. Solo che per noi un divano deve pesare. Far mobili veri.

I tempi cambiano, dichiarai gentile.

E lo spazio serve. Per i bambini, osservò Giorgio. Quando ci saranno.

Ci scambiammo un sorriso io e Alessandro.

Prima o poi, lui rispose.

Comunque, per il lago va bene leggero. Dove dici che lhai comprato?

Feci loro un breve giro tra siti di arredamento online. Graziella prendeva appunti, Giorgio ascoltava attento.

Vedremo, concluse lei. Purché sia buono.

Oggi fanno mobili buoni come ieri, la rassicurai.

Sicura, eh?

Certo, sorrisi.

Quella sera, a tavola, clima disteso, niente frecciate. Una tregua.

Lei mi abbracciò alla fine.

Rossella, perdonaci. Era solo per aiutarvi.

Lo so. E vi ringraziamo.

Ormai scegliete voi come arredare. Siete giovani, dovete osare.

Quella fu la vera resa. Silenziosa, ma netta. Aveva accettato che quella era finalmente casa nostra.

***

La sera, io e Alessandro stesi in salotto.

Chissà, lui pensò a voce alta, forse era davvero un modo per restare nella nostra vita. Il divano.

Forse sì. Ma han capito che cè altro modo.

Quale?

Rispettare il nostro modo. Non cambiarci, ma amarci come siamo.

Mi strinse più forte.

Sei più forte di me. Io non avrei avuto il coraggio.

Lo avresti avuto. Ti serviva solo mano.

Ci fu silenzio. La città fuori si accendeva di luce. Il nostro salotto era tranquillo, finalmente nostro.

Il divano bordeaux era stato il simbolo di tutto ciò che ci era stato imposto, delle paure e dei non detti. Ma lo avevamo superato. Non tagliando i ponti, ma difendendo il nostro spazio.

Era stata una lezione per tutti. Per loro, il lasciar andare. Per lui, il decidere. Per me, il mettere confini.

E se provano ancora a portarci roba?

Non succede più. Sanno cosa diremmo.

E cioè?

No, grazie.

Rise.

Così facile?

Finalmente, sì.

***

Un mese dopo, Graziella mi mandò una foto: il nuovo divano per il lago. Grigio, compatto, moderno. Niente a che vedere con quella bestia bordeaux.

«Comprato! Hai ragione tu: comodissimo. E leggerissimo. Giorgio lha montato da solo!»

Mostrai la foto ad Alessandro.

È progresso, commentò lui.

E come se lo è.

Quando la sera mi sedetti col libro sul nostro divano, pensai: a volte per trovarsi bisogna perdere qualcosa. Dire no, per dire sì a quello che conta. Buttare il vecchio, far spazio al nuovo.

Vale per il mobilio, vale per la vita.

Ross, vuoi un tè? mi chiamò Alessandro dalla cucina.

Certo, arrivo! risposi.

E sorrisi. Perché, finalmente, ero a casa. In una vera casa. Nella mia.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

four × 2 =

Divano anni Novanta: il ritorno dello stile vintage nelle case italiane