Banane per la nonna

E le banane per la nonna Lucia! Non dimenticarti! Solo quelle piccole, come piacciono a lei! Lultima volta hai preso chissà cosa! Martina! Ma come si fa? Davvero ti è difficile eseguire quello che ti si chiede?

Martina Maria Ferri, capo contabile di una grande azienda a Milano, madre di due figli e tutto sommato moglie soddisfatta, sospirò e annuì nel vuoto, dimenticando che sua madre non poteva vederla. Bastava che Martina sapesse con certezza che sua madre avrebbe indovinato la sua reazione alle solite raccomandazioni.

E non annuire, ma fallo! Altrimenti ti conosco! Sei sempre tra le nuvole! Martina! È ora di crescere!

La seconda volta, Martina evitò di annuire. Semplicemente disse: «Va bene, mamma» e salutò.

Crescere Eh già! Se lo dici tu! Quaranta e qualcosa, e ancora cè tempo per crescere

Mancava ancora mezzora alla fine della giornata lavorativa, e Martina cercò di concentrarsi sul bilancio. Ma le venivano in mente mille pensieri, pochi allegri. Era brava, Martina. Così le diceva sempre sua madre.

La mia Martinuccia è una bambina modello! Molto brava!

Era carino quando Martina era allasilo. Una bambina impeccabile, coi capelli raccolti e una gonnellina con le ruche. Un incanto!

Un incanto o una piccola furbetta. Perché la mamma dallasilo recuperava una selvaggia, non una fatina.

Martina! Coshai in testa?

Un nido! Così ha detto la maestra Claudia. Ha detto di stare ferma in cortile, così magari un uccellino ci fa i piccoli. Almeno la mia pettinatura serve a qualcosa, no?

E i fiocchi dove sono finiti?

Non ricordo! Uno lha preso Carlo. Gli serviva come corda per lancora. Mamma, lo sai che ha una vera barca? Glielha costruita suo papà! Oggi ce lha fatta vedere la maestra: ha riempito la bacinella dacqua e la barchetta galleggiava! Era bellissimo!

E laltro nastro?

Non lo so. Lha chiesto Laura, e poi è sparito. Mamma, perché tira il vento?

Martina!

Cosa?!

Basta con queste domande sciocche! Mi scoppia la testa!

Martina allora taceva, e per tutto il tragitto a casa scrutava la mamma di sottecchi. Forse le faceva male la testa? E se non le fosse più passata, bisognava buttarla via, come faceva la mamma con le uova finite per la frittata?

Martina ha sempre avuto una grande immaginazione, e non arrivava nemmeno a metà strada che già le veniva il magone, e spesso piangeva, con un tono rauco che faceva proprio disperare la madre.

Martina! Ma che scenata è questa?

Spiegarle il perché non riusciva. Solo che le dispiaceva talmente tanto per la mamma, per il suo mal di testa e lumore rovinato, che voleva solo piangere ancora più forte, come faceva il cane della vicina, Nerina.

Nerina era una cagnolina proprio fuori di testa. Abbaiava per ogni motivo, e tirava fuori i drammi veri quando il suo padrone, lo zio Piero, idraulico del quartiere, beveva troppo. Allora Nerina piangeva senza sosta per giorni, facendo impazzire i vicini e costringendo quasi tutti i bambini della scala C di via delle Ortensie 6 a supplicare i genitori di portarla via. Ma niente da fare, Nerina restava al suo posto. Solo una volta, in uno di quei periodi bui del padrone, azzittì di colpo la sua triste canzone; e tutti i vicini capirono che era avvenuta una disgrazia.

Tutto il cortile accompagnò Piero al suo ultimo viaggio. Era un bravuomo, sempre disponibile. Solo «debole di carattere», come diceva la madre di Martina.

Quando la portarono via, Nerina uscì dal portone e si mise seduta sulla soglia, immobile, guardando la strada cosparsa di fiori. Non guaì più. Martina, che quel giorno la mamma non portò allasilo perché doveva portarla dal dentista, la accarezzò, ma Nerina non mosse nemmeno la coda, anche se di solito era sempre pronta alle carezze. La mamma prese Martina per mano, andarono via, e al ritorno dal dentista trovarono Nerina ancora lì, con le zampette intirizzite, sempre più piccola. E Martina avrebbe giurato, facendo la croce come le aveva insegnato Carlo, che la cagnolina stava piangendo.

Mamma, perché non si vedono le sue lacrime?

Cosa ci fosse in quella domanda, Martina non sapeva, ma la mamma la sentì come una pugnalata, guardò Nerina e poi si inginocchiò accanto a lei, allungando la mano:

Nerina Vieni da me. Lui non tornerà più

Chissà se Nerina comprese? Martina non lo seppe mai. La mamma, non aspettando risposta, la prese tra le braccia e ordinò a Martina:

Andiamo! Dobbiamo metterla a posto.

E così Nerina divenne la cagnolina di Martina. Visse ancora tantissimo. Martina non sapeva quanti anni avesse quando perse il primo padrone, ma in famiglia visse ancora altri diciassette, abbastanza per vedere Martina diplomarsi e sposarsi. E da allora Nerina non abbaiò più. Mangiava di buon grado, si faceva lavare le zampe, usciva a passeggio con Martina o i suoi genitori, ma non ululò mai più. Anche quando si spense, proprio come se fosse un essere umano, sospirò piano e chiuse gli occhi, stringendo il muso contro la mano di Martina, bagnata di lacrime. Da allora, Martina non ebbe più cani. Neppure quando i figli la supplicarono: non trovò la forza di prendere un cucciolo, ricordando negli occhi di Nerina quellinfinita consapevolezza.

Eppure Martina era stata una bambina felice. Aveva tutto il necessario per crescere spensierata: mamma, papà, due nonne, un coniglio di pezza con un orecchio strappato e le crespelle con la panna fatta in casa la domenica. E poi cera la casa al lago della nonna Olga, la madre del papà, dove Martina andava raramente con sua madre. Il perché succedesse così, allora, la piccola non lo capiva. Era un segreto che non si poteva raccontare, tanto meno ai bambini. Lì tutti si divertivano, tranne la mamma; ma Martina non lo capiva ancora.

E cerano anche le vacanze al mare con laltra nonna, Lucia. E lei Martina la amava in modo speciale, perché passava con lei ogni attimo libero. A differenza di nonna Olga, per nonna Lucia nessun argomento era tabù e rispondeva volentieri a ogni domanda della nipote, prendendosi poi le ramanzine della figlia.

Mamma, ma perché? Martinuccia è ancora piccola! Tanto non capisce niente!

Non eri mica stupida tu, capivi tutto. E Martina è tutta sua madre!

Martina se la rideva di gusto, vedendo la mamma stizzita e senza risposte, mentre pensava che nemmeno lei aveva capito tutto quello che la nonna le aveva raccontato su come nascono i bambini, ma ascoltare era così interessante che forse avrebbe chiesto la prossima volta perché gli adulti non dicono sempre la verità.

E qualche motivo per farlo ce laveva, Serena.

E certo, gli adulti cercavano di nascondere alla bambina la verità su quello che succedeva in famiglia. Perché coinvolgere una bambina nelle questioni da grandi? Però ogni tanto, da dietro la porta chiusa della camera dei genitori, trapelava una lite, e poi il pianto sommesso della mamma. Nonna Olga, accogliendo la nipote in villa, serrava le labbra e guardava oltre la madre di Martina. La bambina non capiva nulla, tirava la mamma in cucina dove la nonna preparava la crostata alle ciliegie.

Mamma, vieni! La nonna ti insegna come fare. Così la rifai a casa! La tua non viene così buona!

Ma la mamma si staccava dalla mano di Martina e diceva:

No, grazie!

Gli adulti non correvano certo a spiegare cosa stava succedendo. Si sforzavano di salvare le apparenze. Col tempo, Martina avrebbe capito: certe cose sono complesse. Non basta diventare parenti per diventare davvero una famiglia.

I genitori divorziarono quando Martina compì dieci anni.

La festa che sua madre organizzò a casa per lei e le amichette era in pieno svolgimento, quando la porta dingresso sbatté e a Martina, che restò interdetta in corridoio, arrivò il verdetto:

È finita.

Nerina, che capiva molto meglio della bambina, si accostò alla mamma di Martina, appoggiò il fianco caldo alla sua gamba, consolandola. Qualcuna chiamò Martina che corse gridando che sarebbero arrivati i pasticcini. Quando tornò per chiamare la mamma, la vide in piedi, ferma con la cagnolina accanto, tutte e due con lo sguardo fisso nel vuoto. Al suo cenno incerto, la mamma scosse appena la testa, e disse:

Certo, arrivo subito. Torna dalle tue amiche.

E poco dopo la vide entrare in salotto sorridente, con la torta che aveva preparato tutta notte, sperando almeno in quelloccasione di ricevere un apprezzamento per le sue doti culinarie.

Quando poi si trovarono sole, la mamma porse a Martina un cucchiaio:

Ti è piaciuta la torta? Ci mancherebbe! E chi se ne importa delle diete, Martina! E di tutto il resto! Prima o poi la giornata buona arriverà anche per noi!

Martina non capì quale giornata intendesse la madre; e anche in seguito non lo capì meglio. Considerando che lassegno di mantenimento che il padre passava a malapena bastava per nuovi vestiti a una ragazza in piena crescita, e nemmeno sempre, i giorni di festa si ridussero sempre più. Rimasero solo il Natale e il compleanno di Martina. La mamma smise del tutto di festeggiare il proprio.

Nonna Lucia, senza farsi problemi, ripeteva davanti a Martina che sua figlia doveva rifarsi una vita. Ma Martina vedeva chiaramente come questi discorsi infastidissero la madre. La risposta era sempre la stessa:

Ne ho avuto abbastanza. Adesso basta.

Quando fu più grande, Martina si chiedeva spesso che cosa sarebbe cambiato se la mamma non si fosse cancellata come donna. Se avesse lasciato andare il passato, sposandosi di nuovo, se si fosse permessa di essere felice unaltra volta. Non sapeva rispondersi, ma spesso si immaginava una famiglia più grande, un fratello o una sorella, e una mamma serena, non più depressa, che rideva.

In realtà, la madre di Martina aveva dimenticato cosa fosse il sorriso. Era diventata sempre più severa, e Martina faticava a non risponderle sgarbatamente alle sue critiche. Lo aveva fatto tante volte da adolescente, ma puntualmente compariva Nerina, con quei dentini aguzzi ma silenziosi, che bastavano da deterrente, e Martina tagliava corto ogni polemica, rifugiandosi in camera o dalla nonna.

Nerina mordeva forte. Martina lo sapeva. Una sola volta, dopo una lite furiosa, venne a morderla gentilmente una caviglia. Martina gridò dal dolore, e la cagnolina sparì subito, come niente fosse. Rimase solo un lividino a puntini, che però Martina ricordò bene: è meglio non sfidare chi sa cosa serve alle cagnoline e alle figlie ribelli.

Molte cose della madre le spiegò la nonna.

Cosa pretendi da lei? Qualsiasi donna diventerebbe acida senza amore.

Ma noi la amiamo!

Ah, Marti, non è la stessa cosa! Una donna deve sentirsi donna: e questo non glielo danno né figli né genitori, solo un uomo accanto. Tu non lo capisci ancora. Ma io lo so, fin troppo bene. Ero solo quaranta quando è mancato tuo nonno. Troppo giovane. Qualche storia lho avuta, ma cosa ridi? Non sono sempre stata così! Anche per me alla luna… ma io amavo tuo nonno. E lo amo ancora. Non ho mai potuto immaginare nessun altro. Va bene una cena, un mazzo di fiori; tuttaltra cosa addormentarsi e svegliarsi insieme ogni giorno. Sbuffi? Vedrai, parlerai così anche tu quando ti sposi! E secondo me, visto che sei come tua madre, succederà presto.

Nonna, ho sedici anni!

Embè? Tua madre ne aveva diciotto quando mi ha detto che aveva trovato tuo padre e non poteva vivere senza di lui. Il fatto che lui senza di lei ce la facesse, la preoccupava poco. Alcuni dicono che tua madre si era invaghita come una gatta. Ma io vedevo: non era una cotta, era amore. Vero, senza illusioni. Sapeva che sarebbe stata dura, ché i genitori di lui non la accettavano, e tuo padre era il cocco di famiglia. Ha resistito finché ha potuto. Non ha mai perdonato solo una cosa.

Cosa?

Il tradimento. Perdonami se sono così schietta. Ma prima o poi lo saprai. Così meglio da me. Così sai cosa ha passato tua madre: non avere amore, sentirsi giudicata da suoceri e consigli non richiesti fa malissimo. Ma non è per farti odiare tuo padre. Serve a niente. Ognuno ha il diritto di vivere la propria vita. A che serve sprecare tempo prezioso nellodio? Tuo padre ha la sua strada. E tu lo sai: va tutto bene ora con lui. Sii contenta per lui, anche se ti sembra strano. Tu sei fatta metà e metà: da mamma e da papà. Non puoi eliminare una parte.

Mamma non ha mai parlato male di papà.

E mai lo farà. È intelligente, la tua mamma. Capisce che per te rimarrà sempre papà. E tu, per lui, la sua bambina. Perché complicare le cose?

Lo ama ancora?

Credo di sì. Ecco perché non vuole cambiare la sua vita.

Nonna, e secondo te anchio… così, per sempre uno solo?

Non lo so, tesoro mio. Posso solo pregare il cielo che arrivi qualcuno degno di essere amato così, fino in fondo.

Martina conobbe suo marito, Luca, esattamente come la nonna aveva previsto. Stava correndo verso il suo primo esame alluniversità di Bologna e si scontrò con un tipo alto e bruttino. Non vide faccia, solo un tono ironico,

Signorina, va troppo veloce! Mi lasci subito il suo numero, o finisce che se ne vola via davvero!

Il numero, certo, non glielo diede, ma non si stupì quando lo vide fuori dallaula, tutta felice del voto.

Ora sì che non ha più fretta?

Tre anni dopo si sposarono. Inizialmente vissero con la mamma di lei, ma Martina capiva che non poteva durare. Era difficile. Sua madre non accettava Luca. Non lo vedeva come una sicurezza per la figlia.

Ma che lavoro fa, sto programmatore? Sta tutto il giorno al computer e mangia in continuazione. Diventerà un elefante qui accanto!

Mamma, non esagerare. Non capisco perché ti dispiaccia per un panino.

Penso a te. Verserai lacrime per questuomo

Luca dovette faticare tanto per cambiare il giudizio della suocera, ma ci riuscì. Ci voleva quasi dieci anni, ma alla fine la madre di Martina ammise che si era sposata bene: «un vero tesoro».

Quando arrivò quel giorno, loro già vivevano in un piccolo appartamento. Luca spariva in ufficio per far funzionare la sua prima start-up, Martina correva da un appuntamento immobiliare allaltro, regalando i piedi ai clienti il mestiere dellagente immobiliare, si sa, si fa con le gambe. Al primogenito pensavano a turno la nonna o la bisnonna, entrambe lucide e ancora in buona salute. Martina ringraziava il cielo per questo.

Le prime avvisaglie arrivarono mentre aspettava il secondo figlio.

Martina, ma ti sei montata la testa? Sei sparita per unora, perdendo un sacco di cose! Ho da fare! si irritava la mamma, mescolando le erbette per il minestrone che adorava il genero. Poi, a pranzo pronto, protestava: Vado via! E per favore, la prossima volta organizza meglio il tempo tuo e mio!

Martina non capiva. In fondo, la visita dal dottore era ieri, e oggi la mamma era lì da mattina a preparare cose da matrimonio, ma la accusava di essersi attardata, benché non fosse uscita di casa affatto.

A ogni proposta di controllo medico, la mamma rifiutava seccamente.

Perché mai? Ma stai bene tu? Sono sana come un pesce! Pensa piuttosto alla nonna, che i dottori a lei sì che farebbero comodo.

Martina, dopo aver parlato col marito, decise di cercare un bravo specialista tramite il padre, che accettò di venire a casa.

Non ho buone notizie. Ci vuole una valutazione globale, ma già adesso posso dire che vi aspettano tempi difficili.

Martina sentì il gelo nelle mani. No, non era possibile! Sua madre era ancora giovane! Come poteva?

Le cause possono essere molte. Ma serve saperle tutte? Forse è meglio concentrarsi a limitare i danni.

Si può fare qualcosa?

La medicina va avanti, ma per ora non ci sono miracoli. Possiamo rallentare, sostenere lorganismo, avere tempo. Poi si vedrà.

E Martina capì che tutto sarebbe cambiato da quel momento in poi. Non era felice di quelle novità, ma non poteva evitarle. Nessuno al mondo era più importante di sua madre. Cerano il marito, i figli, la nonna, il padre, ma la mamma è unaltra cosa. Era sua responsabilità fare tutto perché la vita del suo punto di riferimento fosse il più tranquilla possibile. Il medico aveva detto che anche la serenità è una cura.

Ricordare come aveva convinto la mamma a trasferirsi nella loro nuova casa metteva ancora un nodo alla gola. Luca ce laveva messa tutta, e il villino trovato da Martina venne presto comprato, anche a costo di un mutuo pesante.

Ce la facciamo. Ora siamo tutti insieme e sarai più serena.

Martina, chiudendo gli occhi, si rifugiava nellabbraccio di Luca e pensava che la serenità, per lei, sarebbe stata ormai solo un ricordo.

E così fu.

Sua madre dimenticava spesso di vivere con loro e voleva tornare a casa.

Mamma, la tua stanza è in fondo al corridoio.

Perché dovrei stare nella tua stanza degli ospiti? Ce lho casa mia!

Certo, ma domani ho bisogno che tu stia con i bambini. E la nonna sta male. Dai, resta Ti prego

Va bene. Ma non credere che sarà sempre così! Anchio ho la mia vita privata!

Certo, mamma, capisco.

Ma che vuoi capire tu, nella tua età!

Se non fosse stato per la nonna, che restava con lei, Martina sarebbe impazzita prima di imparare a convivere con quella realtà.

Nonna, ma davvero non si ricorda nulla?

Perché, Martinuccia! Tante cose le ricorda. Soprattutto le vecchie. A dir la verità, anche cose che io ho già dimenticato. Adesso capisco quanto poco tempo le ho dato mentre cresceva. Sai comera? Nido, scuola, doposcuola ci si vedeva poco. Corri dal lavoro, casa, compiti, poi si va a letto. Non cera modo di parlare, di chiarire. Sono stata madre davvero solo con te. Cresciuta e curata da me. Tua madre lei è la mia ferita. Vorrei tanto restituirle quel tempo perso. E lo sai? A volte mi sembra che tutto questo accada solo perché mi possa perdonare. Suo padre, questa vita difficile. Sbuffa, brontola, ma è solo unapparenza. Quando tua madre mi guarda, come se mi riconoscesse appena, capisco che non soffre più. Quando mi sorride, è terribile. Ma allo stesso tempo è bello. Ogni madre vuole che suo figlio sia felice almeno per un attimo. In quei momenti io sento che lei è felice, giovane e sana, tutto davanti. Amore, te, dolori che non conosce ancora. Mio Dio, come resistere?

Non lo so, nonna proprio non lo so

Martina vedeva quanto soffriva la nonna nel capire che sua figlia piano piano si stava spegnendo, andando in quel luogo dove nessuno può seguirla.

Molte volte, trovando la madre seduta a terra accanto alla nonna, immobile sulla poltrona in salotto, Martina domandava:

Vuoi che la porti via?

No, lascia Solo un po.

La nonna se ne andò appena un anno dopo che Martina aveva capito che nulla sarebbe più stato come prima.

Abbine cura, Martinuccia! Come la pupilla degli occhi! Io non posso più

Martina, mordendosi il labbro, annuiva, cercando di non mostrare alla nonna quanto era terrorizzata dallessere sola davanti a tutto.

Non devi più pensare a lei come alla mamma. Lo sai, si dice che da vecchi si ritorna bambini. È vero. I bambini vivono di cuore e di pancia, non di testa. Ti prego, pensa a lei come a una bambina. Al mio posto. Proteggila. Se vuoi urlare, fallo! Ma senza che lei ti senta. Non spaventarla. E poi, ricorda, abbracciala. Con tutta la tenerezza che vorresti fosse data a te dai tuoi figli, un giorno Promettimelo!

Lo prometto

Quante volte Martina ha ripensato a quella conversazione? Infinite. Anche ora.

Guardò lora, sospirò e prese la borsa. Portafoglio, chiavi, ombrello. Tutto. Si parte! Prendere il figlio maggiore in palestra, il piccolo allasilo, poi tappa al supermercato. Banane! Quelle piccole, come piacevano alla nonna.

Perché la mamma, vedendole sul tavolo, avrebbe pensato che la nonna era ancora in vita. Basterebbe solo fare pochi passi lungo il corridoio, ignorando il cenno della badante. Aprire la porta del salotto, vedere la solita poltrona che non centra nulla con larredamento, ma che resterà finché qualcuno la ricorderà. E borbottare:

Martina! Ma quando ti decidi a pulire questa fodera? Quante volte te lo devo dire? Hai preso le banane? La nonna arriva tra poco. Le ha chieste.

Sì, mamma! Siediti, ti preparo il tè.

E la poltrona sarà occupata. E ci sarà ancora tempo per stringere quelle mani così familiari alle sue guance. Per cogliere quello sguardo severo, ma pieno di tenerezza. E sorridere, davanti al suo:

Martina, che cosa hai in testa? Dovè la tua spazzola? Portala qui! Ti pettino! Per lamor del cielo, è tardi A nanna! Che vuoi domani a colazione? Semolino o crespelle?

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