Piccolina
Laveva chiamata Piccolina già al primo incontro, quando si era lasciato cadere sulla poltroncina accanto, uguale, rossa, di velluto, consumata da troppe braccia, proprio come quella di Ilaria.
Per un attimo, osservò la sala con uno sguardo spaesato, poi si girò verso la sua vicina.
Che cè, piccolina, ti annoi? sospirò lui, provando a incrociare le gambe, ma il corridoio stretto tra le file del teatro non lo permetteva. La scarpa appuntita urtò la sedia davanti, la caviglia si piegò dun tratto, Michele fece una smorfia di dolore.
Ilaria finse di non averlo nemmeno sentito, guardava concentrata verso il palco, anche se non cera nulla di interessante. Tavoli allineati, la tribuna, gente che andava e veniva regolando limpianto audio tutto come sempre ai convegni. E quellafa che stringeva.
A Ilaria era sempre pesato stare rinchiusa con troppe persone, seduta così, spalla a spalla, senza possibilità di uscire.
Ehh prolungò Michele, grattandosi il mento. È tempo perso! Piccolina, tanto qui non si sentirà nulla di nuovo. Fidati! Ho già letto tutte le relazioni, per lavoro. Non cè niente di interessante.
Ilaria si voltò, lo fulminò con uno sguardo severo.
Era vestito in modo impeccabile, completo e cravatta, scarpe lucide. Eppure sembrava fuori posto, come se qualcuno avesse incollato la sua sagoma dentro un abito elegante. Goliardico, chiacchierone, con la battutina sempre pronta e quei capelli tragicamente spettinati, con due vortici che gli facevano dei riccioli delicatissimi.
Michele, disse, lui le porse subito la mano grande. Dai, andiamo a pranzo! Sei così piccolina, magra devo sfamarti. Su, non discutere! Seguimi!
Avevano appena abbassato le luci. Sul palco i dirigenti, i funzionari, gli impiegati esemplari, tutti a ricevere applausi, ma Michele, senza alcuna vergogna, trascinava la sua Piccolina via, pestando i piedi a chiunque, chiedendo scusa, spingendo la cravatta che sporgeva fuori dalla giacca, come se facesse una linguaccia a tutto quel pubblico ingessato.
Ma cosa fa?! Mi lasci! Mi sente?! provò a divincolarsi Ilaria, senza riuscirci, trotterellando dietro Michele verso luscita.
Sbucarono nel foyer proprio nel momento in cui lapplauso raggiungeva il culmine e qualcuno batteva sul microfono cercando il silenzio.
Mi lasci! Devo tornare, devo prendere appunti, ho un compito! si indignò Ilaria, stringendosi il quaderno al petto, facendo cadere la penna. Michele la raccolse prima di lei.
Lascia stare, Piccolina! Tutti quei resoconti te li invio io. Ora si deve mangiare. Ma prima acqua! Sei pallida, il polso corre! Oh! Le tastò il polso, scosse la testa. Aria, cibo, niente conferenze!
In realtà, Ilaria non si sentiva affatto bene, il cuore batteva in modo tremendo, duro, nelle tempie.
Mai nessuno si era preso cura di lei, mai. Piuttosto, era lei a occuparsi degli altri madre, marito, figlia. E sembrava normale così. Faticoso, e a volte avrebbe voluto sentirsi leggera, essere presa tra le braccia di qualcuno, ridere e bere vino come nei film. Ma non era mai capitato.
Michele glielaveva regalata, quella possibilità.
Non capì nemmeno come si trovò seduta insieme a lui in un piccolo ristorante sullaltro lato della strada, ed ecco il cameriere che porta due bicchieri di spremuta fresca, arancio e limone, luminosissima pareva di bere il sole stesso dagosto.
Bevi! E ora, che si mangia? domandò Michele.
Probabilmente le piaceva. Era carina, Ilaria, e assai magra. Se non fosse stato per quellaria perennemente stanca e sconsolata sul volto Quasi cinquanta, famiglia, senza amore, tutto sempre uguale: come poteva sbocciare come una rosa a maggio?
Ma così, stanca e fragile, era lei la Piccolina che Michele aveva scelto.
Non mi serve niente. Mi riprendo un attimo e torno in sala. Sto già meglio! farfugliò Ilaria.
Va bene! annuì Michele. Ma prima branzino con le verdure, insalatina, e e tu cosa bevi, Piccolina?
Sollevò lo sguardo dal menù, tanto bello, sbarazzino, odorava di sigaretta e colonia, muscoloso. Guardava proprio lei.
Ilaria arrossì, si accigliò.
Era impazzita! Sconosciuto la trascina al ristorante, le offre da mangiare, la chiama Piccolina, le sistema persino una ciocca in fronte. E lei si era sciolta. Tutta.
Dove lui laveva toccata, sentiva una fiamma, e sulla schiena una pioggia di brividi.
Bevevano vino bianco, e Michele raccontava. Da giovane, diceva, aveva lavorato nei cantieri, poi era salito al Nord per stare nei grandi impianti, sempre cambiando, e poi
Poi, Piccolina, io e Gigi il mio amico abbiamo messo su una nostra ditta. Nulla di che, costruivamo villette, una squadra affiatata. Tutti sognano di vivere bene, al caldo E noi sapevamo come farlo. Su, mangia, Piccolina! È per te! Appena ti ho vista ho pensato: Questa ragazza va nutrita! Vuoi che ordini altro?
Lei scosse la testa. Si sentiva sciogliere per il vino, il cibo, e perché mai prima dallora qualcuno aveva voluto nutrirla, chiamandola ragazza stanca e magra.
A casa era diverso. Da piccola, Ilaria era cresciuta solo con la mamma. Sempre al lavoro, la mamma spariva dalba, Ilaria faceva colazione sola, la sera preparava lei la cena per la madre, lavava tutto mentre quella faceva la doccia. Dormivano tardi.
A Capodanno la mamma, Maria, tornava a casa appena prima delle undici. Lavorava in un negozio e laffluenza di clienti aumentava prima dei botti.
Maria Anna arrivava sfiancata, pallida. Ilaria preparava il vestito, aiutava a sistemare i capelli, poi uscivano insieme dagli ospiti.
Gli ospiti cerano sempre vicini, parenti improvvisi, tutti allegri, un po brilli. Si rideva, si parlava, Ilaria controllava che la mamma non si addormentasse dopo appena un bicchiere di grappa.
La madre beveva quasi solo quella lo spumante era una frivolezza. La grappa, invece, era la compagna fidata!
Ma spesso crollava subito, col capo ciondolante a tavola. Ilaria la punzecchiava con il gomito, la madre si ridestava, per un attimo spaesata, poi chiedeva un altro bicchiere, faceva brindisi amari. Difficile allora essere una ragazzina fragile, per Ilaria. Non era il caso.
Così Ilaria si sposò presto. Andrea, di dieci anni più grande, serio, diplomato, ma freddo, taciturno. Lei era solo un ingranaggio ben oliato in una routine che non concedeva nulla di più.
E forse Ilaria non desiderava altro. La passione pure cera stata allinizio, inutile negarlo, il corpo ne sente il bisogno. Poi però svanì. Ora aveva una casa, non più una madre sfiancata e le sue gambe gonfie di vene, nessuna finestra affacciata sui bidoni. Ora aveva un ampio bagno, cucina, balcone, biblioteca e un marito. Tutti la invidiavano! E senza suocera!
E sempre, da che era nata fino allincontro con Michele, Ilaria era stata solo Ilaria, o signora Ilaria.
Andrea, sua madre, le amiche sempre e soltanto Ilaria.
Ora invece: Piccolina. Vino, tartine qualcuno che vuole sapere quello che pensa Piccolina, che desidera.
Andrea non si era mai interessato a queste cose. Discutere sì, certo, su spese e vacanze, più per comunicare una decisione già presa. E gli piaceva laria, le finestre sempre aperte anche in inverno, che tirasse o meno, non aveva importanza.
Michele invece, appena entrati nel ristorante, si era assicurato che non ci fossero spifferi.
Premuroso
Le chiedeva, Ilaria rispondeva timida. Sì, ho un marito. Sì, ho una figlia. Si chiama Teresa. Teresina studia lingue straniere alluniversità, Ilaria le aveva trovato unottima insegnante, presto sarebbe partita in Erasmus.
Teresa non era stata attesa, o sognata, e nemmeno chiesta a Dio. Era fatta. Andrea doveva ormai diventare padre, diceva sua madre. Ma la gravidanza tardava. Quindi vi si applicarono con metodo.
Alla fine Ilaria rimase incinta. Andrea per nove mesi la evitò, non aveva nulla della dolce attesa ritratta nei film: non toccava il pancione, non parlava col bambino. Lo trovava strano, quasi sgradevole.
Quando nasce, allora lo cresco, gli insegno tutto. Ilaria, dimmi quando hai la visita, posso accompagnarti!
E la portava, e la riportava dallospedale con palloncini e il ringraziamento per la figlia. Controllava peso, latte, comprava cibo di qualità, si alzava di notte per la piccola. Alla prima visita della pediatra, Andrea verificò che avesse le mani pulite, scrutò il camice e scaldò lo stetoscopio col fiato, perché Teresa non avesse freddo.
Sei esausta? le chiedeva con empatia lamica Ginevra, Ilaria con le occhiaie. Un figlio non è una pianta, è fatica! Andrea aiuta almeno?
Ilaria scrollava le spalle. Aiuta, più o meno
Essere vittima la faceva sentire bene, tormentata, si sentiva compatita e a volte Andrea veniva criticato per non aver cura di Ilaria.
Ma Michele invece la vezzeggiava, la rimpinzava di delicatezze, e Ilaria si schermiva.
Ma smettila, piccolina! si rattristava Michele. Mangia, non ti lascio andare digiuna, capito?
Ilaria si morse il labbro, fissò Michele con aria triste e mangiò.
Quella sera lui la accompagnò alla metropolitana, Ilaria declinò linvito a proseguire insieme, disse che aveva da fare.
In serata le arrivarono per posta elettronica i riassunti di tutti gli interventi.
Alla Piccolina, da Michele! era scritto.
Ilaria richiuse in fretta il portatile, ma Teresa probabilmente aveva letto qualcosa, borbottò.
Che soprannomi sciocchi! protestò Ilaria. Sono documenti ufficiali, e scrivono idiozie!
Ma Teresa non ascoltava già più, si era messa le cuffiette, via la musica
Ilaria, Teresa, sono a casa! A cena! risuonò dallingresso.
Andrea, sfinito dallafa della metro e del bus, si sfilò la camicia al volo, rimase in pantaloni, poi anche quelli giù, indossò shorts con palme verdissime, spalancò il balcone per respirare.
Odorava di sudore, acido, quasi stantio.
Ilaria, mica posso lavarmi ogni giorno! Basta insistere, dopo mi prude la pelle. Domani! tagliava corto, davanti ai cauti inviti della moglie. Basta! Stanco. Mangiamo.
Cenarono senza dir nulla. Ognuno nei propri pensieri. Ilaria pensava a Michele, alla sua freschezza, gentilezza
Lindomani Michele chiamò in ufficio.
Ciao, Piccolina! Come stai? Hai mangiato? sentì la voce nel cellulare, si confuse, si guardò intorno, temendo che i colleghi la sentissero. Il volume le pareva altissimo.
No non ancora, troppo da fare, sussurrò. Piccolina. Debole, tenera La schiena le si accapponò.
Lascia tutto, scendi. Sono qui nel bar vicino. Non è granché, ma si mangia. Dai, ti aspetto!
Ilaria balbettò qualcosa, si scusò con i colleghi, entrò in ascensore e per un attimo non ricordò quale tasto premere. Le guance le bruciavano, vergognose. E tutti ormai avranno capito che la signora Ilaria ha un amante.
Sì, pensava proprio di chiamarlo così “amante”. Un brivido sconosciuto.
Quella volta Michele era in maglietta e jeans, ancora un po’ spettinato.
Presero il caffè, Ilaria raccontava episodi dellinfanzia. Michele la ascoltava davvero.
Piccolina, lo sai che sei bella? la interruppe allimprovviso. Dai, compriamo qualcosa per te! Un vestito! Ho unamica in boutique, scegliamo insieme! Voglio vederti in un abito nuovo.
E la vide, sì, ma non in quel momento. Di sera, quando portò Ilaria al Passaggio e aspettò seduto mentre le commesse si affannavano attorno alla Piccolina.
Come la guardava! Famelico. Andrea non laveva mai guardata così.
Non mera mai successo! confidò più tardi Ilaria a Ginevra, la più cara amica. Solo nei film. Non pensavo si potesse guardare così una come me. Mi sono sentita donna. È terribile, ma mi è piaciuto.
E Andrea? chiese poi Ginevra, pratica.
Non sa nulla, non deve! Nemmeno io so come stanno le cose! Non dire niente. Il vestito lo tengo qui da te, non so come spiegarglielo a casa! Costa una follia! Dio mio, come finirà?!
Ginevra strinse il pacco, scrollò le spalle. Come finirà, finirà.
Non so, Ilaria Stai facendo una sciocchezza. Andrea, per quanto sia un po rozzo, ricordi quando andava fino a Casaglia in pieno inverno per prendere il latte buono? Lavora, fa sacrifici. Un altro starebbe sul divano a bere birra, lui almeno è uno rispettato. Se ti serviva la macchina, te la comprava. Serve il bagno nuovo, lo fa. Ti porta al mare ogni anno. È trasparente, sicuro. E Michele, chi è? Da dove viene, i soldi?
Non lo so. Che importa? Ginevra, Andrea è una prigione, non lo capisci? Mi sta venendo la nausea. Tu mi invidi, ecco!
Ginevra rispose solo con una smorfia. Fors’anche sì, lo ammetteva. Ma non per Michele, ma per il marito
Ilaria cominciò a rincasare sempre più tardi, preparava qualcosa di veloce per la famiglia, lei non mangiava più, trafficava con il cucchiaino nel tè freddo.
Mamma, ma ci sei? È la quinta volta che chiedo il pane! Teresa si alzava, cercava nel cesto. Finito! mormorava contrariata.
Ilaria annuiva, si rabbuiava e se ne andava. A sognare.
Andrea e Teresa la fissavano stupiti.
E Ilaria poteva continuare a sognare a lungo, il cuore in mano, sudato.
Michele era tenero, sapeva baciare, rideva della goffaggine di Ilaria, la vezzeggiava. La chiamava Piccolina, la nutriva, le faceva regali, che dovevano essere nascosti dallamica Ginevra, le passava soldi di tanto in tanto, poi si era fatto audace, scriveva messaggi di notte. Ilaria correva in bagno a leggerli, li cancellava, aspettava. Poi spegneva il telefono e se ne stava lì, in silenzio.
Andrea si voltava dallaltro lato, le passava il braccio pesante addosso, borbottava. Ilaria taceva e si immobilizzava. Peccato che ci sia Andrea Peccato non aver mai conosciuto prima cosa significa essere Piccolina, amata. Anni buttati via
Ma adesso cera Michele, la sua felicità.
Si vedevano da lui, in un appartamento spazioso e chiaro, finestre alte, nessuna tenda, fuori Milano sfavillante. La testa girava per lo spumante e il dopobarba di Michele. E le lenzuola erano così lisce, pura seta.
Il mondo esplodeva di scintille, fuochi dartificio su quelle lenzuola. Incanto.
A casa tutto sembrava cupo e ostile. A Ilaria pareva che tutti sapessero. Teresa la guardava di sbieco, Andrea la fissava austero.
Inventava scuse per rincasare tardi, quando tutti erano a letto. Così poteva rimanere in cucina a bere caffè solubile, amaro, e sognare
Ilaria! Ma dove sei? Ho comprato la verza da tagliare! Dicevi tu la voce di Andrea nel cellulare, e Ilaria fissava Michele che nuotava lungo il bordo della piscina, il freddo le saliva addosso, era una piscina scoperta uno strano miracolo milanese.
Alla Sirena Ilaria non aveva mai nuotato. Michele invece, oggi, laveva portata, ordinato di cambiarsi, poi avevano nuotato osservando il vapore salire nellaria gelida. Poche persone: una benedizione. Se salivi sulla torretta si illuminate le luci della pista di pattinaggio al Parco Sempione. Ma Ilaria guardava solo il suo cavaliere. Finalmente, amore finalmente!
La verza? balbettò, avvolgendosi nellasciugamano. Lasciala lì. Torno tardi. Sono sono in piscina con Ginevra. Mi hanno detto che fa bene per la schiena. Verza domani. Ora mi chiama Ginevra. Ciao!
Chiuse la chiamata in fretta. Doveva avvertire Ginevra.
Aspettò che rispondesse, sussurrando della piscina, ansiosa. Ma Ginevra la calmò.
Ilaria, ho portato il cumino! Fate la verza col cumino, no? Lho comprato al mercato e portato su. Andrea sta già facendo bollire lacqua, disse calma. Il cumino ve lho portato ripeté, come se parlasse a qualcuno confuso.
Ilaria si morse il labbro, cercò Michele con gli occhi. Lui, muscoli in mostra, in cima al trampolino, pronto a tuffarsi. Sotto, ragazzine avvenenti lo guardavano strillando.
Allora, piccoline? Uno, due, tre! gridò sopra lacqua. Michele si tuffò perfetto, poi salutò Ilaria. Ilaria, vieni qui! La serata inizia adesso!
Le ragazzine si girarono a guardarla. Allimprovviso si sentì di nuovo brutta, scialba, con la pancetta e le cosce molli. Nuotava goffa, come una ranocchia. Di nuovo, in faccia, la vecchia maschera di fatica.
Le nuove piccoline avevano già cominciato il gioco, intorno a Michele.
E lui rideva, per nulla dispiaciuto quando Ilaria scomparve. Capiva casa, marito, verza Che vada!
Lingresso al buio, anche il salotto, solo la cucina illuminata.
Andrea mise il padellino con le uova davanti a lei.
Sarai affamata dopo la piscina. Mangia. Vuoi un po di salame? e le versò una tazza di tè.
Ilaria scosse silenziosamente il capo. Non riusciva a guardare il marito, mangiava china.
Sapeva? E ora? Perché era così sereno?
Ila dopo lungo silenzio, Andrea sbottò. Ginevra ha lasciato delle cose. Voleva anche sistemare, ma lho allontanata. Tutto tuo questo posto. Ha portato dei sacchetti, fece cenno sotto al tavolo. Diceva che erano tuoi. Ma saranno suoi, no?
Ilaria sollevò la tovaglia, sbirciando i sacchetti, scrollò le spalle.
Dicevo anche io, che sciocchezze! sembrò contento Andrea. Versa anche a me il tè. O meglio, prendi la grappa. Voglio un goccio, chiese piano.
Ilaria balzò in piedi, andò verso il mobile, poi restò immobile.
Piccolina, sentì la voce di Andrea, si voltò di scatto, lo guardò. Dicevo le briciole sul tavolo, pulisci. Teresa lascia sempre briciole di pane. Prendi uno straccio, finì, tranquillo. Poi la fissò cupo, ma si girò.
Bevvero grappa insieme, senza parole, il terrore negli occhi.
Alla fine Andrea se ne andò.
Ginevra, è andato via! Ha preso la giacca, lasciato le chiavi sulla mensola. Ginevra! Ilaria piangeva dentro la cornetta, guardandosi allo specchio. Ora non era più bella, lei, la Piccolina che poco fa nuotava con Michele. I capelli odoravano ancora di cloro e la schiena era esausta. Ginevra! Come ha potuto? È da uomo lasciare così moglie e figlia? Ci ha abbandonate!
Ilaria si infuriò, morse un pugno, picchiò il tavolo.
Proprio da uomo vero, Ilaria. Un altro ti avrebbe dato un ceffone. Andrea invece è uscito. E pure da casa sua. E hai ancora il coraggio di lagnarti? rise Ginevra. Non ho mai capito perché le cose tra voi non vadano. Di soldi non ne mancate, Teresa è brava, Andrea non beve, sa fare di tutto. È silenzioso, sì ma meglio, che pieno di parole o compagnoni. Volevi la vita da film, le moine. Ma una parola affettuosa, tu, glielhai mai detta? Luomo è come un bambino, basta dirgli bravo per ricevere cento volte! Ma tu niente. No, Ilaria, qui non posso parteggiare per te. Buonanotte.
Ilaria chiuse il telefono, piccola sulla sedia, iniziò a piangere.
Teresa aveva passato gli esami, era andata al mare con gli amici. Non parlava più con la madre, solo un biglietto: Non chiamarmi.
Michele si fece vivo una settimana dopo, aspettava Ilaria nellombra del portone.
Ciao, piccolina! sussurrò, nascondendo il viso rosso nel colletto di pelle. Sentita la mia mancanza?
Ilaria aveva provato a chiamarlo, sfogarsi, lui non rispondeva. E ora lo vedeva lì
Michele sussurrò, vuota. Perché sei qui?
Sono venuto a riscuotere i debiti, piccolina! le posò il braccio sulle spalle.
Che debiti? Cosa vuoi?
Lei si spaventò, tentò di liberarsi, ma Michele la strinse.
Ti ho dato da mangiare? Ebbene! Trattata bene? Sì! le sussurrò mellifluo allorecchio. Ora tocca a me. Dammi i tuoi soldi, gattina spelacchiata! Ho casino, tu hai la casa di tua madre, almeno mezzo milione di euro ce li prendi. Vendiamola. Anche questa in cui vivi adesso. Via, su, portami sopra, ne discutiamo!
Piccolina lanciò un grido, tentò di divincolarsi, ma le gambe tremavano, entrò nel portone, pregando che qualcuno la vedesse. Ma il cortile era deserto.
Apri, Piccolina, sto gelando, la spinse Michele.
Ilaria pianse, si lasciò cadere sulla neve, quando però Michele la mollò di colpo, fece un cenno daria come un toro e cadde di lato, gemendo.
Sopra di lui cera Andrea, senza cappello, spettinato, rabbioso. Tremava di collera.
Fuori! Sparisci da qui! urlò, si gettò addosso al rivale, ma Ilaria lo bloccò.
Michele, capendo chi era, ghignò, ma taceva subito, appena preso un pugno in faccia.
Scompari! Mai più vicino a Ilaria! urlò Andrea, raccolse il berretto caduto, si asciugò il naso, si voltò verso Ilaria. Torniamo a casa. Fa freddo.
Solo la luna fuori dalla finestra e il vento, che entrava dalla finestra socchiusa, sanno di cosa parlarono marito e moglie quella notte, e di quale dolore. Due tazze di tè intatte, il pendolo che ticchettava. Poi il silenzio e il buio, solo loro due, pronti chissà perché a vivere ancora.
Nessuno chiamò più Ilaria Piccolina. E se qualcuno lo avesse fatto, lei avrebbe solo trasalito, voltandosi altrove.
Michele non si fece più vedere. Era andata male: quel marito davvero troppo testardo.
Sentendo una volta Ilaria che, sullautobus, discuteva dellappartamento ereditato, di quanto fosse sfinita e sola, Michele pensò di poterci guadagnare, risolvere il suo disagio e pure la solitudine della donna. Se fosse stato più furbo, Ilaria gli avrebbe dato tutto: lui laveva sedotta, coccolata, riscaldata. Ma fu precipitoso. I tempi stringevano, Gigi premeva per il debito, così tanto da fargli bruciare le costole Provò con la forza, provò a pretendere specifiche azioni da Ilaria. Ma non funzionò. Pazienza! Il mondo è pieno di altre piccoline, malinconiche e affamate. Michele le troverà e le renderà felici. Poi raccoglierà ciò che è suo. Per ora, lasciò lattico di via dove le lenzuola erano di seta e si vedevano le torri di Milano. Non importa. Ce la farà! A meno che Gigi non decida diversamenteUna notte, mentre il vento di marzo portava odore di glicine e la città era ancora, Ilaria si sedette al tavolo della cucina e prese carta e penna. Nessuno bussò alla sua porta. Nessuno la chiamò Piccolina. Ma per la prima volta dopo tanto, ascoltò il battito del proprio cuore senza angoscia.
Scrisse due righe a Teresa, solo per dirle che la capiva, che anche lei aveva avuto paura di essere sola, e perfino di essere amata. Poi restò ad aspettare il nuovo giorno, il suono delle prime biciclette, i passi degli altri nelle scale. Si versò del tè, contemplando la tazza tra le mani fredde. Il tempo era stato crudele e tenero, e dentro aveva lasciato cicatrici raggrinzite, e una forza silente.
Andrea rientrò piano alle sei, disfatto, con occhi stanchi. Si fermò sulla soglia, quasi non sapendo come salutare quella donna che, per anni, aveva dormito al suo fianco senza che mai fosse davvero vicina. Ilaria gli sorrise, solo un po’, e pettinò una ciocca dietro lorecchio: era libera, ora. Ma non fuggiva restava. Restava per sé, per la donna e la madre che era stata, e per quella che, chissà, sarebbe ancora diventata.
Nessuno avrebbe più chiamato Ilaria Piccolina. Non ne aveva bisogno. Aveva imparato a chiamarsi per nome. La città si svegliava piano. Nel rumore tiepido delle mattine, fra la posta da aprire e il profumo del pane tostato, finalmente, Ilaria respirò davvero.






