Ti racconto questa storia che mi ha sempre fatto pensare alla mia infanzia, ma ti giuro che se non lavessi vissuta io, avrei detto che era una di quelle cose da film italiano anni 70. Praticamente, la mia mamma e la mia zia Antonella, sorelle, stavano parlando al telefono, e io Federica, che dovevo essere la terza incomoda, sono rimasta agganciata per un errore della signorina del centralino. Puoi immaginare: una chiamata tra Milano e Genova, e io da Venezia che me ne stavo al teleclub ad aspettare che mamma rispondesse. In quei due minuti di chiacchiere mi arriva la notizia che la villetta di papà non cera più, venduta proprio bene! Avevano già in mente mille cose da fare con quei soldi un bel po di euro, poi che magari ne avrebbero dato anche un po a me, pensa te.
Mi sentivo un po come quando studiavo fisica quella che papà voleva a tutti i costi che imparassi ogni benedetta legge. Tu lo sai: Federica, la scienza serve. Come quando chiedi spiegazioni e ti rispondono con la logica, non coi sentimenti.
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Papà, ma perché il sole di settembre è così diverso?
Come diverso, Federica?
Non so sembra meno forte, più gentile. Non acceca come in agosto.
Ecco, serve la fisica! In settembre gli astri stanno messi diversamente. Tieni la mela! E mi lancia una mela enorme, rossa, profuma proprio di miele e destate.
Renetta?
No, non ancora, questa è una striata di Firenze.
Mordo una fetta, croccante, dolce, che sa di terra e piaggia e di tutto questo settembre appena scivolato. Io, tra fisica e varietà di mele, non sono mai stata bravissima. E questa, credimi, era la mia più grossa fatica! Perché a quelletà ero in terza media ero innamorata persa del professore di fisica. Oh, chissà quante volte papà se ne era accorto dagli occhi spenti e lappetito per niente. Glielo avevo detto lanno prima, piangendo tutta la notte sulle sue ginocchia, complice anche il fatto che mamma era via alle terme e mia sorella stava a Roma.
Papà, in giardino, era sempre in vena: fischiettava melodie da Sanremo, di quelle che a casa non faceva mai perché la regina era mamma, bellissima, direttrice della biblioteca militare, alta, fiera, una vera contessa piemontese, con capelli ramati sempre sistemati dalla henné. Quando si metteva la turbante di asciugamano dopo il bagno, sembrava un quadro, profumava di erbe e pioggia. La gente ci si voltava dietro per lei. Papà era più basso, quasi dieci anni più grande, anonimo. Renato, il nostro uomo discreto. Ma la bellezza non è roba da uomini, diceva mamma a zia Antonella e io ci rimanevo male.
Su di lei e sulla sua passione per lordine, regnava un contrasto epico con i soldatini di papà, ex commilitoni che ospitavamo sul pavimento quando passavano da casa. Dopo il congedo da maggiore durante il grande taglio della Forza Armata nel 60, aveva lavorato come capo meccanico al telegrafo di Livorno. Erano proprio loro che lo aiutavano coi lavori della villetta: gratis, uno dopo laltro, zappavano, costruivano e facevano mille cose con papà, a cui io portavo bacche di uva spina e fragole sulla veranda dove mi stendevo a leggere.
Mamma non la digeriva quella casa, ci veniva poco preferiva mani perfette, curate, che ammiravo io e baciava papà ridendo, Queste mani sono fatte per i libri, mica per sarchiare.
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Un pomeriggio di settembre, sulla veranda, il primo scroscio di pioggia allegra. Ripongo il libro.
Federica, scendi, mamma tra poco arriva con Antonella, dobbiamo preparare pranzo sento papà che ha una voce diversa quando è in villa.
Io però resto sopra, il viso verso il cielo gonfio e grigio, ma non minaccioso, mi bagno tutta, ma non mi spavento. Si vedeva il sole bucando le nuvole sopra i tetti degli altri giardini. Niente fisica, e nella casa dello studente a Firenze, scopri presto che le regole sono tutte nuove.
Mi misero subito tra le altre, ma la prima settimana la passai in una stanza affittata con una proprietaria severissima laltra era già piena di universitari. Le lezioni erano un tuffo nei libri e nelle lingue come non li avevo mai vissuti. I professori ci facevano innamorare della loro passione. Poi, quando finiva la giornata, sentivo la nostalgia come un sasso: niente amici.
Mi nutrivo a mensa e giravo fino a tardi per le vie di Firenze, strade troppo eleganti ed estranee. Mi sentivo davvero sola, come se non fossi più io, la Federica della collina accanto al rettorato, coi tacchi che già mi facevano male.
Nellaria di quella cucina affittata, si sentiva la fragranza delle mele di papà, portate in regalo alla padrona. Quellodore dolciastro mi faceva scendere le lacrime.
Quando passai in dormitorio, scoprii che le mie compagne erano tutte ragazze tedesche Viola, Magda e Marion. Volavano sigarette sul portone, e loro facevano sempre la colletta per ricambiare, noi ne eravamo sorprese. Si innamoravano dei sottaceti di mamma, sopratutto dei pomodori sotto aceto con le patatine fritte. Quando i miei regali finivano, loro tiravano fuori wurstel di quelli che in Italia allepoca sembravano oro, ma non si offrivano mai! A maggio partivano per la Germania e lasciano mucchi di stivali vicino ai cassonetti roba da inverno tedesco che le altre si rubavano al volo.
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Federica, taglia la verza, io scavo le carote. Il brodo è pronto.
In cucina il vapore fa appannare i vetri; il cavolo, enorme, si apre in foglie verdi fresche, lo assaggio crudo: sa di terra. Taglio veloce e il profumo si spande per tutta casa. Apro la finestra, entra odore di foglie bagnate, fumo e mele. Vedo papà dalla schiena, che zappa con fatica so che lo fa soffrire così lascio il coltello, corro sullorto, lo abbraccio forte, lui mi gira e, in silenzio, mi bacia sulla testa.
Antonella, quella sera, arrivò da sola; mamma aveva unemicrania ed era rimasta a casa.
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Di lì a poco arriva la laurea, il matrimonio universitario, il lavoro alla Innovatore del centro aeronautico, il primo infarto di papà, la nascita di Marta, mia figlia, e sì, pure il divorzio. Cinque anni così, al volo. Mio marito mi aveva lasciata per unaltra, e io vivevo con la piccola Marta in una stanza in affitto. Papà veniva quando poteva nei weekend con viveri e passava il tempo con la nipotina.
Federica, non prendertela se mamma non viene spesso come me, ok? Sul treno non sta tanto bene E poi, mi sa che ha trovato un amico.
Papà, dai! Figurati a quelletà!
Papà rideva, ma con amarezza. Poi si zittiva. Io notai che era diventato proprio bianco, spento, non fischiettava più.
Papà, ti va se prendo un po di ferie e ce ne andiamo in villa, noi tre, finché ci sono le ultime giornate calde?
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La villa era piena di foglie, era lultimo respiro caldo di ottobre, la estate di San Martino. Accendemmo la stufa, tè con foglie di ribes nero come piaceva a papà. Io, di corsa, friggevo le frittelle di patate. Papà rastrellava foglie e Marta gli dava una mano, poi rideva spargendole di nuovo. Lolio friggeva forte; sentivo papà fischiettare dagli alberi.
La sera accendemmo il fuoco, in strada non cera nessuno. Papà infilava pezzi di pane sui rami di ciliegio e aiutava Marta ad arrostirli. Io tenevo le mani al fuoco e guardavo le fiamme come sempre, incantata. Mi tornavano in mente le estati in squadre universitarie tra i campi pugliesi, chitarre attorno al fuoco, la magica follia di sentirsi innamorata solo della notte, dei visi amici, delle melodie storte. Visi che erano diversi attorno alle fiamme.
In fabbrica, quel periodo, mi avevano chiamata per la candidatura al partito, studiavo tutto il regolamento, i congressi. Poi arriva la domanda sulla mia separazione: chi era il colpevole, chi debole? Io mi impappinavo. Finché un collega si alzò e sbottò: Questo è un incontro di buzzurri, non di gente seria!. Rimane una storia da raccontare…
Quando si fece buio, spegnemmo il fuoco. Arrivò una macchina, una portiera che sbatte, mamma! Elegante, con il cappotto di moda, aveva fatto il viaggio portata da un collega del lavoro. Marta le si lancia incontro, papà si fa scuro e le stampa un bacio imbarazzato.
Chi è questo collega?
Renato, su, che importa, mi ha dato solo un passaggio! Non lo conosci neanche.
Durante cena il clima è strano, Marta capricciosa, mamma fa domande sul mio lavoro, sembra assente, papà la osserva senza parlare e con le spalle sempre più basse. La serata si era persa.
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Un anno dopo, papà non cera più. Infarto, due giorni e ci aveva lasciato allinizio di ottobre, caldo e luminoso. Al funerale, presi subito ferie per restare in villa, Marta dalla suocera.
Non combinavo nulla, ma la raccolta di mele fu la più abbondante di sempre. Le regalavo ai vicini, preparavo quintali di marmellata di mele, menta e cannella, come piaceva a papà. Arrivò Ivan Alesi, amico di sempre, con cui papà andava al vivaio di Pompei a prendere le piante.
Resto qualche giorno, Federica, lavoro lorto, sistemo gli alberi, se non ti dispiace.
Ivan, ma figurati Grazie!
Al suo Federica mi scendono lacrime, e in quel momento sento la vera assenza di papà, la solitudine pesante. Prima pensavo, chissà, magari torna, magari è uno scherzo. Ma al risveglio le onde nere dei pensieri: papà non cè più.
Poi la colpa: non sono riuscita a trattenerlo.
Tu non vendere la villa, eh, Federica? Prometti! Verrò a trovarti sempre. LAntonella lì labbiamo scelta insieme, eri ancora una ragazzina, papà raccontava di te più che di tua sorella, facevi ridere. Diceva che gli alberi ci avrebbero superato. Sceglieva le piante con cura, io lo incalzavo…
Ivan restò tre giorni, sterrò, potò le mele, concimò, davanti allingresso piantò tre piccoli cespugli di crisantemi gialli.
Si dovrebbero piantare prima, ma tanto qui lautunno è mite! In memoria di Renato Le rose coprile tu, ma lo faccio la prossima volta.
Prima di andare, pioveva. Mi abbraccia e dalla porta lo vedo andare via: con la pioggia che batte il tetto e il cancello che sbatte coi petali gialli sparsi sul soglia. Era tutto di papà, lo sarà sempre: pioggia, alberi, profumo di terra, perfino la casa. E lui da qualche parte resta vicino. Andrò con Marta fino ai primi freddi, appena due ore di treno. E in primavera, chissà, porteremo anche il riscaldamento, bisogna mettere da parte un po di euro. Sempre in quel vivaio, Ivan mi accompagnerà a scegliere la ribes bianca, quella che papà desiderava
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Sei mesi dopo, ad aprile, appena sceso il primo fiocco di neve, la villa lavevano venduta. Lo seppi di nuovo da una telefonata, sempre per sbaglio dal teleclub, tornando da Pompei col mio piccolo vaso di ribes avvolto in una maglietta di Marta ancora umidaMa non era finita davvero. Lultimo giorno, riempii la vecchia valigia di mele rimaste e scesi i gradini del portone con Marta che saltellava ancora nei pozzangheri. La chiave la lasciai appesa al chiodo nella veranda, proprio come faceva papà. Prima di uscire, diedi uno sguardo a tutto, come se dovessi imparare a memoria ogni angolo: il panorama di ortensie sfiorite, il cespuglio di crisantemi ormai marci, i rami nudi, e sopra tutto quellodore di terra faticata che era casa.
Salii in macchina col sole che rompeva le nuvole leggere. Marta addormentata sul sedile, e io finalmente sentii una pace strana e nuova, come se dentro lo stomaco ci fosse spazio per la nostalgia e per il futuro insieme. Ero triste, certo, ma nel cuore sentivo che la vita di papà era lì, infilata tra i miei giorni, promessa di primavera a ogni stagione che verrà.
Misi in moto, abbassai il finestrino e, mentre la villa spariva dietro una curva, pensai che certi posti ci abitano più di quanto noi li abitiamo. Federica, la scienza serve, mi tornò in mente; e forse, sì, anche la malinconia serve. La malinconia che sa di mele, di pioggia e di casa lontana, che non si vende mai davvero.
E così, ogni aprile, quando vedo le prime ribes bianche al mercato, so che papà è lì, nella punta delle dita arrossate, nel profumo che si sprigiona in cucina. E mi viene da ridere, ogni volta, pensando che anche un finale, in fondo, è solo una legge della fisica: niente si perde, tutto passa, e resta.






