“Come si fa a ridursi così? Figlia mia, non ti vergogni? Hai mani e gambe sane, perché non lavori?” sentiva dire alla giovane mendicante con il bambino.
Rosa Bianchi camminava lentamente tra gli scaffali dellenorme supermercato, osservando le confezioni dai mille colori. Veniva qui ogni giorno, come fosse un lavoro. Non aveva bisogno di tante provviste: una grande famiglia non cera mai stata. Era una signora sola, dunque ogni sera fuggiva dal suo silenzio immergendosi nella luce artificiale e nel via vai della Coop.
Nella bella stagione era più facile bastavano due chiacchiere in cortile sulle panchine, tra una risata e un pensiero. Ma linverno in città non lasciava alternative, così Rosa aveva preso labitudine di passeggiare tra i corridoi del supermercato appena aperto.
Cera sempre tanta gente, il profumo del caffè caldo si mescolava alla musica soffusa; le confezioni luccicanti traeva il suo sguardo come giocattoli di quando era bambina, e per un attimo le rubavano un sorriso.
Rosa prese in mano uno yogurt alla fragola, socchiuse gli occhi per leggerne gli ingredienti, poi lo rimise a posto: queste cose costavano troppo. Guardare, però, non la impegnava in spese.
Tra le file di prodotti, sprofondò nei ricordi di una volta: le infinite code al banco gastronomia, le commesse che sembravano leone in difesa delle ultime rarità. Ripensava ai grossi sacchetti di carta spessa, avvolti con cura attorno agli acquisti preziosi.
Sorrise, pensosa, ricordando di quando cresceva sua figlia. Per renderla felice, Rosa avrebbe affrontato qualsiasi fila. I ricordi di Bianca le fecero sobbalzare il cuore; si fermò davanti al banco del pesce surgelato e si appoggiò al freddo del freezer.
Le tornò in mente il viso ridente di Bianca, i ricci ramati, gli occhi grandi e chiari, il naso punteggiato di lentiggini, le fossette allegre.
“Era così bella”, pensò malinconica.
Sotto lo sguardo poco complice della cassiera, Rosa si avvicinò al bancone del pane.
Bianca era stata la sua unica gioia. Una ragazza brillante. Ma quando si rese conto che il lavoro non lavrebbe resa felice, scelse la strada della maternità surrogata. Come Rosa le aveva ripetuto, questa scelta non portò fortuna.
A ventanni, si sa, i consigli delle madri non si ascoltano. Se solo suo padre fosse stato vivo! Ma come avevano potuto quei furfanti coinvolgere uninesperta così giovane?
Bianca rideva e si accarezzava la pancia. Rosa scuoteva la testa, affranta. “Come fai ad abbandonare un bambino, che hai portato dentro di te per nove mesi?”
Ma Bianca si schermiva sorridendo: “Sto già pensando che non sia un bambino ma tanti euro.”
Poi il parto fu difficile, Bianca non ce la fece. Non ci misero troppa cura. Tre giorni dopo la nascita della bimba, se ne andò.
La piccola fu subito affidata agli altri genitori. Naturalmente, nessuno diede a Rosa neanche un centesimo: laccordo era con sua figlia, non con lei.
Rosa seppellì Bianca e restò sola. Parentela? Nessuno: era come scomparsa nel vuoto. E forse era meglio così.
Ora stava andando verso il reparto pane, per comprare qualcosa: almeno dava lidea di una cliente qualunque. Prese le monetine dal cappotto e si mise in fila alla cassa. Il divertimento era sufficiente per quel giorno: era ora di tornare a casa. Sapeva già quanto pagare, consegnò la somma giusta e nascose il resto nel pugno.
Rosa aveva notato la giovane mendicante già al secondo giorno dallinaugurazione del supermercato, quasi un mese addietro. Quel giorno stava curiosando dappertutto, occhi pieni di novità. Cosa la colpì della ragazza? Forse la giovinezza, o la posa rassegnata. O magari la tenerezza con cui stringeva il neonato.
Come si fa a degradarsi così?, pensava Rosa avvicinandosi. Mise nel bicchiere accanto a lei qualche moneta preparata e le rivolse la parola: Figlia mia, ma non ti vergogni? Hai la salute, perché non ti metti a lavorare? Sei giovane, potresti ancora fare tanto.
La giovane si strinse nelle spalle, coprendo con il foulard un livido sulla tempia.
Grazie per le monete, ma lasciami in pace. Devo raccogliere abbastanza per evitare problemi.
Rosa annuì, lasciando perdere ogni predica. Aiutare era nel suo carattere, e sapeva farlo in silenzio. Nessuno si curava troppo di queste scene, nemmeno le autorità troppi mendicanti ormai, nessuno più li vedeva.
Tutto il tragitto fino a casa, Rosa pensò alla ragazza e al bambino. Quegli occhi grigi e quella voce le sembravano stranamente familiari. Dove le aveva già sentite? Provò a ricostruire nella memoria, senza riuscirci.
Rientrata in casa, si tolse le scarpe, accese la luce e si mise a tavola col pane appena comprato. Nei dieci minuti successivi, beveva lentamente il tè zuccherato dalla sua tazza preferita, addentando una fetta di pane nero con salame.
Chissà comè affamata, poverina con questo freddo! Che esistenza!, pensò accorata.
Rosa guardò fuori, cercando di scorgere la sagoma della giovane, ma si pietrificò: due uomini loschi la stavano spingendo con forza verso unauto.
Nel panico, corse verso il telefono, voleva chiamare i carabinieri ma poi si bloccò, temendo di peggiorare tutto.
Tornò alla finestra. Ormai la piazza era vuota. Pensò di aspettare il mattino: tanto anche la targa non sarebbe riuscita a leggerla.
Rosa passò una notte agitata. Prima dellalba sognò Bianca: era sulla porta del supermercato, in braccio la piccola. La bambina era livida dal freddo, Rosa cercava di scaldarla ma Bianca non reagiva.
“Non ho freddo, mamma”, le diceva.
Rosa prese la neonata dalle braccia della figlia e scostò langolo della copertina: vide una grande bambola, con un ciondolo al collo.
Con quel ciondolo conosciuto, ripeté Rosa nel sogno. Si svegliò di colpo, col cuore in gola; guardò la sveglia erano le nove.
Alle nove corse alla finestra: la giovane era di nuovo lì, nello stesso angolo davanti al supermercato. Tutto sembrava a posto.
“Grazie al cielo”, sospirò e si fece il segno della croce.
Fuori era la vigilia di Capodanno, un gelo terribile. La ragazza restava in piedi da ore: sarebbe morta di freddo entro sera.
Rosa tagliò qualche panino col salame, versò del tè caldo nel termos, si avvolse nella sciarpa e uscì.
La giovane si accorse di lei, nervosa, e si coprì la tempia con la sciarpa.
Non preoccuparti, cara, le disse Rosa, porgendole la borsa del cibo. Non voglio che tu abbia fame.
La ragazza prese i panini, ringraziando con lo sguardo, e si mise su una panchina poco distante a mangiare in fretta. Mandava giù bocconi interi, quasi senza masticare, tra un colpo di tosse e una lacrima, mentre il bambino gemeva nel fagotto accanto. Finito il pane, bevve un po di tè e si avvicinò a Rosa.
“Grazie, almeno fino alle sette riusciremo a resistere, poi qualcuno passerà a prenderci”, mormorò.
Rosa trascorse la giornata buttando continuamente locchio al termometro fuori. Il freddo aumentava.
Verso le cinque stirò una tazza di minestrone e tornò alla Coop a prendere qualcosa per i festeggiamenti. Passando vicino alla ragazza, le lasciò accanto il contenitore e qualche euro in tasca, poi entrò a sbrigarsi in mezzo al calore del negozio.
Era tempo di prendere il cotechino e i cetriolini, per il classico insalata russa: non sarebbe stato un banchetto, ma almeno non avrebbe patito la fame. Uscendo, non vide più né la mendicante né il minestrone. “Starà mangiando da qualche parte”, pensò con un sorriso e prese la via di casa.
Si mise a tagliare gli antipasti, a preparare il carpione, ad apparecchiare. Magari qualche amica sarebbe passata a farle gli auguri.
Quando fu quasi ora di brindisi, Rosa guardò di nuovo alla finestra: voleva assicurarsi che la giovane avesse trovato riparo.
Vide le luci colorate davanti al supermercato; sotto a un lampione, la figura della ragazza, le spalle scosse dal pianto.
Rosa corse per casa, in ansia. Tra poche ore finiva lanno e là sotto una persona stava gelando. Si gettò addosso lo scialle, ancora con le pantofole da casa, e scese di corsa. Si sedette ansimando accanto alla mendicante.
“Non ho più un posto dove andare”, mormorò lei, disperata.
Lo sguardo della ragazza si aggrappò a Rosa.
Abbia cura di lui, la prego, le mise tra le mani il fagotto che aveva stretto fino a quel momento, poi si voltò e si avviò verso la strada.
Nella testa di Rosa si fece luce. Era chiaro quello che la giovane stava per fare. Non era così che si andava via dalla vita felice. Si alzò a fatica, la rincorse, la fermò.
Ma che fai! Vieni con me!, gridò, e la tirò verso la porta del suo palazzo.
Una volta in casa, Rosa poggiò il bimbo vicino alla stufetta.
“Come ti chiami?”, chiese, ma poi si bloccò vedendo tra i vestiti della ragazza un ciondolo a forma di orsetto.
La giovane seguì il suo sguardo e disse: “Non si preoccupi, è tutto ciò che mi resta di mamma”.
Rosa rabbrividì. Quel ciondolo non poteva confonderlo: era proprio quello che aveva regalato a Bianca ai suoi sedici anni. Aveva portato una vecchia spilla dal gioielliere, che ne aveva fatto un pendente; con i soldi ricavati aveva comprato la catena doro e avanzato qualcosa per la torta di compleanno al bar.
La ragazza si tolse la giacca e domandò timida: “Posso farmi una doccia?”
Rosa fece cenno di sì, mentre sorseggiava calmante.
«Quindi era proprio lei mia nipote», si disse. «Ma è possibile?»
Poi mise il bambino sazio sul divano e fece accomodare lospite a tavola.
Aline! la chiamò con nonchalance.
Come fa a sapere il mio nome?
Rosa fece spallucce: Forse ti ho già sentita nominare, mangia pure.
Sentiva il sudore freddo sulla fronte: non cerano dubbi, aveva accolto sua nipote in casa. Era quello il nome scelto dai genitori committenti per la bimba portata in grembo da Bianca.
La ragazza sorrise timidamente, contemplando le pietanze sul tavolo e cominciò a mangiare con gusto.
Rosa la guardava, cercando nei suoi lineamenti quelli di Bianca.
“Allora racconta, Aline, che ti è successo?”
La ragazza non aspettava altro: tra un boccone e laltro cominciò a raccontare, liberandosi per la prima volta.
Fino a cinque anni aveva vissuto con i genitori: aveva persino un pony. Ma poi i genitori si divisero e la madre, un giorno, la portò allorfanotrofio e sparì. Non capì mai il perché. Da allora, dodici anni in Istituto, poi la vita vera.
Aline ottenne una casa popolare per orfani, ma fu truffata e si ritrovò in una catapecchia da demolire. Lì conobbe Vanni, il tecnico caldaie. Quando seppe della gravidanza, lui sparì. Poi sgomberarono la baracca; qualcuno già si era preso la sua casa. Lei non seppe far valere i suoi diritti, e con il bambino si ritrovò in strada.
Iniziò a mendicare in metropolitana, dove la notò Sergio, il capo dei senzatetto. Decise che una bella ragazza con un bambino avrebbe fruttato bene, e le offrì un angolo del suo rifugio in cambio dellelemosina.
Aline e il figlio finirono in un sottoscala affollato, insieme ad altri artisti di strada, come li chiamavano: cera chi simulava malattie, finti lividi, pancioni, gobbe. Quelli che sapevano fingere meglio, portavano più soldi al capo. Lei, che non sapeva chiedere, veniva spesso rimproverata: troppi pochi euro, il bambino piangeva disturbando.
E quel giorno lavevano lasciata lì, da sola. Con lo sguardo affranto, Aline lasciò la forchetta nella zuppa.
“Grazie, davvero. Non so come avremmo passato questa notte”, sussurrò, ormai esausta.
Domattina ce ne andiamo, non si preoccupi. Vorrei solo dormire un po.
Appena reclinò la testa sullo schienale, crollò nel sonno.
Rosa la svegliò per metterla a letto, il bimbo al caldo accanto a lei.
Sedette poi al tavolo di Capodanno, ascoltando il discorso del Presidente e sorridendo. Una cosa era sicura: non avrebbe lasciato andare né la nipote né il bambino. Era giusto così. Avrebbe trovato il momento di raccontare tutta la verità, di aiutare la giovane a ricostruirsi la vita, crescere il figlio. Ora doveva solo dare riposo e sicurezza sotto il suo tetto.
Brindando allo scoccare della mezzanotte con un po di limoncello, Rosa guardava fuori dalla finestra il luccichio dei lampioni e la danza dei fiocchi. Dentro pensava: “Grazie, Signore, per questa felicità inaspettata. Addio solitudine, ho di nuovo una famiglia”.






