4 giugno
Oggi sento il bisogno di mettere nero su bianco ciò che mi è successo e soprattutto cosa mi ha insegnato questa vicenda.
Qualche tempo fa, portai la mia cagna, Livia, in una pineta lontana dal paese, appena fuori Siena. Era il mio orgoglio, lo ammetto senza vergogna. Scelsi Livia quando era una cucciola, un batuffolo di energia e curiosità. Io stesso le insegnai a sedersi, a dare la zampa, a seguirmi quando attraversavamo i campi. Andavamo spesso a caccia insieme, e la sera lei dormiva sempre acciambellata davanti alla mia porta. La chiamavo il mio vanto.
Poi, qualcosa dentro di me cambiò. Compresi che quegli stessi cuccioli di Livia si potevano vendere a buon prezzo: ogni volta che partoriva, qualche centinaio di euro in più entravano in casa. Allinizio mi sembrò cosa da poco, normale quasi. Ma con il passare dei mesi, le gravidanze divennero troppo frequenti. Livia dimagriva, era stanca, giaceva sempre nel suo angolo a respirare affannosamente. Il veterinario fu chiaro: continuando così, non avrebbe resistito ancora a lungo.
Quelle parole mi irritarono. Non solo non mi fermarono, ma accese in me un fastidio verso di lei, colpevole ormai solo di essere un ostacolo. E io, abituato a risolvere i problemi senza tanti giri di parole, decisi di sbarazzarmi di lei.
Scelsi una mattina luminosa. La portai in mezzo ai pini, senza salutarla, senza carezzarla come facevo una volta. Livia, sempre allegra durante le nostre passeggiate, non si accorse di nulla: mi guardava come se aspettasse il solito gioco. Quando la legai ad un tronco e mi allontanai, forse lei ancora pensava che fosse uno scherzo.
Restò lì, ad aspettare. Poi provò a tirare il guinzaglio. Più tardi iniziò a guaire. Quando calò il sole, il suo ululato si sentiva tra i rami, sempre più disperato, al punto che la catena le segnava il collo. Nel bosco calava il buio e laria si faceva fredda, e nessuno accorreva.
Quando il giorno stava per finire, dal fitto tra i rami emerse un lupo grigio. Avanzava lento, attento. Si fermò a pochi metri da Livia e la fissò. Non abbaiò, non ringhiò; semplicemente la guardava.
Livia si immobilizzò. Attendeva lattacco fatale, ma dentro sapeva che nulla poteva farle più male di ciò che aveva già subìto.
E invece, il lupo fece qualcosa di inatteso.
Le si avvicinò, studiò la catena, odorò la terra, scrutò tutto ciò che aveva intorno senza avvicinarle mai davvero. Poi si sdraiò a poca distanza, senza smettere di fissarla.
La notte scese rapida tra gli alberi, la pineta si animò dei suoi suoni. Qualche piccolo predatore si avvicinò, attirato dallodore di Livia stanca e vulnerabile.
Ma ogni volta che qualcuno si faceva troppo vicino, il lupo si alzava, si frapponeva fra Livia e il pericolo, ringhiando piano: tanto bastava per far cambiare idea agli altri.
Non toccò mai la mia cagna. Non si permise un passo di troppo. Si limitò a restarle accanto.
Livia non abbaiò più. A tratti sollevava la testa, controllava che il lupo fosse ancora lì, e lui cera, silenzioso e fedele, per tutta la notte.
Allalba alcuni uomini entrarono nella pineta. Erano cacciatori, seguivano la pista del lupo e sentirono il guaito di Livia. Avvicinandosi, rimasero di sasso: videro la mia cagna legata e il lupo, che si ergeva davanti a lei come un guardiano.
Gli uomini si immobilizzarono. Il lupo li fissò con uno sguardo quieto, senza timore. Fece qualche passo indietro verso la macchia, poi sparì tra i pini.
Livia fu liberata. Era viva solo perché qualcuno, quella notte, aveva scelto di non essere predatore.
Non potrò mai dimenticare cosa mi ha insegnato un essere tanto selvatico: a volte, chi chiamiamo bestia è più umano di noi.
Mi porto dietro la vergogna e una lezione che non scorderò mai.





