Avevo cinquantuno anni quando decisi di andare a convivere con Giulio, un vedovo di cinquantacinque. Tutto sembrava perfetto, almeno fino al giorno in cui mio nipotino si ammalò.
Era marzo quando conobbi Giulio. In quel periodo cera la solita, fastidiosa transizione dallinverno alla primavera: la pioggia che scioglieva la neve, le strade sporche e il cielo eternamente grigio. Io ero in fila alla cassa della Coop di Piazza Mazzini, rovistando nella borsa alla ricerca della tessera sconto mentre la coda dietro di me diventava sempre più impaziente. Cera chi sospirava rumorosamente, chi sbirciava lorologio, chi si spostava da un piede allaltro.
Giulio era secondo in fila e, con calma, disse:
Signora, non si preoccupi, abbiamo tutti tempo.
Lo disse senza una goccia di irritazione, senza quella nota di impazienza che sento così spesso in queste situazioni.
Mi girai. Un uomo sui cinquantacinque, cappotto scuro, volto normale, nulla di particolare, se non quel sorriso schietto, autentico, che mi colpì subito.
Abbiamo iniziato a parlare mentre uscivamo dal supermercato. Scoprimmo di abitare proprio vicino, nei palazzi uno di fronte allaltro. Poi Giulio mi raccontò, con grande semplicità, di essere vedovo da tre anni. Io, divorziata ormai da otto.
Dopo una settimana mi invitò alla mostra darte moderna in centro.
Quando lo raccontai a mia amica Paola, la sua domanda fu subito pratica:
Giulio ha casa sua?
Paola è fatta così: terra-terra, si definisce realista.
Sì, aveva casa. E anche una macchina. Il lavoro? Qualcosa nel settore edilizia, ma in realtà non mi sono mai interessata. Allora pensavo che certe cose non contassero molto. Per me era importante altro: che sapesse ascoltare. Davvero ascoltare, non solo fare finta.
Giulio faceva attenzione ai dettagli.
Una volta, distrattamente, dissi che preferivo la crostata di ciliegie a quella di mele. Per me era un punto fermo: la crostata di mele la trovo insipida, una fatica inutile, mentre quella di ciliegie mi dà proprio gioia. Ho detto questa frase una sola volta.
Alla volta successiva, Giulio mi portò la crostata di ciliegie. Laveva presa nella pasticceria di Via Garibaldi, quella che avevo nominato di sfuggita.
Questa attenzione ai piccoli gesti mi convinse. Alla fine sono le cose che ci conquistano davvero.
A maggio, mi propose di andare a vivere insieme.
Ci frequentavamo solo da due mesi. Io non ero nemmeno certa che mi piacesse il suo profumo.
Bianca, non abbiamo ventanni disse lui sereno. Che senso ha aspettare?
La logica era ineccepibile. Così annuii.
Tornando a casa mi domandai: Ma non sarà troppo in fretta? Due mesi non sono nulla
Ma quella sera stessa, lo chiamai:
Proviamoci.
Così lui si trasferì da me. Nella sua casa al momento viveva un parente che, appena si era sistemato. Non feci storie, non aveva senso. Avevo un appartamento grande, tre stanze, spazio ce nera.
Le prime due settimane furono da film. La domenica cucinava lui. Con calma, gusto, senza mostrare segni di noia. Vedevo per la prima volta un uomo capace di stare ore in cucina, felice.
Faceva un minestrone migliore del mio, lo ammetto senza vergogna.
Poi vennero i primi dettagli.
Chiamò suo figlio Stefano, saranno state le dieci di sera. Giulio si isolò in cucina per mezzora. Tornato, leggermente scosso, mi chiese se potevo prestarli qualcosa fino a lunedì: Stefano aveva problemi con la macchina.
La cifra era modesta, non ci feci caso.
La settimana dopo successe ancora. Ancora soldi, altro motivo.
Non tenevo il conto, ma avevo iniziato a notare la cosa.
Mia figlia Laura abita fuori Firenze, in uno dei paesini sulle colline. Viene a trovarmi una volta al mese, portando mio nipote Tommaso, sei anni. Mi chiama nonna Bianca e non è felice se non gli preparo le frittelle con i buchi, come dice lui: i pancakes, ma rigorosamente con i buchi dentro.
La prima volta che vennero dopo che Giulio si era trasferito, lui era in casa.
Tommaso andò subito da lui. Non ha timore dei nuovi incontri Laura è uguale. Salì sul divano accanto a Giulio e iniziò a mostrargli la sua macchinina.
Giulio lo guardava con distacco. Non era sgarbato, né freddo. Sembrava, però, che davanti a lui ci fosse una sedia o una pianta, niente di più.
Laura poi mi chiese sussurrando in cucina:
Mamma, ma a lui piacciono i bambini?
Le risposi:
Forse non è abituato. Daltronde Stefano è grande
Laura annuì. È gentile, la mia bambina.
La vera svolta arrivò a luglio.
Tommaso prese un raffreddore. Nulla di grave, solo la febbre e un po di spossatezza. Laura mi chiamò spaventata. Anche lei si era ammalata, il marito era fuori città per lavoro.
Mamma, puoi venire? mi chiese con la voce stanca.
Mi preparai in un lampo. Quella sera avevo programmato una cena con Giulio in quel nuovo ristorante lungo lArno. Lui ci teneva da settimane.
Gli dissi:
Laura è in difficoltà, Tommaso ha la febbre. Devo andare da loro.
Mi osservò, non arrabbiato, più incuriosito. Come se avessi detto qualcosa di strano.
Non cè nessun altro? chiese.
No, sono sola.
Beh, chiamerà un dottore, si arrangiano.
E mentre cercavo le chiavi nella borsa, aggiunse:
Bianca, avevo prenotato il tavolo
Risposi calma:
Disdici, oppure vai da solo.
E me ne andai.
Rimasi da Laura tre giorni. Tommaso pian piano guarì: la febbre scese, tornò lappetito, poi ricominciò a correre sul divano e a chiedere i cartoni. Gli preparai la sua tisana marrone, cioè la composta di frutta secca, che adora.
In tutto quel tempo, Giulio mi scrisse solo una volta: Come va?
Risposi breve: Bene, si riprende.
Dopodiché, silenzio.
Quando tornai a casa, Giulio era lì. Mi accolse normalmente mi baciò sulla guancia, mi chiese come stava Tommaso. Tutto con una cortesia distante, come se non fosse accaduto niente.
La sera, bevendo il tè in cucina, mi disse:
Bianca, capisco che il nipote è importante per te. Ma anche a noi serve tempo insieme. Abbiamo appena iniziato
Lo fissai cercando di capire cosa intendesse. Dovevo forse restare? Abbandonare un bimbo malato?
Non dissi nulla. Non ebbi la forza di chiedere.
Cominciai allora a ripensare a tanti episodi.
Mai una volta che avesse detto: Vado io ad aiutare Laura. Mai, sia per mia figlia sia per mia madre che, a ottantadue anni, avrebbe bisogno una mano.
Partivo sempre io. Lui era stanco, aveva sempre altro da fare.
Se invece chiamava Stefano, tutto cambiava. Un giorno, il figlio telefonò alle undici di sera, chiedendo di essere portato dallaltra parte della città. Giulio si alzò senza batter ciglio, prese le chiavi ed uscì.
Non sono mai stata gelosa di Stefano. È suo figlio, lo capisco.
Eppure, mi venne in mente una delle nostre prime conversazioni. Eravamo in un bar, lui raccontava la propria solitudine dopo la morte di sua moglie, la vita diventata piatta, così diceva.
Poi aggiunse:
Vorrei sentire di nuovo che ho qualcuno accanto. Veramente vicino.
Pensai che quella fosse la chiave di tutto.
In seguito, però, mi resi conto che non intendeva veramente la reciprocità. Parlava solo della sua vicinanza, del suo bisogno.
La chiacchierata che chiarì tutto avvenne in agosto. Stavolta fui io a cominciare.
Giulio, voglio capire una cosa. Laura per te è una sconosciuta?
Mi guardò sorpreso.
Perché? No, è una brava ragazza. La tratto normalmente.
E Tommaso?
Un bambino come tanti altri.
Quando si è ammalato, hai detto: Non cè nessun altro.
Giulio sospirò e posò la tazza.
Bianca, non sono obbligato È la tua famiglia. Non ho nulla contro quando vengono, ma non posso fingere che sia la mia, siamo insieme da quattro mesi.
Annuii piano.
Invece Stefano, lui è tua famiglia?
È mio figlio.
Lo capisco.
Mi alzai, lavai la tazza e la misi sullo scolapiatti.
Giulio, credo di aver frainteso le tue parole allinizio. Tu volevi avere qualcuno vicino. Io ho pensato fosse per tutti e due. Invece era solo per te.
Non disse nulla.
Me ne andai in camera. Non mi seguì.
Dopo due settimane, fece le valigie. Tutto tranquillo, senza litigi siamo adulti, gli piaceva ripetere. Prese ogni cosa senza dimenticanze, persino la tazza con i cervi disegnati.
Prima di andare via, aggiunse:
Sei una brava donna, Bianca. Ma abbiamo modi diversi di vedere la vita.
Convenni con lui.
Qualche tempo dopo, Paola mi chiese:
Hai rimpianti?
Ci pensai un attimo.
Su cosa?
Sul fatto che avete vissuto insieme così in fretta.
No, risposi. Meglio chiarire tutto in quattro mesi che illudersi per quattro anni.
Paola annuì. Ve lho detto, è realista.
La scorsa settimana è venuto Tommaso. Seduto in cucina, mangiava le mie frittelle con i buchi e mi raccontava una storia lunga e intricata sulla maestra dellasilo e una tartaruga. La trama era così contorta che non ho mai capito chi avesse fatto cosa.
Lho ascoltato, e ho pensato: ecco cosa vuol dire avere qualcuno davvero vicino.





