Ci scusi, iniziò uno degli agenti. Ma questa signora sostiene che il vostro gatto sia saltato sul suo balcone, labbia aggredita e poi abbia rapito il suo gattino…
A volte, ci sono palazzi che sembrano voler abbracciare laria: li chiamano case dangolo, quando due edifici si fondono in uno, uniti come due braccia che si stringono in un angolo retto perfetto novanta gradi, netti.
E se di dentro ci sono balconi, lì, nellangolo, quei balconi quasi si baciano allestremità.
Quellacqua tra le dita è poco più di un metro e mezzo.
Ecco
Un uomo e una donna, marito e moglie, tornavano una sera nella loro casa al quinto piano, dopo il lavoro. Lavoravano insieme nella stessa azienda e ogni mattina, ogni sera, stessa macchina, stesso tragitto.
Attraversando il cortile, videro i cani randagi lanciarsi contro un giovane gatto senza padrone, a cui anche loro, come altri inquilini, a volte portavano da mangiare.
Luomo scacciò i cani, ma il gatto era malridotto. Non per fortuna troppo gravemente. Lo raccolsero e corsero in macchina.
Alla clinica veterinaria disinfettarono le ferite, cucirono i tagli, gli attaccarono una flebo di soluzione salina e vitamine, una puntura di antibiotico e prescrissero controlli e altre iniezioni quotidiane per una settimana.
Così Ginardo entrò nelle loro vite.
Perché Ginardo? chiederete. Per Ginardo il Gatto di strada. Aveva unaria minacciosa, quasi da gangster. Eppure
Il feroce Ginardo si lasciò scaldare il cuore in fretta. Dopo poche sere si allungava già sereno sul divano, su una coperta soffice, e chiudeva gli occhi con fare beato quando la donna, Emma, lo accarezzava.
Guarda che coccolone, sorrideva lei, grattandogli la pancia.
Ginardo si contraeva le ferite pungevano ancora ma non smetteva di fare le fusa. Gli piaceva davvero.
Mangiò, si riprese, si lavò e si rimpinzò, e il suo pelo tornò lucente. Presto si addormentava volentieri sulle ginocchia di uno dei due, pancia allaria.
La sua vecchia vita freddo, fame, paura, lotte si scioglieva, distante, come acqua nella nebbia.
Ora usciva solo sul balcone, si appollaiava sul bordo, a scrutare la piazzetta del cortile. Non aveva più voglia di strada. Conosceva troppo bene quanto costasse cara la libertà.
Non si curava dei balconi vicini, almeno finché
Finché, proprio su quel balcone quasi attaccato al suo, nellangolo, comparve un gattino. Piccolo, morbido, pulitissimo.
Un viziato di razza Cosa ne sa lui del mondo? pensò Ginardo, soffiando piano e storcendo il muso, mostrando la coda in aria come una bandiera dorgoglio.
Ma già il giorno dopo un suono strano colpì le sue orecchie. Venne proprio di lì, dal coccolo della vita.
Ginardo si avvicinò.
Il gattino era rannicchiato in un angolo e piangeva a malapena, come se il pianto stesso potesse ferirlo.
Ehi, piccolino! lo chiamò Ginardo. Perché piangi? Ti han servito croccantini scadenti?
Il cuccioletto sobbalzò e si schiacciò ancora più contro il muro, con due occhi terrorizzati puntati sul grande, spaventoso felino.
Perché piangi?! insistette Ginardo.
Allora il gattino, senza fare un passo, sussurrò:
Lei mi colpisce con la ciabatta. Sai quanto fa male?
Ginardo non sapeva comera ricevere una ciabattata. Ormai era amato e viziato, ogni marachella perdonata. Ma la sofferenza la ricordava ancora.
Una ciabatta? chiese serio. Perché?
Ho miagolato allalba. Avevo fame
E allora? Ginardo era incredulo.
E allora lei mi ha colpito. E urlava
Ginardo rimase in silenzio. Il piccolo grigio tremava in quellangolo, incapace persino di emettere un altro lamento.
Improvvisamente gli tornò in mente la vita di strada il gelo, la fame, tanta paura.
Lo fa spesso? domandò sottovoce.
Quasi sempre, singhiozzò il cucciolo. Per ogni rumore o marachella. Non mi vuole bene
Ma al telefono con le amiche si vanta che sono costoso. Che valgo tanti soldi. Ma io non so cosa sia costoso
Ginardo lo sapeva. La sua padrona diceva spesso:
Sei il mio tesoro.
Ma lì, nella bocca di quella signora, suonava proprio in tuttaltro modo.
Si rabbuiò. Strana, la situazione: aveva pena per lui, ma che fare? In strada avrebbe saputo che pesci pigliare, ora però
Ora era un gatto di casa, e amato. Che doveva fare?
Qualcuno chiamò il cucciolo da dentro. Lui strisciò con le orecchie tirate giù, la coda nascosta, lasciando sul pavimento una piccola pozza di paura, e sgattaiolò nella casa.
Ginardo osservò la macchia, ricordando di quando, da piccolissimo, se lera fatta addosso per la paura di un cane enorme
Da quel momento passava quasi tutto il tempo sul balcone. Il nuovo amico si chiamava con pompa Euro.
Secondo Ginardo, sarebbe stato meglio chiamarlo Spiluccino.
Spiluccino aveva preso confidenza, correva sul balcone a lamentarsi:
Oggi mi ha detto, tirando su col naso, che se non smetto di fare confusione, mi butta giù dal balcone. Non ne può più di pulire
A Ginardo si drizzava il pelo e i denti si scoprivano da soli.
Spesso sentiva le urla della padrona di Spiluccino e le sue parole pesanti, qualche volta
Qualche volta sobbalzava ai tonfi sordi delle ciabattate sul corpicino piccolo.
Aveva già deciso. Ma lo frenava la paura.
Mi butteranno fuori anche me, pensava. Per una cosa così di sicuro.
Non voleva tornare fuori: al freddo, alla fame, alla solitudine. Non voleva perdere chi laveva salvato.
Ma non riusciva a togliersi dalla testa il pensiero che la donna potesse persino uccidere quel cucciolo.
Tutto accadde pochi giorni dopo.
Ginardo osservava dal suo balcone, orecchio teso. Dalla casa accanto venivano insulti: la donna, stesa sul letto, strillava a Spiluccino.
Ginardo vedeva tutto riflesso nel vetro della porta del balcone.
La donna si chinò, prese la ciabatta, la sollevò sul cucciolo schiacciato a terra e sbraitò:
Ti ammazzo, bestiaccia!
Non si rese neanche conto di come si ritrovò sul balcone accanto. Semplicemente scavalcò quel metro e mezzo sospeso.
La donna non fece in tempo a lanciare la ciabatta. Davanti a lei, sul letto, apparve
No, apparve.
Una creatura, come partorita da un incubo.
Un micio enorme, muso da malvivente, bocca spalancata e denti mostrati, ringhiante, sibilante, urlante. Ai suoi occhi dalla bocca del gatto uscivano lingue di fuoco, dagli occhi scintille.
O almeno così sembrava a lei.
Urlò, lasciò cadere la ciabatta. Sulle gambe in pigiama colò un rivolo caldo
Le era sembrato di vedere il diavolo.
Il diavolo sollevò la zampa, artigli fuori. Lei strillò, si coprì la testa e svenne di colpo.
Dieci minuti dopo, la porta di casa di Ginardo trillava. Sulluscio la strana vicina, spettinata, occhi sbarrati.
Il vostro gatto mi ha aggredita!!! urlava. Mi ha graffiata e ha rapito il mio gattino carissimo! Chiamo la polizia!
Signora, replicò calma Emma. Il nostro gatto non esce di casa. Sta sempre qui. E il vostro gattino non labbiamo visto.
La faccia della vicina si contorse. Voleva dire qualcosa, ma dalle labbra uscì solo un soffio velenoso. Voltò le spalle e sbatté la porta.
Passarono altri dieci minuti e arrivò la polizia. Dietro agli agenti, la medesima vicina, voce tremante, spiegava.
Scusate, fece uno degli agenti. Questa signora sostiene che il vostro gatto sia saltato sul suo balcone, labbia aggredita e rapito il suo gattino
Prego?! esclamarono in coro marito e moglie.
Le loro facce erano un quadro di sbigottimento.
Agenti, accomodatevi pure, propose calmo il marito, Giulio. Potete verificare da voi: il nostro Ginardo dorme sul divano. E di gattini qui non cè traccia.
La compagnia entrò. Ginardo dormiva davvero, infagottato tra i cuscini.
È lui! Lui! urlò la vicina. Lui mi ha attaccata, graffiata, ha rapito il mio Euro!
Mi scusi, ha rapito che cosa? chiesero sbigottiti i poliziotti. Il vostro gatto o i vostri euro?
Ma siete scemi?! sbottò lei. Il mio gattino si chiama Euro!
Gli agenti si guardarono e uscirono in balcone.
Quasi due metri, notò uno.
Vuole dire che il gatto ha saltato questa distanza col gattino in bocca? aggiunse laltro.
Non mi credete?! urlò la vicina, correndo per la casa e gridando: Euro! Euro! Euro!
Apre armadi, tira cassetti, lancia piumoni e sbatte la biancheria in terra.
I poliziotti la fermano con decisione.
Signora, disse serio lagente. Ora sta infrangendo la legge. I proprietari possono denunciarla per danni.
Cosa?! Io? Dopo che il loro gatto mi ha sfigurata e mi ha portato via il gatto?!
Per inciso, sinfuriò un agente. Ci mostri dovè stata graffiata o morsa.
La vicina tentennò, si impappinò, poi urlò:
Vi denuncerò! Tutti!
Scusi, disse gentilmente Emma. Ma lei sa che sente parecchio di pipì? Potrebbe alzarsi dalla mia sedia?
La vicina sgranò gli occhi. Prima rossa, poi verde, poi pallida. Fuggì chiudendo la porta con violenza.
Volete denunciare? domandò un poliziotto.
No, risposero in coro i coniugi.
Forse non è proprio tutta in sé, sussurrò Emma.
Ci scusiamo per il disturbo, dissero gli agenti, e uscirono.
Giulio e Emma guardarono Ginardo, che già stava sveglio e seduto sul divano.
Fammi vedere disse Giulio.
Vediamo ripeté Emma.
Ginardo li fissò, quasi colpevole, poi balzò giù dal divano e andò allarmadio.
Con fare esperto lo aprì con una zampata, salì sulla mensola e tirò fuori da sotto gli asciugamani Spiluccino.
Oddio sospirarono, allunisono.
Si sedettero stanchi sul divano.
Ginardo andò vicino a loro e poggiò dolcemente il cucciolo grigio tremante sulle ginocchia di Emma.
E ora che si fa? chiese lei, stringendolo.
Spiluccino sussultò, raggomitolandosi ancora di più.
Non aver paura, piccolo, disse Giulio.
Qui nessuno fa del male ai gatti, aggiunse Emma, accarezzando la schiena tremolante. E tu, mio caro Sei in punizione, lo rimproverò a Ginardo. Così non si fa. Bisognava risolverla in altro modo
E come, sentiamo? domandò Giulio. Gli ha salvato la vita dalla strega. Perché punirlo?
Anzi, qui nessun gattino è mai stato visto. Lhanno detto anche i poliziotti.
Sempre così, sospirò Emma verso Spiluccino. Solidarietà maschile. Vuoi pure premiarlo, eh?
Certo che sì! rise Giulio. Dai Ginardo, a prendere il pollo.
Guarda te finse indignazione Emma, strizzando locchio al gattino.
Ma Spiluccino si distese, zampette intorno al palmo caldo di Emma, le si accoccolò addosso.
Emma sorrise, cedendo:
Va bene Stavolta te la passo.
Giulio e Ginardo andarono in cucina, mentre Spiluccino rimase lì, sulle ginocchia di lei, un lievissimo ronron di gratitudine. Adesso sapeva che essere accarezzati poteva far star bene.
E infine pensava, in sogno, al significato della parola tesoro.
Per qualche strano motivo, sentiva che, detta da quella donna gentile, aveva un suono diverso, davvero dolceFu in quel momento che, appena fuori dalla porta, si sentì il miagolio di Ginardo, seguito da quello incerto e curioso di Spiluccino. Giulio si voltò, sorridendo a Emma.
Mi sa che saranno inseparabili, questi due, disse.
Emma annuì piano, guardando la scena: Ginardo, con laria fiera di chi ha compiuto una grande impresa, guidava il passo timido del piccolo tra i corridoi della casa nuova. Spiluccino lo seguiva a distanza ravvicinata, come unombra appena accennata, pronto a balzare indietro se qualcosa di improvviso avesse rotto la magia.
Ma nessuno urlava più. Nessuno minacciava ciabattate.
Solo voci basse, risate soffuse, profumo di pollo in cucina e una coperta calda sul divano.
Nelle sere che seguirono, chi avesse guardato in alto, tra i due balconi dangolo, avrebbe potuto scorgere, proprio allestremità dove si baciano, due sagome di gatto: una grande, pelo selvatico e occhi dorati, una piccola, dal passo incerto ma sempre più sicuro.
E ogni tanto, da quel punto preciso, saliva una melodia di fusa intrecciate. Una musica nuova, che raccontava a chi ascoltava la storia di un tesoro diverso: quello che si trova, semplicemente, quando qualcuno ti ama davvero.





