Che vergogna, tutti hanno già sistemato l’orto e il nostro è ancora un pugno nell’occhio. Ci proveremmo anche noi, ma a me ha preso l’artrite e a mamma la schiena non dà tregua.

Che sogno strano mi è capitato stanotte: una vergogna, davvero, che tutti nel paese già hanno pulito i loro orti mentre il nostro rimane lì, come una macchia negli occhi di tutti. Lavremmo fatto anche da soli, magari, ma a me lartrite blocca le mani e alla mamma le ha preso la schiena.

Ecco mio padre, Armando, venire nel sogno. Stringe il berretto fra le dita come se ne facesse una preghiera, e dice:

Luca, sono venuto a chiederti una cosa… magari ci date una mano a tirar su le patate, io e tua madre? Mi vergogno, tutti hanno già raccolto, solo noi restiamo indietro. Da soli non ce la facciamo, sento le giunture che bruciano e tua madre si piega dal dolore.

Io, infilandomi lo stivale al piede, mugugno:

Ma quante patate piantate ogni volta? Non mi pare che moriate di fame. Oggi però non posso, papà. Devo andare in provincia, ho delle commissioni.

Vorrebbe rispondere con tono aspro, ma sbuffa appena e si volta verso lorto, zoppicando, i forconi ben stretti nella mano.

Accanto, mamma Giuseppina, avvolta la schiena dolorante in uno scialle di lana color vino, mi passa accanto in fretta.

E allora, Armando, pensi che i figli verranno?

Aspetta a sperare, risponde secco. Prendi un secchio e raccogli le patate; abbiamo fatto cinque figli e per loro non cè mai tempo. Forza, muoviti, vecchia mia, almeno fino a sera facciamo qualcosina.

Intanto, Anna la moglie di Luca ha appena smesso di mettergliene una dopo laltra:

Ma come fate, voi? Sempre a pensare solo a voi stessi, mai che vi venga in mente di aiutare i vostri genitori. Che vergogna. Se avessi ancora i miei, ci volerei sopra le ali! sospira, con voce rotta.

Luca la stringe forte:

Hai ragione, non va bene così. Viviamo quasi vicini, eppure ci riuniamo così di rado E allora facciamo così: domani chiedo un giorno al lavoro. Tu chiama tutti gli altri.

Anna si siede, prende il telefono e la sua vecchia agenda.

Come non potete? Lavorate tutti? Il lavoro non finisce mai. Prendete un permesso, che male cè. Non vi vergognate a lasciarli così? Se non sapete a chi lasciare i bambini, portateli qui: allaria aperta staranno meglio che spiaggiati davanti alla TV. Vi aspettiamo, eh!

Tra suppliche dolci e qualche minaccia, Anna riesce a convincerli tutti.

Nel frattempo, nonno Armando si lascia cadere su una sedia per riposare.

Eh, Giuseppina, mi sa che arriveremo a Natale a raccoglierle, ste patate… A che ti serviva piantarne così tante? Sempre a dire: E se i figli non hanno abbastanza? Dove sono adesso, i tuoi figli? Manco un dito muovono. Ti ricordi i vecchi tempi? Come ci buttavamo tutti assieme, e per mezzogiorno era già tutto raccolto… altri tempi, quelli.

La nonna ascolta il vento.

Armando, senti anche tu? Sembra sia arrivato qualcuno… Vai a vedere.

Armando si trascina verso il cancello. Dal retro esplode una risata, poi voci e schiamazzi. Giuseppina, tenendosi la schiena, va anche lei verso il trambusto.

Madonna santa, quanti siete! Ecco figli e nipoti. Una gioia, proprio.

Allora, papà, dove tieni pale, forconi, secchi? domanda Luca, da vero caposquadra.

Il vecchio, trattenendo le lacrime e fingendo voce severa, risponde:

Tutto al solito posto, ti sei scordato pure questo?

E via, comincia la magia: chi scava, chi raccoglie, chi porta ceste di patate sotto il portico ad asciugare. Giuseppina la mandano a casa, ché non stia in piedi.

Le nuore in cucina, le maniche tirate su, e già pianificano un pranzo per lesercito. Ma Giuseppina non riesce a star ferma: qui suggerisce una cosa, là ne controlla unaltra. Senza la sua occhiata la casa sembra troppo grande e troppo vuota.

Fuori, intanto, si ride, si ricordano vecchi scherzi.

Te lo ricordi, Luca, da piccolo mi hai tirato una patata in fronte? Prendi la rivincita! scherza Sergio.

Il nonno, scuotendo la testa con affetto:

A giocare ancora, alla vostra età… siete grandi ormai, ma non cambiate mai.

Finalmente, tutto pronto: lorto spogliato, le foglie in una pila ordinata, le patate sotto il portico. È tempo di festeggiare.

Una tavolata enorme sotto il pergolato. Risate, storie di infanzie passate. Ogni tanto, Giuseppina si passa il fazzoletto sugli occhi bagnati sono bravi figli, pensa. I vicini che passano salutano, fanno i complimenti, qualcuno ricorda con malinconia i propri ragazzi, che in paese ormai non si vedono mai.

Anna bisbiglia:

Ma che hai detto al lavoro?

Luca labbraccia:

Che ai genitori bisogna dare una mano. Mi hanno detto: hai ragione, aiutare la famiglia è sacro.

Nel correre della vita quotidiana, non dimenticate i vostri genitori: spesso non chiedono aiuto perché hanno pudore o orgoglio, ma hanno sempre gioia quando figli e nipoti tornano, e la casa si riempie di voci e vita.

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Che vergogna, tutti hanno già sistemato l’orto e il nostro è ancora un pugno nell’occhio. Ci proveremmo anche noi, ma a me ha preso l’artrite e a mamma la schiena non dà tregua.