15 aprile
Oggi mi siedo a scrivere, ancora scossa da quello che è successo. Non so spiegare perché lo racconto qui, forse per mettere in ordine i pensieri, forse per liberarmi di una colpa che non è nemmeno mia.
Cera una volta in paese un uomo, Michele Bianchi, che adorava la sua cagna; si chiamava Ginevra. Da cucciola era stata scelta da lui stesso, era cresciuta nelle sue mani, aveva imparato ogni comando con uno sguardo, e sfrenata correva nei campi di grano dorati dietro la casa. Ginevra era la sua compagna nelle battute di caccia, sempre pronta alla porta a sera, coricata vicino ai suoi stivali. Lui la chiamava il mio orgoglio.
Ma le cose cambiano come cambiano tutte le cose semplici quando luomo ci mette sopra le mani. Michele scoprì che i cuccioli di Ginevra si vendevano a caro prezzo, anche 400 euro luno ai signori della città. Allinizio sembrava innocente, ma col tempo Ginevra ebbe troppe gravidanze. Si faceva magra, stanca, preferiva lunghi sonni nellangolo più buio, e il suo respiro era pesante. Il veterinario fu chiaro: Così la uccidi.
Queste parole irritarono Michele. Non cambiò, diventò semplicemente più scontroso. Ginevra non era più motivo di gioia ma un fastidio, e coi fastidi lui è sempre stato spiccio.
Quel giorno la portò allalba, oltre gli ulivi, fin dentro al bosco del Montefalco. Camminava in silenzio, lo sguardo fisso avanti. Ginevra, allegra come sempre per la passeggiata, non capiva perché il suo padrone la ignorasse. Arrivati tra querce e lecci, la legò con una vecchia corda a un tronco e si allontanò senza voltarsi.
Allinizio Ginevra fissava lombra fra gli alberi: pensava fosse un gioco. Lo aspettò, poi tirò la corda, poi iniziò a guaire piano. Quando il sole si abbassava, ululava. Si sforzò tanto che la corda ormai segava il suo collo. Le foglie tremavano, la notte calava e con il buio arrivava il freddo. Nessuno veniva.
Quando ormai la luce era quasi scomparsa, dai cespugli sbucò un grande lupo grigio. Avanzava lento, misurando ogni passo. Si fermò a poco più di dieci passi, osservava Ginevra. Non cera rabbia, non cera fame nel suo sguardo. Solo calma.
Ginevra tremò. Attese il morso, il dolore ma niente. Il lupo annusò laria, la corda, il terreno. Fece il giro largo, poi si sdraiò a distanza, con gli occhi sempre su di lei.
La notte in quelle zone è viva. Ululati profondi, passi di volpi, occhi di tassi affamati. Più volte piccole bestie si avvicinarono attratte dalla debolezza di Ginevra, ma ogni volta il lupo si alzava in silenzio, si piazzava fra loro e la cagna, lanciando un ringhio basso. Bastava quello perché scappassero via nel folto.
Ginevra, protetta, smise di urlare. Si lasciò andare nel fiato pesante, ma ogni tanto sollevava il muso per controllare se lombra grigia fosse sempre lì. Lui non se ne andava. Tutta la notte, era lì per lei.
Al primo chiarore comparve un gruppo di paesani con i bastoni, intenti a cercare le tracce del lupo che qualcuno aveva menzionato. Sentirono un debole gemito. Quando si fecero più vicini, rimasero di sasso: trovarono Ginevra ancora legata, il lupo fermo davanti a lei come una guardia. Nessuno osò muoversi. Il lupo li studiò senza paura, poi lentamente si voltò e si perse tra i rami, senza voltarsi.
Ginevra fu liberata. Era ancora viva solo perché quella notte qualcuno aveva deciso di non essere predatore. A volte, penso, le creature più selvatiche si rivelano più umane degli uomini stessi.
Chissà se Michele saprà mai cosa è accaduto davvero in quel bosco.






