Per dieci anni mio marito diceva di andare dalla mamma a “raschiare le patate”. Sono andata anch’io: la “mamma” era morta da cinque anni e in casa viveva una giovane donna con tre gemelli…

Dieci anni lui partiva ogni volta a scavare le patate da sua madre. Un giorno sono arrivata anche io: era cinque anni che la mamma non cera più, e in quella casa viveva una giovane donna con tre gemelli…

Ricordo come ogni sabato iniziasse secondo un rituale ormai consumato dal tempo.

Antonio era in piedi vicino al bagagliaio aperto della sua Multipla, sistemando con scrupolosa attenzione i sacchi di stoffa sopra la cassetta degli attrezzi. La schiena curva nella vecchia giacca a vento trasmetteva unaria di struggimento universale, e la rassegnazione di chi parte per una grande fatica nel nome della mamma.

Elvira, io vado, cerca di non annoiarti troppo senza di me. Disse senza voltarsi, tutto preso dal controllare le serrature dello zaino. Il cancello della mamma è completamente crollato, devo cambiare i pali, e poi occorre rincalzare prima che arrivi la pioggia.

Me ne stavo lì, vicino alla finestra, stringendo una tazza di caffè caldo fino a farmi male alle dita.

Sì sì, vai pure, lavoro sacro. La mia voce era piatta, simile al brusio del frigorifero. Saluta la mamma e dille di stare attenta.

Lui annuì veloce, chiuse di colpo il bagagliaio, e un attimo dopo lauto spariva dietro langolo della stradina di campagna. Per cinque anni ogni fine settimana partiva a scavare le patate dalla madre, vicino Siena, a Monte Oliveto.

Qualunque fosse la stagione, con qualsiasi tempo, partiva infallibile, dando la parte perfetta del figlio devoto e lavoratore.

Appoggiai la tazza sul tavolo proprio quando, nellingresso, squillò il cellulare con un tono deciso. Sullo schermo il nome della mia vecchia amica Nicoletta, che da una vita lavorava in anagrafe.

Elvi, ti ricordi che mi avevi chiesto di verificare i dati di tua suocera, per quella faccenda del bonus sociale? Nicoletta aveva una voce affannata, come se avesse appena fatto le scale di corsa. Senti, ho controllato tre volte su tutti i registri, ed è impossibile sbagliarsi.

Che cè, ha qualche pendenza con le tasse? Chiedevo annoiata, scorrendo le bollette della luce senza sospettare nulla.

Elvira… tua suocera, Giuliana Ferri, è morta cinque anni fa. Il certificato risulta a maggio del 2019.

In quel momento la realtà mi colpì come la barca che traballa per una burrasca. Dovetti aggrapparmi allo schienale della sedia.

Comè possibile sia morta? Mi uscì una domanda priva di senso, ingenua. Antonio sta andando proprio adesso da lei, con medicine e spesa.

Amica mia, non so a chi porta lui le buste… Nicoletta aveva un tono duro, spietato. Ma allindirizzo nella campagna di Monte Oliveto adesso è residente una certa Patrizia Galli, venticinque anni, con tre figli minori.

Le orecchie mi fischiavano, il sangue pulsava nel volto mentre cercavo di mantenere il ritmo del respiro. Una giovane donna di venticinque anni e tre gemelli?

Cinque anni a nascondermi la morte della madre per mantenere in segreto unaltra famiglia?

Guardai le chiavi della mia Punto, ferme sul mobile dellingresso. Non ero arrabbiata: mi sentivo come se qualcuno mi avesse gettata nuda nellacqua gelida.

Il viaggio verso Monte Oliveto durò circa due ore. Guidai assorta, senza la radio accesa. Nella mente una sola immagine: una casetta ordinata, unamaca in giardino, e una ragazza slanciata che porge a mio marito un bicchiere sudato.

Mi aspettavo un idillio, il nido dellamore costruito sulla mia pazienza e sulle nostre finanze.

La realtà fu uno schiaffo nellanima quando spensi il motore davanti al cancello verde ormai familiare. Non era una casa di riposo quella, ma unemanazione della follia quotidiana.

Il recinto era nuovo, alto e costoso, ma dietro non si sentiva il rumore di uccelli o di foglie, soltanto un coro straziante e continuo di pianti che si insinua nelle ossa.

Provai ad aprire il cancello, lo trovai chiuso dallinterno.

Feci il giro dal lato del vecchio oliveto, immersa tra ortiche e cardi. Nemmeno lombra di un orto, di patate o di serra. Solo un prato calpestato e montagne di plastica colorata giocattoli rotti, pezzi di costruzioni, piccoli catini.

Mi avvicinai alla veranda. I vetri vibravano al suono delle urla.

Dentro, una luce impietosa illuminava quellantro devastato: in mezzo ai resti, una figura femminile.

Non era certo una Circe, né una strega che seduce mariti altrui. Era quasi uno spettro, esaurita, in vestaglia macchiata, con le occhiaie e i capelli annodati, spettinati.

Attorno a lei, come piccoli pesciolini isterici, tre bambini identici rotolavano, gridando da assordare anche oltre il doppio vetro.

La giovane gridava nel telefono, cercando di vincere quel caos:

Papà! Dove sei? Avevi detto che arrivavi unora fa! Tutti e tre si sono sporcati insieme, io non ce la faccio più! Porta latte e salviette, sono finite, fai presto papà!

Papà…?

Il puzzle nella mia testa si è ricomposto, mostrandomi un quadro diverso. Non era un amante, né un seduttore.

Era un padre pentito, obbligato a coprire i peccati di gioventù.

Poco dopo arrivò la Multipla di Antonio, i pneumatici che scricchiolavano sulla ghiaia. Mi nascosi allombra di un vecchio cespuglio di gelsomino per non essere vista.

La mano cercò il manico di una vecchia zappa, abbandonata vicino alla legnaia.

Antonio scese dallauto, sembrava uno spettro della fatica: in entrambe le mani portava confezioni giganti di pannolini, e sulla spalla una borsa gonfia di omogeneizzati.

Sembrava una bestia da soma, stanca ma rassegnata. Suonò il campanello, spostando appena un vecchio triciclo.

Patrizia, sono arrivato! gridò come uno condannato.

Io uscii dallombra, stringendo meglio la zappa.

Eh, buongiorno agronomo.

Antonio trasalì, come colpito da un fulmine, lasciando cadere i pannolini nella pozzanghera autunnale.

Elvira?! Due occhi sbarrati come due piatti bianchi.

In persona. Son venuta a darti una mano con il raccolto… Un raccolto triplo, questanno, vero? E indicai la finestra da cui arrivava il pianto. E la madre, per magia, sè fatta giovane e ha cambiato volto.

Elvira, non è come pensi! Lasciami spiegare! Indietreggiava, le mani in avanti. Metti giù la zappa, ti prego!

Cinque anni, Antonio, mi hai mentito senza tremare… La mia voce, fredda, superava quasi il vocìo dei bambini. Cinque anni a nascondere tua madre, per venire qui?

Dalla porta uscì Patrizia, un bambino in braccio e una tutina sporca nellaltra mano.

Papà! Chi è questa?! strepitava in preda al panico È la tua moglie, quella strega che dicevi che non ti lascia mai libero?!

Strega, dici?

Feci un passo avanti, godendomi il panico. Antonio appoggiò la schiena al cancello, ormai in trappola.

Bene, cari… Ora vediamo chi detta davvero le regole in questo orto.

Elvira, aspetta, non toccarla! gridò, proteggendo la giovane. È mia figlia!

Mi bloccai, sentendo il legno gelato sul palmo.

Tua figlia? Noi abbiamo solo Carlo, ventanni!

Questa… questa era prima di te, un errore della gioventù… balbettava, il sudore gli colava sul viso. Ho saputo solo dalla mamma, poco prima che morisse.

Si asciugò la fronte, ansimando.

Sono venuto qui cinque anni fa, proprio dopo che la mamma non cera più. E ho trovato Patrizia tutta sola, orfana anche della madre, in una casa cadente. Mi son messo ad aiutarla, ho rimesso in sesto la casa, cambiato la recinzione mentre lei studiava.

Patrizia smise di gridare, scoppiò in lacrime vere, col mascara che colava.

Un anno fa il suo ragazzo è scappato appena ha saputo che erano tre. Antonio scrollò le spalle. Elvira, non potevo abbandonarli! Sarei stato un mostro! Con tre neonati, è linferno: vengo per lasciarle dormire almeno tre ore!

Senza di lui sarei finita! singhiozzava Patrizia, stringendo al petto il bambino. Qui non si riposa, lava, cambia, culla, tutta notte!

Guardai mio marito, il volto scavato, le mani tremanti.

Quindi… lasciai cadere la zappa. Tu passi i weekend a cambiare pannolini invece che a divertirti con lamante?

Sì! la voce quasi rotta dal pianto. Elvira, è peggio del lavoro, in ufficio mi riposo! Però sono i miei nipoti.

Tacque, la testa bassa, aspettando la condanna.

Osservai i bambini che urlavano, Patrizia a pezzi. Della gelosia restava solo una strana lucidità.

Non era un tradimento di carne: era lerrore di un uomo fragile, che sera caricato dun peso più grande di lui.

Insomma sono io la cattiva, la strega da cui si deve nascondere la verità? chiesi gelida.

Mi avvicinai calma a Patrizia, che si ritrasse spaventata, e le presi il piccolo urlante un maschietto paffuto.

Lo appoggiai sulla spalla, gli diedi qualche colpetto sulla schiena, e smise subito di piangere, quasi sorpreso del cambio.

E allora, nonno Antonio. Complimenti, ti sei messo proprio nei pasticci…

Cosa intendi? chiese sgomento, recuperando i pannolini caduti.

Intendo che non ti lascio. Sbuffai, sistemando la tutina del piccolo. Il divorzio sarebbe troppo facile per te e troppo scomodo per me.

Guardai dritta negli occhi Patrizia.

Bambina, il piccolo subito nel box. Tu vai in doccia, dormi almeno quattro ore, ti sveglio io a cannonate.

Lei strabuzzò gli occhi, come se non ci credesse.

E lei?..

Io assumo temporaneamente i doveri della nonna.

Lanciai uno sguardo minaccioso a Antonio.

Avanti, in cucina! Prepara il biberon. Trentasette gradi giusti.

E tu? chiese piano, raccogliendo i pannolini.

Io ora telefono a Carlo. Chiedeva soldi per il nuovo computer. Che venga qui a scavare le patate anche lui: fa bene alle mani.

Antonio impallidì al pensiero.

Elvira, dai, lascia stare Carlo…

Deve imparare, Antonio, deve imparare. secca. E, a proposito, ascolta bene.

Dimmi?

Da oggi, da nonno di tre, la tua carta dello stipendio passa in gestione a me.

Ma perché?

Devono dormire in lettini veri e meritano un passeggino triplo, mica quella roba del mercatino. E a me serve compenso per i nervi e i sogni spezzati. Mi piaceva, sai, una pelliccia nuova e una settimana sola al mare.

Cullai il piccolo che già chiudeva gli occhi.

E ora, scavate finché cè luce. Quando torno dalla vacanza, voglio lorto lavorato sul serio. Altrimenti dico a tutti in osteria che non sei un uomo daffari, ma la tata di Monte Oliveto.

Antonio trascinò le borse verso casa, piegato dal peso della sua doppia vita.

Inspirai aria dautunno, che sapeva più di talco e latte montato che di brace e foglie.

Ora quel caos era sotto controllo, e le redini le tenevo io.

Un mese dopo sedevo sulla veranda di casa, stretta nella mia nuova pelliccia, anche se faceva caldo. Arrivò la notifica della banca: accredito dalla carta di Antonio.

E subito dopo una foto: Antonio e Carlo, infangati ma sorridenti, che spingevano un enorme passeggino triplo.

Sorrisi. In fondo ognuno deve portare la sua croce, e sembra che Antonio abbia finalmente imparato a portare la sua.

Raccontami che ne pensi di questa storia, mi farà davvero piacere leggere il tuo pensiero…

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eight + 9 =

Per dieci anni mio marito diceva di andare dalla mamma a “raschiare le patate”. Sono andata anch’io: la “mamma” era morta da cinque anni e in casa viveva una giovane donna con tre gemelli…