Di nulla mi pento

Niente Rimpianti

E che al mio ritorno trovi lappartamento splendente! Giuliana Bianchi uscì di corsa sul pianerottolo e richiuse la porta con tanta forza che i vetri tremarono in tutto il condominio.

Sofia, che in quel momento stava scendendo le scale, sobbalzò anche lei. Poi si fermò, sperando che la vicina non la notasse. Speranza vana. Laveva già intravista.

Ah, Sofietta… Buongiorno!

Giuliana posò con noncuranza una scatola di cartone di una vecchia macchina per la pasta e iniziò di fretta ad allacciarsi il cappotto. Era evidente che aveva fretta.

Buongiorno, Signora Giuliana, rispose Sofia con un sorriso appena accennato. Di nuovo qualche disastro dei ragazzi?

Peggio! Non ce la faccio più, sono esasperata, borbottò Giuliana, lottando con lultimo bottone.

Proprio in quellistante la scatola si mosse.

Dal colpo di scena, Sofia quasi fece un balzo sul gradino, nonostante la distanza di sicurezza.

No, non era il tipo che si spaventava facilmente. Ma non le sarebbe mai passato per la testa che dentro quella scatola ci fosse qualcuno…

«Chissà chi avrà messo lì dentro?»

La fantasia galoppava: la macchina per la pasta, ormai viva, che sputava tagliatelle ovunque, condannata allisola ecologica per cattiva condotta.

Guarda un po, disse Giuliana, sollevando la scatola per mostrarne il contenuto.

Sofia scese sul pianerottolo, si avvicinò e sbirciò con cautela dentro.

Ovviamente, sapeva benissimo che una macchina per la pasta animata era solo fantasia e che non cera niente da temere. Ma ugualmente ciò che vide la sorprese. Anzi, la stupì piacevolmente.

Due occhi grandi e tondi, colmi di curiosità, la scrutavano dal fondo. Erano di un piccolo gattino.

Mamma mia, che amore! esclamò Sofia.

Trova pure da esaltarti, sbuffò Giuliana chiudendo la scatola.

Da dove viene?

I miei figli lhanno portato a casa Rimpiango di averglielo permesso. Solo grattacapi, non ci sono parole. Anchio, lo ammetto, mi sono lasciata intenerire da quegli occhi dolci e quello sguardo furbo, ma, come si dice, Non è tutto oro ciò che luccica. Apparentemente un tenero batuffolo, ma il carattere è quello del mio ex marito!

Ma dai, crescerà e diventerà più calmo, provò a rassicurarla Sofia. Starà andando dal veterinario per i vaccini, immagino?

Ma figurati! Veterinario? Vaccini, Sofietta? Non ce la faccio più, non sopporto più le sue marachelle! Ho deciso: oggi lo porto alla casa in campagna. Lì può fare quel che vuole.

Sofia rimase sorpresa, sperando che fosse uno scherzo. Ma osservando la piega delle sopracciglia e lo sguardo severo, capì che la vicina era serissima. E fuori non era il primo aprile, ma il 15 novembre.

Lo porta alla casa in campagna? A metà novembre?

Che dovevo fare, aspettare la primavera? Che importanza ha quando andarci? Anche fosse stato inverno, lo avrei portato. Questo, mi creda, non è un gattino: è un piccolo disastro ambulante!

Stremata dalle emozioni, Giuliana tacque per riprendere fiato.

Poi riprese:

Se avessi visto cosa combina! Non ho mai preso tanti calmanti in vita mia, nemmeno quando sono rimasta sola con due figli! Quindi la mia decisione è presa e non torno indietro. In campagna, via!

Aspetti ma

Potrei pure lasciarlo in cortile, dovè stato trovato, per inciso. Ma poi i miei figli lo riprenderebbero e la storia ricomincerebbe daccapo. Non lo voglio più in casa, basta!

Giuliana guardò il telefono per controllare lora e scosse la testa:

Mi hai fatto perder tempo, Sofia. Devo proprio andare se non voglio perdere lautobus.

Afferrando meglio la scatola, si avviò giù per le scale, stringendosi al corrimano.

Sofia la seguì con lo sguardo, non riuscendo a capacitarsi di come potesse lasciare da solo un gattino in campagna a novembre. Non sopravviverebbe nemmeno un giorno.

Aspetti, Signora Giuliana! gridò Sofia.

E adesso cosaltro? Ti ho detto che sono in ritardo!

Le prego, non porti il gattino in campagna. Proverò io a trovargli una famiglia affettuosa. Me lo lasci, per favore.

La vicina si fermò.

E si girò lentamente.

Una famiglia affettuosa? Che sottintendi? Alludi che io abbia le mani cattive? sibilò con tono pungente Giuliana. Guardi che con queste mani ho cresciuto due figli!

Nessun allusione. Voglio solo dare al piccolo una possibilità. Da solo, non ce la farà.

Se vuole sopravvivere, sopravviverà. Altrimenti, non era destino. E non sarebbe dovuto nemmeno nascere

Non dica così!

E che centro io? È lui che non si adatta alla vita domestica.

Ma è solo un cucciolo Imparerà! esclamò Sofia, poi, stanca, aggiunse: I suoi figli, comunque, non li porterebbe mai in campagna anche se urla loro dietro tutto il giorno.

I miei figli sono i miei figli. Non confondere le due cose! Ma se lo vuoi, tienilo.

Posò la scatola a terra.

Meglio così: non spendo soldi per andare e risparmio pure la fatica. Vediamo quanto resisti rise sarcastica Giuliana.

Rientrò, richiudendo la porta con la solita energia, e subito dopo si udì il suo tono imperioso:

Non ho capito! Perché non avete ancora iniziato a pulire? Via i telefoni!

Sofia non sentiva più altro. Raccolse delicatamente la scatola, controllò che il gattino stesse ancora lì, e salì al suo piano.

E così, inaspettatamente, diventò fortunata proprietaria di una scatola da macchina per la pasta e…

…di un piccolissimo gattino.

In realtà, non aveva mai pensato di accogliere un batuffolo di pelo in casa, soprattutto oggi Era semplicemente uscita per comprare del caffè, finito allultimo, e per pura casualità si era trovata nel posto giusto (o sbagliato?) al momento giusto.

A dire il vero, non era nemmeno particolarmente appassionata di animali. Non sentiva quella smodata passione che raccontano spesso i proprietari di cani e gatti.

Ma permettere a Giuliana di lasciare il cucciolo da solo in campagna, beh, proprio no.

Perché lindifferenza non è mai umanità. Non si fa!

E poi, perché sacrificare così il gattino quando cè chi potrebbe desiderarlo con tutto il cuore?

Di una cosa Sofia era certa: un bel micino così se lo sarebbero sicuramente conteso. Bastava fare qualche foto carina, metterle su internet, e si sarebbe formata la fila fuori dalla porta per adottare un po di felicità pelosa.

*****

Sofia decise di non aspettare oltre: appena a casa scattò foto al gattino e pubblicò subito gli annunci su vari forum cerco casa e regalo cuccioli.

Poi uscì finalmente per comprare il caffè e anche un po di pappa per cuccioli (qualcosa doveva pur mangiare nel frattempo), più una lettiera e la sabbietta. Spese impreviste, ma necessarie.

Tutto questo lo darò a chi vorrà il gattino, pensava sorridendo. E le sembrava un gesto bellissimo, al punto che non rimpiangeva neppure un centesimo speso.

Secondo Giuliana, il micino si chiamava Girello, ma non sembrava rispondere a quel nome, così Sofia iniziò a pensare ad alternative.

Ne valutò cento, e alla fine scelse la numero centotrentadue.

Da oggi ti chiamerai Tito! Ti va, vero? chiese al gattino.

Miao! rispose lui, e corse subito nellingresso per affrontare le pantofole di lana, anche loro morbide come lui e quindi sue concorrenti.

Dopotutto, lui era il più coccoloso e bello della casa, non qualche pantofola qualsiasi.

Sofia rise guardando il gattino azzuffarsi con le pantofole, poi decise di mettersi a lavorare.

Faceva la fotografa freelance, con servizi su commissione: le piaceva moltissimo e, per di più, guadagnava bene.

Aveva proprio delle foto da sistemare urgentemente. Accese il computer, avviò Photoshop e cominciò la ritoccatura con aria concentrata.

Ma la tranquillità durò poco.

Tito, terminata la battaglia con le pantofole, iniziò a correre per casa senza freni, sbattendo ovunque.

Ehi, piccoletto! Sofia si voltò sulla sedia, fissandolo a dito.

Il gattino si fermò di colpo e la osservò, come a dire: Dimmi, ma io devo giocare!

Capisco che ti annoi, le disse. Però ricorda che sei qui solo temporaneamente

Miao!

E non discutere! Sei solo ospite qui, comportati bene e cerca di non intralciare.

Era meglio stare zitti.

Tito la fissò poi mise su un’aria talmente offesa che a Sofia venne un nodo di rimorso. Si sarebbe sotterrata dalla vergogna per averlo ripreso.

Ma come si può sgridare una creaturina così?

Dai, gioca pure, ma fai piano! cedette Sofia.

Il micetto esultò e riprese subito a sfrecciare per casa, facendo il pieno di urti tra sedia, armadio e poltrona.

Vede lobiettivo ma non i mobili, pensò Sofia. Si mise le cuffie, mandò la musica e si immerse sugli scatti da sistemare.

Ma dopo soli cinque minuti, Tito, lanciato ormai alla velocità della luce, volò sotto la scrivania e con un colpo di zampa staccò la spina del pc. Poi sparì chissà dove. Provaci tu, ora, a dimostrare che è stato lui

Ma dai proprio ora! tutto quello che riuscì a dire Sofia guardando il monitor nero.

Passò la mezzora seguente a cacciare Tito per casa, senza successo.
Ma riuscì ampiamente a sbattere lalluce, e colpire la ginocchia ben due volte contro i mobili.

Una volta riacceso il pc, Sofia aprì i siti dove aveva messo le foto di Tito. Udì una pioggia di Mi piace e si rallegrò. Ma leggendo i commenti, si rattristò.

Erano tutti uguali:

Stupendo!, Che fortuna un gatto così!, Un vero tesoro di gattino!

Ma nessuno sembrava davvero interessato ad adottarlo.

Neanche una telefonata, nessuno alla porta. La fila di cui aveva fantasticato si dissolveva.

Alla fine aggiunse una nota a ciascun annuncio: «Lo porto io personalmente, anche dallaltra parte della città, o in un altro paese, ovunque vogliate!». Forse la distanza spaventava, pensò.

Nel frattempo, Tito si era stancato ed era salito sul divano, a pancia allaria, nella posa Amami così come sono. Sofia si sedette accanto a lui a coccolarlo finché il piccolo non si addormentò.

E con lui, si addormentò anche lei.

Dormirono così fino a sera. Quel giorno, ovviamente, il lavoro era solo un miraggio.

*****

Dopo una settimana, Sofia iniziò a capire che trovare una famiglia per il gattino non era semplice come credeva. I like e i commenti non portavano a nulla di concreto. Nessuna richiesta seria.

Passati altri tre giorni, iniziò a pensare seriamente:

«E se nessuno lo prende, che faccio? Rimane con me?»

Proprio quello che mi mancava sussurrò ad alta voce, e subito si rimproverò.

Tito dormiva vicino alla tastiera, abbracciato al mouse (rendendo impossibile lavorare), ma al sentire la voce sgranava un occhio e miagolava indignato: «Sto riposando qui, muoviti e filtra!»

Sofia sospirò e tornò a leggere i commenti sotto gli annunci.

Nulla di nuovo.

Tutti continuavano ad osannare Tito come portafortuna, ma nessuno si faceva avanti.
Ogni nuovo like era una speranza che si spegneva.

Tornò con la mente allultima visita dallo psicologo. Aveva tutto: lavoro amato, soldi a sufficienza, perfino un suo appartamento, grazie allaiuto dei genitori. Vita serena, almeno allapparenza.

Eppure, una strana insoddisfazione le pesava dentro.

Non era per gli amori: lei stessa aveva messo in pausa la vita sentimentale per riprendersi.

Perché allora questo vuoto?

Non riusciva a capirlo. Per questo era finita dallo psicologo.

Secondo lui il problema affondava dentro, tipo Fossa delle Marianne. Ma i tentativi di ascoltarsi erano finiti banalmente con un bicchiere dacqua e una pastiglia per il mal di testa.

La domanda restava là, senza risposta.

Delusa, aveva pensato di chiedere consiglio alle amiche.

Sei solo viziata dal troppo benessere, le aveva detto Ilaria, vagamente gelosa della sua indipendenza e del lavoro creativo.

Non credo, Ilaria. Lavoro tanto quanto te, a volte pure di più.

Forse ti manca proprio LUI! suggerì serafica Marta, addentando il suo tiramisù preferito.

Chi?

Non chi, cosa! Tira su un po di pancetta, sei troppo magra! Si vede che da bambina hai mangiato pochi dolci

Le amiche non furono daiuto. Così decise di lasciar perdere i pensieri negativi. Però ora, davanti a Tito, quegli interrogativi si riaffacciarono.

Ma dimmi, davvero mi serve proprio Tito per essere felice? Beh, vedremo

*****

Un mese dopo, da che aveva accolto il piccolo ospite peloso, Sofia si rese conto che il tempo era volato senza accorgersene.

Tito non era stato adottato da nessuno. Ed era sinceramente stupita: tra milleduecentoventotto like tanti erano nessuno lo aveva voluto davvero?

Ora però iniziava a capire il perché.

In questo mese, era successo di tutto; tanto che, a raccontarlo per filo e per segno, avrebbe fatto concorrenza alla saga dei Malavoglia.

Partiamo da Tito. In fondo, era davvero un gattino sveglio.

Capiva cosa voleva la padrona; bastava che Sofia lo implorasse per la decima volta di risparmiare il divano.

Cercava anche di rendersi utile: come tutti i gatti, aveva iniziato dalla rivoluzione dinterni. Grazie a lui, Sofia aveva cambiato ben quattro tende. Alla fine aveva deciso che si stava meglio senza.

Dopo lesperienza fallita come arredatore, Tito tentò la carriera di chef.

Assaggiava di tutto sui tavoli, sputando via senza pietà cetriolini sottaceto, funghi, patate bollite.

Anche la cucina non faceva per lui. Per fortuna, sapeva che nel mobile cera sempre tanto buon cibo per gattini.

Alla fine, Tito adottò la più antica delle strategie feline: donare gioia e compagnia.

Certo, la sua idea di gioia alle volte differiva da quella di Sofia.

Per lei la felicità significava farsi una bella dormita e lavorare tranquilla alle sue foto.

Con Tito in casa, la serenità era utopia.

Qualcuno lassù, evidentemente, aveva pensato che la sua vita fosse troppo calma e perciò le aveva spedito Tito in regalo.

Appena provava a sedersi, il gattino appariva allimprovviso, la fissava negli occhi come a dire: Giochiamo?

E combinava di quelle imprese che mancavano le parole per descriverle.

Ora, Sofia capiva benissimo le lamentele della vicina Giuliana, pur non approvandole del tutto. Non avrebbe mai avuto il coraggio di lasciare Tito in campagna. Neppure dopo una giornata infinita, neppure stanca morta.

Eppure, cerano anche tanti motivi positivi.

Per cominciare, Sofia non si domandava più cosa le mancasse per sentirsi felice. Il vuoto era scomparso.

Aveva imparato a pulire la casa in metà tempo, prima che Tito si svegliasse.

Quanta gioia aveva provato questo mese! Era bastato osservare i primi successi del gattino: finalmente usava la lettiera da solo, senza che dovesse più accompagnarlo ogni ora della notte. Che felicità guadagnare anche solo un paio dore di sonno in più!

Altre abitudini insolite non mancavano; Tito, ad esempio, adorava accendere e spegnere la luce della notte, fino a costringere Sofia a smontarla.

Era successo di tutto, insomma. E a tutto ci si abitua.

E così Sofia aveva scoperto una cosa che non si sarebbe mai immaginata.

Non era Tito che viveva da lei, ma era lei a essere ospite di Tito. In fondo, passava tutta la giornata a lavorare fuori; a casa cera solo lui. Lui la aspettava ogni sera e la salutava ogni mattina. Un vero padrone!

Ad un tratto Sofia capì: non aveva più senso cercare una famiglia per Tito. Lei era la famiglia. Aveva mani buone e amorevoli, pronte a sopportare tutti i suoi capricci.

Pronta a giocare con lui, anche alle due di notte, a coccolarlo mentre si allargava come un re sul letto.

Sì, ora era pronta e di nulla si pentiva. Perché amava Tito. E come non si può amare un piccolo compagno così?

Tito la ricambiava: non la svegliava più la mattina, perché sapeva che aveva bisogno di riposo per affrontare le nuove giornate.

Si avvicinava piano piano, si accucciava vicino a lei e aspettava paziente che Sofia si svegliasse di sua spontanea volontà.

Senza fretta. Anche se, a volte, quello sguardo pareva dire: Allora, dormigliona, quanto ci metti? Mi manchi

Perché la felicità, spesso, arriva in punta di piedi. E bisogna imparare a riconoscerla anche quando ha baffi e coda.

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