Non mi pento di niente
E spero che, quando torno, la casa sia in ordine! urlò la signora Olga Bianchi, sbattendo la porta dingresso con tanta forza che parve tremare tutto il pianerottolo del condominio.
Marcella, che proprio in quel momento stava scendendo le scale, sobbalzò per lo spavento. E poi rimase immobile come una statua. Sperava che la vicina non la notasse. Sperava invano.
Ah, Marcellina Buongiorno!
La donna appoggiò con noncuranza sul pavimento una scatola di cartone che pareva venire dalla cucina, iniziando a chiudersi di fretta il cappotto. Era evidente che avesse molta fretta.
Buongiorno, signora Olga, rispose Marcella con un sorriso controllato. I bambini hanno combinato qualche guaio di nuovo?
Eh, dici poco! sbottò la vicina, litigando con lultimo bottone.
In quel momento la scatola si mosse.
Marcella fece un salto indietro, anche se era a distanza di sicurezza.
Non era certo una paurosa, ma nemmeno immaginava che dentro quella scatola ci fosse effettivamente qualcuno.
«Chissà cosa cè lì dentro?», pensò subito. Limmaginazione la portò a visualizzare una macchina del pane ribelle, con i resti di pomodori e zucchine crude, punita per insubordinazione e condannata alla discarica.
Guarda qui, disse la signora Olga, sollevando decisa la scatola per mostrarne il contenuto.
Marcella si avvicinò e guardò dentro con cautela.
Ovviamente si rese subito conto che non poteva trattarsi di un elettrodomestico ribelle, ma ciò che vide la sorprese comunque. Una sorpresa piacevole.
Dal fondo della scatola la fissavano due occhietti curiosi. Appartenevano ad un minuscolo gattino.
Madonna, che dolcezza! esclamò Marcella.
Oh, non cè proprio niente da essere tanto felici, borbottò Olga, richiudendo il coperchio.
Da dove arriva questo micetto?
Me lo hanno portato i miei figli Mi pento di averlo fatto restare in casa, ve lo giuro! Meno male che dicono che non è tutto oro quello che luccica: bello di faccia, ma il carattere Come il mio ex marito!
Ma signora Olga, crescerà e diventerà più tranquillo, provò a rincuorarla Marcella. Lo sta portando dal veterinario? Vuole fargli i vaccini?
Ma quale veterinario, Marcellina mia? Basta, non ne posso più! Ho deciso di portarlo alla casa in campagna Che stia lì.
Marcella guardò la vicina, sperando stesse scherzando.
Ma le sue sopracciglia aggrottate e lo sguardo duro le fecero capire che era tutto fuorché uno scherzo. E oggi non era neanche il primo aprile, ma il 15 novembre.
Portare il gatto lì adesso, a fine autunno?
E che dovrei aspettare la primavera? Ci manca solo questa. Lavrei portato anche con la neve, lo dico io. Non è un gattino, è un demonio!
La signora Olga dovette fermarsi per riprendere fiato, poi continuò:
Se vedessi cosa combina questo piccolo! Mai preso tanti tranquillanti neanche dopo che sono rimasta sola con i miei figli. Quindi ho deciso: via in campagna!
Ma aspetti
Oppure posso lasciarlo in cortile. Ma i bambini se lo rimettono in tasca e me lo ritrovo in casa. No, no… Basta. Non voglio più avere a che fare con questa creaturina!
La signora estrasse il cellulare dal cappotto, guardò il display e scosse la testa:
Mi hai fatta perdere tempo, Marcellina! Devo correre, se no perdo lautobus.
Si sistemò meglio la scatola, si voltò e scese le scale tenendosi stretta al corrimano.
Marcella la guardò scomparire tra i piani, incapace di capire come si potesse lasciare un gattino tutto solo in una casa di campagna. Non sarebbe sopravvissuto nemmeno una notte.
Signora Olga! urlò allora di colpo.
Ma che cè ancora? Ho detto che devo andare!
La prego, non porti il gatto lì, lo affido io a qualcuno che lo voglia davvero bene. Me lo dia, la supplico.
La signora Olga si fermò e, dopo un attimo, si voltò lentamente.
Devo intendere che io non ho le mani buone? la guardò con occhi taglienti. Ho cresciuto due figli con queste mani, io!
Non intendevo questo Vorrei solo trovare un padrone adatto al micetto. In quella casa morirà.
Se vuole sopravvivere, sopravvive. Se no, non era destino. Ecco tutto.
Ma
Lui non sa stare in casa. Punto. Voglio vederlo lontano.
Ma è solo un bambino! Imparerà! insistette Marcella, non trattenendosi Nemmeno con i suoi figli fa così, anche se li sgrida sempre.
I miei figli sono i miei figli, questi non sono figli miei! Però, se proprio lo vuoi prendilo!
Appoggiò la scatola in terra.
Meglio per me, risparmio soldini e tempo! Vediamo quanto resisti tu! sogghignò la vicina.
Poi sparì in casa, schioccando di nuovo la porta. Da dietro si distinse la sua voce:
Che state facendo lì, forza, lasciate quei cellulari, che qui cè da pulire!
Marcella non udì altro. Raccolse con cura la scatola, controllò che il gattino fosse sempre lì dentro e salì al suo piano.
Così, del tutto inaspettatamente, si ritrovò proprietaria di una scatola di cartone da cucina e
di un gattino che vi stava dentro.
Di certo, Marcella non aveva previsto di portare a casa con sé un inquilino peloso.
Soprattutto non quel giorno. Era uscita solo per comprare il caffè, che era finito, e si era ritrovata coinvolta per caso in questa avventura.
In verità, ai gatti e ai cani non aveva mai dato troppa importanza. Quellamore smodato di cui parlano tanti proprietari proprio non le apparteneva.
Tuttavia, permettere a Olga di abbandonare la bestiolina lì in campagna non se la sentiva. Semplicemente, perché essere indifferenti non è essere senza cuore. Perché così non si fa!
E poi, perché adottare misure estreme, quando bastava cercare qualcuno disposto ad adottare il micino? Un esserino così bello qualcuno lo avrebbe trovato di sicuro.
Le sarebbe bastato fare delle belle foto e pubblicarle online: subito si sarebbe formata una fila alla porta per prendere il piccolo batuffolo.
Tutto qui!
*****
Marcella decise di non rimandare. Appena rientrata, fotografò subito il gattino da ogni angolo e pubblicò le immagini nei gruppi Regalo e Cerco casa per animali dei vari forum.
Poi uscì tranquilla a fare spesa: oltre al caffè, prese cibo per gattini bisognava pur nutrirlo nel frattempo una lettiera di plastica e sabbietta. Spese impreviste, certo, ma necessarie.
Regalerò tutto al futuro proprietario, pensava Marcella sorridendo, felice di fare una buona azione. E nessun euro speso le sembrava di troppo.
Olga aveva chiamato il gattino Cipollino, ma lui non rispondeva a quel nome, così Marcella ne cercò uno nuovo.
Ne provò più di cento e alla fine scelse:
Dora in poi sarai Tino! Ti sta bene? chiese al micio.
Miao! rispose lui, correndo verso le ciabatte pelose nellingresso per farci la lotta: le ciabatte non si possono paragonare a lui, che è il più morbido e bianco di tutti.
Marcella rise guardandolo giocare, poi si mise a lavorare un po.
Marcella infatti faceva la fotografa freelance, spesso su commissione, e amava il suo mestiere. Inoltre, le dava abbastanza da vivere, più delle aspettative.
Doveva urgentemente dare la sistemata ad alcuni scatti realizzati per lultimo servizio, quindi accese il computer, aprì Photoshop, caricò la prima foto e si mise seria a ritoccarla.
Ma non riuscì a lavorare in pace.
Tino, dopo aver vinto la battaglia contro le ciabatte, cominciò a sfrecciare per la casa, derapando sugli angoli. Il rumore era insopportabile.
Ehi, piccolo! Marcella ruotò la sedia, lo fulminò con lo sguardo e lo minacciò col dito.
Il micio si fermò nel mezzo della stanza e la guardò fisso: Dimmi che vuoi da me, che ho mille cose da fare!
Capisco che ti annoi e vuoi giocare, ma ricordati che resti qui solo temporaneamente
Miao!
Non discutere! Sei solo ospite. Cerca di comportarti bene e non disturbare!
Quelle parole però le fecero subito venire un senso di colpa lancinante. Perché rimproverare un esserino così piccolo?
«Come si può sgridare chi è così tenero?»
Va bene, gioca pure. Ma in silenzio cedette lei.
Il gattino fece un miagolio gioioso e si rimise a correre come un piccolo treno dentro casa, sbattendo contro sedie, mobili e poltrone. Vedo lobiettivo, non vedo gli ostacoli, pensò Marcella.
Per non sentire altro, indossò le cuffie e mise un po di musica. Nel frattempo caricò una nuova foto da sistemare.
Ma dopo cinque minuti, Tino lanciato a velocità supersonica infilò accidentalmente la zampina in un cavo dalimentazione e staccò la spina del computer. Poi sparì. E chi si metteva ora a cercarlo?
Ma dai Che disastro! fu tutto ciò che riuscì a borbottare Marcella fissando il monitor nero.
Per la mezzora successiva, per casa corsero in due: sia Tino sia lei, che cercava invano di recuperarlo.
Lo trovò solo dopo aver picchiato due dita del piede contro uno spigolo e la rotula un paio di volte contro la sedia.
Riavviato il computer, con locchio nervoso che le tremava, iniziò a controllare i forum. Tante reaction ma niente richieste concrete.
Tutti scrivevano le stesse cose: “Che bello!”, “Che fortuna che hai!”, “Un vero amore!” Ma nessuno la chiamava o bussava alla porta.
Allora Marcella aggiunse che avrebbe portato di persona Tino; anche fino allaltra parte della città, se necessario, o in unaltra città ancora.
«Magari è la distanza che scoraggia la gente!», si disse.
Nel frattempo, il micino, stanco di correre, era riuscito col quinto salto a salire sul divano e si era messo nella posizione amami così come sono, con la pancia esposta. Marcella si accomodò di fianco e lo accarezzò a lungo, finché non si addormentarono entrambi.
Non si parlò più di lavoro per quel giorno.
*****
Passò una settimana. Marcella cominciava a capire che trovare una buona adozione per Tino non era affatto facile. Like sì, commenti tanti, ma niente più. Nessuna chiamata.
Dopo tre giorni si ritrovò a pensare: E se nessuno lo vuole? Rimarrà qui con me?
Ma guarda un po! esclamò, e subito si rimproverò da sola.
Tino dormiva vicino alla tastiera, abbracciando il mouse come fosse una preda, tanto che Marcella non riusciva a lavorare da minuti. Al suo grido, aprì un occhio seccato e miagolò: Ma non ci si riposa più qui?!
Marcella sospirò, tirò fuori il telefono e controllò i soliti commenti. Nulla di nuovo: tutti a lodare, ma nessuno disposto ad adottare.
Ogni like, ogni commento le levava un altro filo di speranza di trovare casa a Tino.
Le venne in mente la recente visita dallo psicologo, quando stava cercando di capire che cosa le mancasse per essere veramente felice.
Aveva un lavoro che le piaceva, nessun problema di soldi e una casa tutta sua (grazie ai genitori). Allapparenza era tutto perfetto, ma il vuoto restava.
E non era certo per la mancanza di un uomo. Da sola stava benissimo.
Ma cosa mancava, allora?
Provò, come consigliava il dottore, a parlare con se stessa, ma ne venne fuori solo un bicchiere dacqua e una pasticca per il mal di testa.
Il problema restava lì, nascosto nella profondità della sua anima.
Disse alle amiche che forse impazziva dal troppo benessere.
Forse ti manca solo del grasso, sei magra come un chiodo! scherzò Marti, mentre finiva la crostata.
Niente risposte nemmeno da loro, quindi decise di lasciar perdere ogni pensiero. Ma ora la questione le tornava tra mente e cuore.
«Forse, per la felicità, mi mancava solo Tino?» meditò tra sé. “Si vedrà”.
*****
Dal giorno in cui Tino era entrato nella sua vita era passato un mese. O meglio, volato. Neppure se nera accorta.
Nessuno aveva mai richiesto il micio. Marcella non capiva: su milleduecentoventotto like alle foto, nessuno era venuto a prendersi il gattino!
Ma ora le era chiaro il motivo, forse.
Tante cose erano successe in quel mese, tante che a raccontarle tutte si finirebbe come I Promessi Sposi in volumoni.
Ma ecco la sintesi: Tino era in realtà un gattino intelligente e sensibile.
Capiva subito quando lei, per la decima volta, gli chiedeva di risparmiare il divano.
Aveva tentato diverse carriere: innanzitutto, arredatore. Fu grazie a lui che Marcella cambiò quattro tende prima di desistere e lasciar perdere del tutto le finestre.
Poi provò il mestiere di chef. Annusava e assaggiava tutto sul tavolo, per poi sputare tutto: i cetriolini, i funghi sottolio, il purè. Alla fine, scelse la professione più classica del gatto: donare felicità.
Il concetto di felicità era diverso per Marcella e per il micio.
Per lei significava potersi finalmente riposare e lavorare in pace. Invece, con Tino in casa, la tranquillità era solo un lontano ricordo.
Appena si sedeva, Tino appariva come dal nulla, con gli occhi grandi e la domanda: Giochiamo?
Ne faceva di tutti i colori. E Marcella capì bene la signora Olga Bianchi: dopo aver vissuto un mese con Tino, non ne avrebbe però mai potuto avere il coraggio di abbandonarlo.
Eppure, erano successe anche tante cose positive.
Primo: aveva smesso di chiedersi cosa mi manca nella vita?. La domanda era sparita.
Secondo: aveva imparato a fare le pulizie velocemente, appena apriva un occhio il mattino, per anticipare i danni del micino.
E quante emozioni! Ogni traguardo di Tino era una piccola vittoria: la prima volta che usò da solo la lettiera, quella notte che le permise qualche ora di sonno in più, la sera che si mise a giocare col faretto della camera da letto
Naturalmente, ci si abitua a tutto. Ormai Marcella si era abituata a condividere così la sua vita.
Poi, una sera, si rese conto: in fondo, non era Tino a vivere con lei, ma il contrario. Lei veniva solo a trovarlo nella sua casa! Di giorno lavorava, lui era il padrone di casa. Era lui ad accoglierla ogni sera.
Adesso capiva: non doveva più cercare buone mani per il gattino. Lei era, finalmente, quella padrona dalle mani buone, pronte a sopportare tutto ciò che combinava.
Pronta a svegliarsi a ogni ora per rincorrere Tino tra le stanze, pronta a giocare a nascondino o a calcio notturno, pronta ad accarezzarlo mentre si prendeva tutto il letto.
Sì, era pronta e non si pentiva di niente. Perché lo amava. Perché era impossibile non amarlo.
E anche lui ricambiava. Non la svegliava più la mattina, lasciandole dormire il più possibile. Si limitava a sdraiarsi vicino a lei e ad aspettare silenzioso che aprisse gli occhi.
In silenzio, anche se a volte il suo sguardo sembrava dire: “Ma quanto dormi, padrona mia? Mi manchi…”
Ecco cosa ho imparato da questa avventura: a volte, ciò che ci manca davvero arriva quando smettiamo di cercarlo. Bisogna solo accogliere la vita anche sotto forma di una palla di pelo che ti entra nel cuore.



