Il gatto, che ormai si era quasi rassegnato allidea di morire in solitudine gelare, morire di fame, tradimento e disperazione percepì allimprovviso vicino a sé qualcosa di minuscolo e caldo
Era stato abbandonato. Semplicemente buttato fuori. Dopo dieci anni di onorata compagnia nella stessa famiglia.
Il motivo? Il consiglio del pediatra: pare che il neonato potesse avere unallergia al pelo. Proprio quel vago potrebbe aveva scritto la parola FINE per il gatto.
Ovviamente nessuno voleva adottare un gatto adulto di dieci anni. Il capofamiglia, senza particolari dilemmi e senza la minima ombra di rimorso, lo aveva portato giù non in un posto scelto a caso, ma proprio nel cortile accanto. Tra mucchi di neve, sotto il gelo di gennaio a Milano. Sapendo benissimo che il gatto difficilmente avrebbe ritrovato la strada, e probabilmente non sarebbe arrivato vivo nemmeno a sera: le previsioni davano una bella gelata.
Del resto, tutto molto pragmatico. Un ragionamento asciutto come una fetta di pane raffermo.
E sarebbero andate davvero così, non fosse stato per una stramberia del destino. Il gatto, ormai quasi pronto a lasciarsi andare, sentì invece qualcosa di vivo premere contro di lui. Una presenza minuscola e calda.
Si stiracchiò con fatica, voltò la testa e rimase di sasso.
Davanti a lui, rannicchiati uno contro laltro, cerano due batuffoli minuscoli dagli occhi spalancati come quelli di una statua di santo in chiesa. Lo fissavano pieni di speranza e fiducia.
Ma guarda te, pensò seccato. Neanche morire in santa pace mi lasciano. Ma che ho fatto di male nella vita?
Gattini. Anche loro buttati via. Due piccoletti, cacciati al vento nello stesso spietato gelo. Il perché, chissà. Ma tantè, i fatti erano chiari: ora, se lui, ormai ridotto allosso, si fosse arreso, quelli non ci arrivavano allalba. Gelati vicino al suo corpo ormai freddo.
Cominciò a muovere le zampe ormai intorpidite dal freddo. Raccolse i gattini sotto di sé, li strinse, iniziò a leccarli. Loro si stringevano a lui tremando e fiduciosi, come se si trattasse non solo della mamma, ma direttamente del salvatore massimo felino a disposizione.
Ecco, sono fregato, sospirò mentalmente.
Aveva lo stomaco che brontolava, quindi si immaginava che ai cuccioli andasse anche peggio. Si alzò, zoppicando come il vecchio nonno che salta la partita a briscola, e andò verso i bidoni dellimmondizia, dove aleggiava ancora qualche aroma di lasagne avanzate.
Rovistando a fatica, trovò due pezzetti di polpetta, surgelati come i piselli Findus, e qualche interiora di pollo. Portò tutto ai gattini, li lasciò sfamare e poi finì gli avanzi lui. I piccini, a pancia piena, si accasciarono sotto di lui e iniziarono a fare le fusa, addormentandosi col musetto affondato nella pelliccia.
Il sonno lo prese in agguato come unautostrada deserta.
Venne svegliato da una voce squillante:
Mamma, papà! Venite a vedere! Cè una gatta con i cuccioli!
Gli venne quasi da ridere. Una gatta, certo
Ma la bambina non era certo il tipo che passa oltre.
Dopo dieci minuti ricomparve, in una mano una busta con cibo profumato, nellaltra una vecchia coperta di lana. Così la compagnia non giaceva più sulla terra nuda, ma accoccolata sul plaid.
Dopo unaltra ora, eccola di nuovo, stavolta col papà, che si trascinava dietro una cuccia improvvisata con pezzi di una vecchia credenza. Sulla facciata, un bel cartello scritto in rosso: NON TOCCARE. NON CACCIATE. CI PENSIAMO NOI. SCALA B INTERNO 3.
Durante tutta la serata i vicini portarono doni scatolette di cibo, avanzi di cena, perfino qualche omogeneizzato. Unondata di cura e compassione aveva invaso tutto il condominio.
Il giorno seguente, papà e figlia tornarono a trovare la mamma gatta e i piccoli. I gattini, sazi, non riuscirono neppure ad arrivare sotto il pancino del grande: crollarono a metà strada.
La sera, mentre la famiglia tornava giù, i cuccioli si lanciarono festanti verso la bambina.
Il vecchio Serafino (così lo avevano già soprannominato) osservava dalla cuccia, stiracchiandosi. Nemmeno tentava di avvicinarsi. Era già stato tradito abbastanza e non voleva farsi illusioni.
Mamma, disse la bimba. Non hai dato da mangiare alla mamma dei piccoli! Anche lei avrà fame
Ma dai, fece la donna con una mano. È adulta, saprà arrangiarsi.
Senti questa! rise il papà. Ma quale mamma? È maschio, mica femmina!
Ma dai borbottò la donna, Si vede che li coccola, li lecca Pare proprio la mamma!
Guardalo bene, replicò il marito. Altro che mamma!
La donna si avvicinò, mise una mano sulla pancia di Serafino. Lui si innervosì e la fissò con gli occhi gialli. Un attimo dopo, la mamma spalancò gli occhi.
Oddio è davvero un gatto maschio
Brava, genio, pensò Serafino ironico.
Quindi ma allora sei stato tu, tutta questa gelata, tutto questo disastro Hai curato i cuccioli? Li hai riscaldati? Nutriti?
Serafino rimase del tutto impassibile. Cosa volete che gli facciano le parole. Lunica cosa che contava erano quei micini che sperava sistemare. Poi, puff, via, sparire nellombra, possibilmente senza pubblico.
Solo che la sorte aveva altri piani.
La donna rimase. E pianse.
Mamma, sussurrò la bimba mentre abbracciava i gattini. Guarda, si vede che è abituato in casa. Secondo me lhanno abbandonato da poco
Eh sì, aggiunse il papà. Qualcuno avrà pensato fosse di troppo. Lui invece, invece di lasciarsi morire, ha fatto da mamma. Ha messo da parte la sua vita per altri.
Ma vuoi farmi commuovere? singhiozzò la donna.
Constato solo i fatti, rispose serafico il marito.
La donna si accostò a Serafino, lo prese con delicatezza e se lo strinse al petto.
Lui si rigidì, pronto a divincolarsi Invece miagolò e si mise a fare le fusa. Neanche lui sapeva spiegarsi il perché.
Pensava: adesso mi danno da mangiare, mi fanno fare una spazzolata, poi arrivederci e grazie. E invece
Si trovò immeritatamente in bagno, con tanto di shampoo. Protestò come un dannato, ma la bambina e la madre lo tranquillizzavano.
Poi, via di asciugatura, plaid profumato, divano morbido. E i gattini, puntuali, che si appallottolavano sotto la sua pancia felice.
Un vero eroe, sussurrò la madre, accarezzandolo. Non tutti avrebbero fatto lo stesso.
Diplomazia femminile sbadigliò Serafino. Vabbè, domani ci lascio un graffietto sul divano.
Ma invece del graffio ancora fusa. La bambina rise.
Mah, magari non la graffio. Forse sono davvero brave persone.
Serafino strinse i gattini e cominciò la toilette. E la donna si commosse unaltra volta.
Bizzarre proprio, ste donne prima ti lavano, poi piangono Senso di colpa, sicuro.
Si addormentò profondamente, abbracciando i piccoli. Senza sapere di aver indovinato: era stata proprio la mamma a negare la famiglia dei gatti randagi in casa. Per questo la casetta lavevano costruita papà e figlia.
Così, ora tutti e tre Serafino e i due cuccioli dormivano beati avvolti in una palla pelosa.
E la famiglia li guardava in silenzio, contemplando quel vecchio felino che, alla fine, era migliore di tanta gente.
Però noi non li abbiamo abbandonati, giusto? sussurrò la bambina.
Papà e mamma annuirono senza parole.
Forse, sì, era stata davvero la cosa più giusta fatta da tutti quanti negli ultimi tempi.



