Il muro di vetro invisibile

Il muro di vetro invisibile

Il temporale di dieci anni fa

Quella sera, il cielo sopra Bologna era di un grigiore pesante, lo stesso che si leggeva sul volto di Maria Teresa Bellini.
In questa casa sta solo chi rispetta le mie regole! gridò lei, col tono deciso che usava ogni giorno nei corridoi della scuola.
Le tue regole sono soffocanti, mamma! ventenne e furibondo, Luca gettò la sua borsa da palestra a terra. Non mi lasci respirare. Non voglio essere la tua brutta copia che riscrivi da capo a piacimento!
Allora vai a cercarti laria altrove! disse lei, indicando la porta senza la minima esitazione. Esci. E non tornare finché non imparerai ad apprezzare tutto quello che ho fatto per te.
Luca la fissò dritto negli occhi in quelli suoi brillava un fuoco freddo. Poi, senza una parola, rialzò la borsa e uscì sotto la pioggia battente. Maria Teresa rimase alla finestra, convinta che dopo unora, massimo la mattina dopo, sarebbe rientrato. Fradicio, affamato, pentito.
Ma Luca non tornò né il mattino dopo, né dopo una settimana, né dopo dieci anni.

Luca Bellini diventò quello che aveva sempre sognato: architetto. I suoi palazzi gli somigliavano: vetro, cemento e acciaio. Eleganti, funzionali e gelidi.
Aveva un attico al quarantesimo piano, una macchina tedesca di lusso e labitudine di non voltarsi mai indietro. Nel suo mondo perfetto, però, cera un buco nero: il piccolo appartamento popolare fuori Modena, il cui indirizzo cercava di cancellare dalla memoria.

Ingegnere Bellini, domani abbiamo la consegna del progetto lo aggiornò la sua assistente. E sabato… aveva segnato sul calendario il compleanno di sua madre.
Luca si bloccò con lo sguardo fisso sulla città illuminata di luci. Dieci anni. Niente telefonate. Nessuna ricerca. Ogni anno comprava un regalo, che restava nel bagagliaio della macchina finché non lo portava in beneficienza. Ma stavolta sentiva qualcosa dentro di diverso. Forse aveva capito che il cemento non protegge davvero dalla solitudine.

Sabato. Il vecchio cortile lo accolse col profumo di glicine e col cigolio delle altalene arrugginite. Spense il motore del suo SUV, che qui sembrava una navicella atterrata in un quartiere dimenticato da tutti.
Scese. Le gambe pesanti, come se portasse catene. Un passo, un altro ancora. Landrone odorava di umido e cipolla soffritta. Secondo piano. Porta n. 14.
Luca alzò la mano per bussare. Le nocche si fermarono a pochi centimetri dalla finta pelle scolorita della porta.
E adesso che dico? Ciao, sono tornato dopo dieci anni? O Scusa, non sono rientrato quella notte? Pensieri confusi che non lo lasciavano respirare.

Dallaltra parte della porta, Maria Teresa era lì da almeno un minuto. Laveva visto dalla finestra. Il cuore che credeva di pietra prese a battere allimpazzata. Rimase nellingresso, una mano sulle labbra per non urlare.
Attraverso lo spioncino vedeva la sua ombra distorta. Suo figlio. Un uomo ormai. Elegante nel cappotto costoso, il volto teso.
Apri, si pregava. Basta abbassare la maniglia. Digli che il tè è già pronto. Confessa che ogni sera aspettavi quei passi.
Eppure la mano non si muoveva. Lorgoglio, cresciuto anno dopo anno, le sussurrava: Sarà qui per vederti sconfitta? O giusto per controllare se sei ancora viva? Lui non ha mai chiamato. Perché devi essere tu ad aprire?

Rimasero immobili così per cinque minuti. Più che uneternità. Luca percepiva il tepore della porta sapeva che sua madre era lì. Sentiva il suo respiro spezzato.
Mamma sussurrò, sfiorando la porta fredda con la fronte.
Maria Teresa trasalì. La voce di suo figlio, dopo una vita, sembrava uneco di unaltra realtà.
Non so chiedere scusa, continuò Luca, senza alzare la voce. Me lhai insegnato tu, no? A essere forte, testardo, fiero. Ho costruito centinaia di edifici, mamma. Ma a casa tua non ho mai saputo dove mettere i piedi.
Maria Teresa chiuse gli occhi. Una lacrima rigava la sua guancia segnata.
Questo muro lho costruito io, sussurrò, certa che lui non potesse sentire. Ti ho mandato via sperando che saresti tornato strisciando. Ma tu hai imparato a volare. E ora temo che, se aprissi, vedresti quanto sono fragile senza la mia rabbia.
Luca alzò di nuovo la mano. Stavolta toccò quasi la maniglia. Dallaltra parte cera la mano di sua madre. Poco più di qualche centimetro di metallo e legno separavano le loro dita.
Un attimo, e il muro sarebbe caduto. Un gesto e linverno di dieci anni avrebbe lasciato posto alla primavera.
Ma Luca improvvisamente abbassò la mano.
Non apre. È ancora arrabbiata. Non vuole vedermi,” pensò.
Maria Teresa sentì la maniglia fermarsi.
Se ne va. Non ha bussato. Non gli importa più, si disse.
Luca si voltò lentamente. Dalla tasca tirò fuori una scatolina una spilla doro a forma di ramo di glicine. Quella che aveva pensato di regalarle con il suo primo stipendio serio.
La depose con cura sullo zerbino.
Buon compleanno, mamma, disse con voce più forte. Scusami se sono diventato come volevi.
Scese le scale a passi lenti. I suoi passi risuonavano nellandrone vuoto.
Maria Teresa non ce la fece più ad aspettare. Tirò via la serratura, le chiavi volarono per terra. La porta si spalancò.
Luca! gridò nel vuoto della scala.
Luca si bloccò tra il secondo e il primo piano. Si voltò. Nel vano della porta, inondato dalla luce gialla dellingresso, cera una donna piccola e canuta. Non più la preside di ferro: fragile come porcelana antica.
Nelle mani stringeva la scatolina che lui aveva lasciato.
I loro sguardi si incrociarono attraverso il vuoto della tromba delle scale.
Te ne vai? la voce di lei tremava. Di nuovo, senza aspettare risposta?
Non hai aperto, rispose Luca, tornando su di un gradino.
E tu non hai bussato, Maria Teresa avanzò sulla scala. Sei rimasto fermo lì. Io pensavo che volessi solo controllare sei ero morta, orgogliosa comero.
Luca salì altri tre gradini. Ora li separava soltanto un battito di cuore.
Temevo che mi dicessi: Perché sei venuto?
E io temevo che tu dicessi: Sono qui solo per dirti che non mi servi più.
Rimasero in silenzio. Laria nellandrone divenne leggera.
La spilla è bella, sussurrò Maria Teresa. Ma il glicine in cortile profuma di più. Il tè è pronto, Luca. Dieci anni fa lho messo su, ed è evaporato tutto. Ma ne ho appena fatto dellaltro.
Luca le si avvicinò. Era alto, un uomo in carriera, ammirato e forte. Ma in quellistante fu di nuovo il ragazzino con la borsa. La abbracciò piano. Lei sapeva di medicine e di glicine.
Mamma, posso anche non entrare se non vuoi
Zitto, si strinse a lui. Basta muri. Vieni, beviamo un tè.
Entrarono. La porta si richiuse. Per la prima volta in dieci anni senza sbattere, ma con un semplice scatto, lasciando fuori il freddo del mondo.
Non impararono mai a dirsi le cose con parole gentili. Restavano spigolosamente se stessi. Ma quella sera Luca capì: il progetto più difficile della sua vita era finito. Aveva ricostruito la casa partendo dalle macerie. E stavolta non cerano muri invisibili. Solo luce.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

16 − one =

Il muro di vetro invisibile