La Donna di Pietra
Portarono Caterina Donatella in ambulanza, trovata riversa su una strada di Milano. Era scivolata nella fanghiglia gelida dinizio inverno e a rialzarsi non aveva avuto le forze. Degli uomini presero Caterina, già spossata, la caricarono sullauto della Croce Rossa e la portarono in Pronto Soccorso.
Caterina Donatella era una donna imponente, solida, con un tailleur elegante e stivali dal tacco sottile. Il trucco, sobrio ma curato, esaltava i suoi grandi occhi sporgenti e le labbra carnose. Pesanti orecchini di pietre brillavano alle orecchie; sulle ginocchia teneva una borsa di vera pelle. Si fece portare in pronto soccorso seduta sulla sedia a rotelle, rifiutando con fermezza di stendersi; appena ripresa coscienza, rimproverò allautista dellambulanza lalito impreganto di fumo, biasimò linfermiera per la lentezza e al giovane tirocinante dellistituto infermieristico ordinò di non toccarla.
Tanto non ci tenevo proprio! brontolò quello, gonfiando le guance.
Ha ancora fiato per rispondere, giovanotto? Le conviene tacere, sa? replicò Caterina Donatella, allusiva e severa mentre si sistemava sulla carrozzina. Poi, come una civetta infastidita, si raccolse su se stessa, tirando la borsa al petto, le spalle sollevate e lo sguardo ispezionatore, da commissario in incognito, passò in rassegna lospedale. Le sopracciglia sottili si unirono al centro di un volto paonazzo, scolpito con laccetta nel granito. La pelle, percorsa da minuscole venature di capillari, era nascosta da uno spesso strato di fondotinta, che ora, sudato dalliniezione appena fatta, le segnava le rughe ancora di più. Spingete, avanti. Non posso restare qui, cè corrente, mi viene freddo! ordinò, voltandosi verso il corridoio stipato di gente.
Alla reception, una donna in pelliccia lunga fino ai piedi guardò Caterina con aria severa, strappò i documenti dalle mani dellinfermiere e spiegò che ora toccava a loro occuparsi della donna, che gli altri potevano andare.
Crisi ipertensiva, sviene per strada Non ha battuto la testa Ora la pressione riferì il ragazzotto in divisa blu.
Va bene, Romano. Su, fate largo! Qui manca spazio anche per respirare, gli diede una pacca sulla spalla linfermiera, che aveva la stessa faccia tosta: doveva essere sua madre.
Bisogna pur aiutare i figli a trovare la via, pensò meccanicamente Caterina.
La testa le martellava, le mani cedevano e scivolavano sulle ginocchia, trascinando verso terra la preziosa borsa griffata, che Caterina temeva di non riuscire poi a rialzare. Non aveva forze per nulla, nemmeno per parlare. La lingua, asciutta e come gonfia, aderiva al palato: aveva una sete terribile.
Qualcuno mi dia dellacqua, per favore, disse ad alta voce, scandendo bene le parole, anche se nessuno la ascoltò.
Intorno il via vai era incessante, parenti sospingevano barelle, confortavano malati, parlottavano nervosamente; medici sfrecciavano nelle corsie, stetoscopi che dondolavano, sfogliavano referti e gridavano ordini. Le infermiere si davano da fare, ma nessuno sembrava occuparsi di Caterina Donatella e delle sue urgenze.
Dovè la Donatella? Chi è Donatella? domandò alla fine una dottoressa, così le definiva Caterina tra sé.
Sono qui, rispose Caterina, poi più forte: Sono qui!
Ecco il vasetto, toilette laggiù, poi analisi del sangue. Togliti il cappello! Qua non siamo al Polo Nord!
Caterina si rese conto solo allora di indossare ancora il colbacco di pelliccia, come la protagonista di Pane, amore e fantasia. Ecco perché colavano sudore dalla fronte e la testa ardeva.
A malincuore Caterina tolse il colbacco, cercò dove infilarlo per non farlo cadere; lo spinse in borsa. La grande borsa di pelle, italiana, era già piena di fascicoli e documenti. Non prevedeva certo di fermarsi a lungo; appena sarebbe stata meglio, si sarebbe fatta dimettere. Non aveva tempo da perdere, lei, Caterina Donatella, direttrice di una grossa azienda di serramenti. Lavoro fino al collo!
Linfermiera lasciò il vasetto sulle sue ginocchia.
Caterina Donatella. Una donna imponente, poderosa. Lo era sempre stata: grande già da neonata, poi bambina, ragazzina, donna. Che bimba, dicevano i medici alla madre, mentre Caterina cresceva e i negozianti scuotevano la testa: Che piedone!
Accanto a lei, la madre pareva una fatina. Ma il padre aveva lasciato in eredità una costituzione da eroe: rimasto gigante finché il cancro non lo consumò quando Caterina aveva otto anni.
Caterina si è sempre vergognata di sé. Si vedeva come Gulliver tra i compagni dellasilo, evitata e considerata strana. Anche a scuola, fu spesso oggetto di derisione. Solo nello sport trovò sollievo: la madre, frequentando per breve tempo un allenatore, la iscrisse allatletica. Lanciava il disco, spingeva il peso: lì, tra fatica e medaglie, si sentiva finalmente a casa. Ebbe anche lei le sue disavventure, prese delle porte in faccia da uomini che la avevano solo voluta per curiosità, pianga e fece sciocchezze. Ritrovò la calma dopo la morte della madre, e da allora si edificò addosso una scorza resistente, una pietra. Dopo qualche tempo la gente ne parlava come della donna di pietra.
Poi nacque la sua azienda: Finestre sul Mondo. Caterina imparò ogni segreto del mestiere, conquistò rispetto e timore.
Non era tenera coi collaboratori, non faceva pause caffè, ma loro si fidavano, la seguivano come dietro una muraglia. Da direttrice, governava le vite degli altri, imponendo la felicità: visite mediche obbligatorie, dritte per cene, regali di Natale, ma mai lo zucchero della retorica. Non si travestiva da Befana, non era da lei.
Sapeva tutto: anche se la sua segretaria, Antonella, aveva solo comprato il test di gravidanza, Caterina già si preoccupava di trovarle la clinica migliore. Derivava da empatia e da intelligenza pratica, il risultato di una vita passata a difendere se stessa e poi, inevitabilmente, anche gli altri deboli, diversi, sfortunati.
Non aveva amiche. Meglio così: meno rischio che il mondo crolli per una frase cattiva sentita per caso, quella spilungona…
La donna di pietra non sbagliava e non usava giri di parole. Diceva pane al pane, ma sempre con lungimiranza. Licenziava solo se aveva alternative da offrire. Dicevano fosse un tiranno, ma in realtà era una locomotiva lanciata verso un futuro più luminoso, e chi si fosse messo sui binari sarebbe finito schiacciato.
Dietro quel convoglio viaggiava in silenzio anche il suo unico figlio, Lorenzo. Per lui reggeva tutto…
Chi non reggeva il ritmo, andava via, ma erano pochi. In tempi di disoccupazione e lotta coi giovani rampanti, intorno a Caterina si era formata una squadra compatta e fedele. Ora, costretta al letto, contava su di loro per non far scappare affari importanti.
Che cosè questa? Via, non ci vado! gettò per terra il vasetto dei campioni. Sono in crisi ipertensiva, devo sdraiarmi! Siete cieche?
Dai, su, bella signora! rise un barbone dalla panchina, con una fasciatura in testa. Raccolse il vasetto, lo rigirò tra le dita. Se vuoi, ci penso io! Però almeno il colbacco me lo dai gratis non lavoro, eh! Mi piacciono le donne forti come te!
Aiuta te stesso! ribatté Caterina, spingendosi contro la parete con la carrozzina, lasciando due segni nello stucco.
Signora! Ma cosa fa? Finito ora il restauro, già rovina i muri? protestò una donna col badge al petto. Lucia, di chi è questa qua? Dove va?
Non sono di nessuno. Sto andando. Qual è lindirizzo di questa casa di carità vostra? Devo chiamare un taxi. Telefono… borbottò Caterina, alzandosi pesantemente.
Dove crede di andare così?! Il taxi aspetti. Tra poco la visita il dottore, riposi, si riprende, rispose con calma quella stessa donna.
Ma Caterina già aveva preso il telefono.
Lorenzo? Giulia, passami mio figlio! ordinò nel microfono. Sì, è importante. Sono in ospedale. Domani ho riunioni cruciali. Serve Lorenzo.
Non gridava, ma la voce poteva scuotere i vetri. Spiegava la situazione e subito faceva capire che era grave, poi chiedeva quello che le serviva.
A casa, Giulia, la nuora, chiamata nel bagno. Il marito, sotto la doccia, urlò che sarebbe uscito tra dieci minuti.
Lorenzo aveva sempre aspettato la madre. Da piccolo aspettava la sera che la mamma tornasse da lavoro, dal business, come chiamava Caterina lazienda di finestre. Avevano traslocato in una casa migliore grazie agli affari della madre. Lei aveva cambiato tutti gli infissi nella scuola di Lorenzo come dono, aiutava gli amici e i parenti, organizzava lavori, dava una mano a chiunque. Eppure, proprio il suo Lorenzo percepiva che restava sempre un po più distante.
La madre non lo menava, non urlava. Tornava a casa, controllava i compiti, correggeva con rigore e pretendeva la perfezione. Al meglio. Poi spiegava, seccamente, che studiare serve per vivere meglio.
Ma dire ti voglio bene Caterina non laveva mai fatto. Non sussurrava sei il migliore, non gli diceva mai che lo amava semplicemente perché era suo figlio. Non se lo permetteva.
Non mi vuole bene! Non mi ama! Questo pensò Lorenzo, ormai diciannovenne. Sì, grazie ai suoi contatti, aveva passato gli esami, studiava senza dover lavorare. Ma non era forse dovere di una madre sostenere il figlio? Lui non aveva chiesto di nascere, quindi toccava a lei dargli tutto. E lospedale, alla fine, non era niente
Giulia riportò a Caterina che Lorenzo avrebbe richiamato tra dieci minuti.
Caterina Donatella, come sta? chiese Giulia da telefono. Posso fare qualcosa?
Caterina non rispose, chiuse la chiamata. Ora, se qualcuno le avesse chiesto di chi è?, come facevano sempre in ospedale, avrebbe potuto rispondere sinceramente: di nessuno. Propria, soltanto. Il figlio richiamerà quando vorrà, la nuora starà a masticare la sua gomma sperando che la suocera non la intrappoli in un ruolo di badante. Meglio così.
Caterina tentò di rialzarsi, afferrandosi al muro. La carrozzina scivolò, le gambe cedettero. Cadde pesantemente sul pavimento, la borsa riversò i documenti, il cappello di pelliccia si posò teneramente sulla guancia.
Accidenti gridò il barbone, accorrendo; mentre la sollevava, le sottrasse di soppiatto il portafogli, sfilandole anche lanello dambra dal dito.
Quelluomo le ricordava qualcuno, vagamente, lineamenti familiari Ma non riusciva a capire.
Non sentiva niente più, respirava piano, il collo storto. Nelle orecchie un pensiero monotono: Tenere la destra, tenere la destra
Caterina, di solito, andava in ufficio con lauto aziendale. Non guidava, non le piaceva controllare la strada: preferiva risolvere questioni, leggere carte, o guardare fuori dal finestrino. Aveva un autista affidabile, Romano Gagliardi. Ogni mattina alle sette e mezza era sotto casa, aprendo la porta alla donna di pietra, che saliva sempre composta. Entrava, Romano metteva un po di musica classica e via in tangenziale. Così da anni e anni. Romano non si lamentava, anzi, aveva solo vantaggi: medicine per la consorte malata, vacanze a prezzo scontato, pane buono, tredicesime ricche Un grande affare lavorare per Caterina! Era disponibile anche di notte, se cera un problema a Torino o Firenze da risolvere. Bastava una telefonata e Romano sfrecciava dalla donna, che lo ringraziava per il disturbo con educazione impeccabile.
Quel giorno, però, era rimasto bloccato nel cortile: il camion della spazzatura gli aveva demolito il paraurti.
Donna Donatella, chiami un taxi! Oggi ci va male! esclamò Romano scuotendo la testa.
Niente taxi. Vado in metropolitana, rispose Caterina, aggiustandosi il colbacco. Era già stanca, non si sentiva in forma, ma non si lasciò spaventare. Aveva imparato nella vita che i soldi risolvono ogni intoppo, e per il resto cè sempre una soluzione. Fai pure con calma, pensa tu alle pratiche. Il meccanico me lo trovi tu.
E si avviò, grande nuvola rossiccia, verso la metro. I passanti si scansavano, lasciando passare quella figura tanto massiccia. Avrebbe potuto fare la comparsa in un film storico
In metropolitana aria pesante, flussi di gente che si incrociavano, si arenavano e poi riprendevano. Tenere la destra, si sentì ripetere Caterina entrando nel tunnel alla fermata di Cadorna, sulla linea nuova. E la gente la teneva, anche lei stringeva a destra, altrimenti lavrebbero travolta gli studenti frettolosi. Tutti avevano fretta
Ora invece la giornata era finita, Caterina, dopo il trambusto in Pronto Soccorso, era stata portata finalmente in stanza, sulle sue povere gambe malferme, coperta appena da un lenzuolo. Eppure, continuava a sentir risuonare quella voce automatica: Tenere la destra
La stanza era immersa nelloscurità, sapeva di profumo, medicinali e di biscotti secchi, di quelli alla vaniglia, freschi. Caterina li amava, ma ne assaggiava di rado.
Terzo piano, dalla finestra non si vedeva la trafficata via Dante scintillante di mille colori come una ghirlanda natalizia.
Si ricordava bene di quando aveva comprato una ghirlanda simile, nel negozio di giocattoli di Corso Buenos Aires. Andando a prendere Lorenzo allasilo, lui sedeva solo sulla panca, mentre la maestra si rivestiva per uscire.
Vedi, Lorenzo, la mamma è arrivata! E tu che avevi paura! esclamò calorosa la maestra.
Lorenzo si alzò, si asciugò rapido le lacrime con la manica, cominciò a mettersi la tuta rossa rifrangente che tanto gli piaceva, fingendo indifferenza solo per far dispetto alla mamma. Era arrabbiato: gli altri avevano papà; lui, invece, solo questa mamma imponente che restava impassibile, in attesa, mentre lui si vestiva da solo, mai un aiuto né rimprovero, solo silenzio.
Coshai nella scatola? chiese poi, trotterellando vicino a lei.
Oh, è una meraviglia, figlio mio! Una ghirlanda per il nostro albero. Saranno luci bellissime! la pietra si animò per un attimo, e Lorenzo si stupì che la madre potesse mostrarsi così entusiasta.
Per tutto il tragitto si immaginò la piccola ghirlanda illuminare il loro magro albero finto. Voleva vantarsene con gli altri!
Ma quella sera limpianto non funzionò. La pietra aveva mentito: niente festa. La madre, vista la sua delusione, riavvolse rapidamente il filo e lo rimise nel pacco.
Andiamo a cena. Devo stirare. E lì finiva tutto.
Certo, due giorni dopo la madre riportò la stessa ghirlanda, stavolta funzionante, riparata dagli operai dellazienda. Ma Lorenzo era già a casa malato, allasilo non era più andato. Non poté mai vantarsene.
Ora un misterioso elettricista aveva steso sui viali della città una grande ghirlanda, laveva collegata ai cuori della gente, e le lampadine brillavano. Anna, la lampadina di Caterina, sembrava fulminata. Da aggiustare.
Entrò una piccola infermiera in divisa rosa.
Non apra gli occhi, le devo struccare il mascara, altrimenti brucia. Non si preoccupi, pulisco io.
Caterina Donatella, fragile e sfinita, si abbandonò allaccudimento.
Che piacere… Dio, che piacere! Il batuffolo bagnato, fresco sulla pelle, linfermiera che sussurrava piano
Le tornò in mente la mamma, morta da anni. Andava al cimitero ogni settembre, pagava con doppia mancia chi sistemava la tomba, seminava non-ti-scordar-di-me anche se forse era tardi; due gesti larghi, via i semini.
Sopra ci devo versare un po di terra, se no i piccioni se li mangiano tutti! suggerivano i becchini, sperando nella mancia. Ma la donna di pietra restava impassibile, poi lasciava altri euro e se ne andava senza aspettare. Tanto, pensava, primavera forse manco la vedrò
Da piccola, se stava male, la mamma le passava il viso con un asciugamano umido, che sapeva di bucato e di vento.
Basta, non serve. Ce la faccio da sola, si schermì imbarazzata Caterina. Mi riprendo, poi mi lavo.
Sss… Deve solo riposare, prendere forza. Poco alla volta. Ecco, ora rifinisco. Sciogliamo i capelli. Ecco.
Linfermiera sollevò la testa poderosa della donna stesa davanti a lei e le sciolse la ciocca.
Devo pagare, cercò la borsa. Il portafoglio Non cè più
Caterina singhiozzò.
Era la seconda volta che la derubavano. La prima anni fa, in metropolitana, uno sconosciuto troppo vicino sulla scala mobile, lei a guardare avanti. Fuori scoprì la borsa tagliata, rubato il portafoglio con la foto di Lorenzo, la monetina da un centesimo che le aveva regalato un collega e la lista della spesa.
Si sedette su una panchina e scoppiò a piangere. Una montagna, piangeva come una ragazzina.
Mi dispiace, mormorava tra le lacrime.
Non erano i soldi a mancare, era la borsa: la prima bella, nuova, da mostrare ai colleghi. Portava orgoglio e gioia. Ora sarebbe rimasta la cicatrice sulla borsa, sul cuore
Anche ora sentiva solo rimpianto. Forse colpa di quelluomo in Pronto Soccorso.
Non serve. Ora controllo la pressione. Tranquilla
Linfermiera tornò col misuratore. Il bracciale le strinse il braccio, si udì qualche sospiro. Caterina scivolò nel sonno, come sciogliendosi in caramello caldo
Lorenzo dimenticò totalmente la telefonata dalla madre. Giulia provò a richiamare, ma Caterina non rispose.
Qualcosa deve essere successo, disse Giulia al marito. Chiedi in azienda.
Figurati, mamma pensa a tutto: ha già prenotato anche il respiratore, se serve, e la sua ambulanza privata. Lasciami stare, Giulia.
Allontanò la moglie come fosse un mobile e si piazzò davanti alla TV grande, HD, colori vividi. Cera il derby, calcio. Anche Lorenzo giocava, muovendo i piedi sotto il tavolo.
Bel televisore ci ha regalato mamma! batté il ginocchio entusiasta, mandò giù birra e stuzzichini.
Giulia, massaggiando la spalla dolorante, si ritirò in stanza a richiamare la suocera.
Cera sempre stato uno strano muro tra loro: non litigavano, non cera calore, solo neutralità.
Caterina non aveva tempo, non era portata: amava con i fatti. Nuovi infissi non si può essere figlio di una serramentista senza finestre decenti! , lavori in bagno, auto, palestra per Giulia (mal di schiena), cibi sani, tessuti di qualità. Non imponeva nulla: invitava a scegliere il meglio. Allinizio Giulia era spiazzata, poi capì che tanto resistere era inutile, e si riprometteva di ripagare tutto quando avrebbe potuto.
Così Caterina amava. Diversamente non aveva mai saputo fare. E così aveva amato Lorenzo: giochi, sport, mobili, roller, stereo, vacanze al mare (ma lui sempre in colonia, lei lo andava a trovare). Serviva sistemare il riscaldamento allasilo? Lei, esperta di condominio, chiamava gli operai e sbrigava pratiche. Aiutava a mettere a posto perfino con le sue mani grandi. Per la piscina della scuola si davava da fare coi professori. Faceva tutto questo solo per Lorenzo, anche se lui la respingeva, la odiava, pensava volesse comprare il suo amore. No, voleva solo dargli quello che a lei era mancato.
Quando il figlio annunciò che si sposava, Caterina fu spiazzata: pareva ieri regalargli lauto giocattolo! Le nozze le organizzarono i ragazzi, ma la location la finanziò Caterina. Anche labito di Giulia fu scelto assieme: stile, lunghezza, ricami, sempre nel negozio migliore.
Giulia aveva cercato di avvicinarsi alla suocera, ma Caterina non faceva entrare nessuno nel suo guscio. Era la donna di pietra, sempre immersa nel lavoro, nei progetti, nei reclami, nelle cause. Una forza trainante, e basta.
Alla fine Giulia riuscì a trovare qualcuno in ospedale; la invitarono il giorno dopo, con abiti comodi da lasciare a Caterina, perché faceva freddo.
Tornata dalla dottoressa, Giulia prese le chiavi di casa della suocera e uscì silenziosamente
Caterina si svegliò allalba. Le altre pazienti si risvegliavano anchesse. Qualcuna starnutì.
Allora, Donatella, quale sei tu?
Caterina si sedette a fatica sul letto, cercò di farsi la coda, ma poco ci riuscì.
Io sono Donatella.
Era ancora in camicetta e pantaloni. Pelsciotto e cappello a terra, stivali sotto il lettino. La camicetta, sbottonata al collo, lasciava intravedere lintimo in pizzo. Per quella taglia, Caterina ordinava spesso lingerie dallestero.
La vicina di letto osservava curiosa e Caterina arrossì, coprendosi col lenzuolo.
Dai qui il braccio, Donatella. Prelievo.
Linfermiera fu precisa, Caterina non sentì nulla. Poi il cellulare prese a suonare.
Scusate, lavoro spiegò Caterina, e uscì in corridoio.
Domande, preventivi, urgenze, tutto come se non fosse nemmeno in ospedale. Alla fine perse la pazienza: Sono malata, rivolgetevi al vice.
Buttarono giù la chiamata. Caterina abbassò le spalle, la donna di pietra si era sgretolata in una figura qualunque, stanca e malata.
Le consegnarono una camicia da notte, una vestaglia dellospedale; si guardò allo specchio, sorrise amaro: il trucco sbavato, capelli a spazzola impolverati. Tre unghie spezzate nella caduta. Facevano male, rimanevano impigliate ovunque.
Rientri in stanza. Fra poco il giro e la colazione, la richiamò linfermiera della notte. Lei sorrise. Sua figlia ha chiamato: viene oggi. Giulia. Su non faccia la dura, si riprenderà. Riposi adesso.
Perché fate tutto questo? Caterina si alzò, sovrastando laltra come una montagna. Giulia non è mia figlia, è mia nuora. E non verrà
Verrà, lha promesso. Mi riconosci? chiese con voce bassa la donna. Sono Elisa. Elisa Pegaso, ci siamo conosciute in clinica. Dopo beh, dopo quel fatto del bambino
Caterina fu colpita da un dolore bruciante. Ricordò, si accasciò. Elisa era lunica, tranne i medici, a sapere che Caterina, presa in giro e abbandonata da un uomo per curiosità, aveva scelto di interrompere la gravidanza. Elisa era rimasta accanto a consolarla, a accarezzarla mentre piangeva.
Elisa che sorpresa Tu lavori qui! Brava! Lavevi sempre detto!
Sì. E tu hai un figlio? Che gioia! Io invece due bambine chiacchierone e già dei nipotini E un marito?
Elisa rimase in silenzio, scosse il capo.
No. Mai avuto, né desiderato. Mi sono bastata. Speravo che mio figlio mi avrebbe protetta Ma a lui non servo, sono io che protetto me stessa da sempre…
Voleva dire altro, ma i medici erano già nel corridoio per il giro visite. Caterina si sdraiò, Elisa uscì, stanca morta.
La colazione passò veloce. Caterina conosceva ora le coinquiline: donne tranquille di mezza età. Una, Zina, seduta vicino alla finestra, sgranocchiava biscotti. Il rumore si sentiva per tutta la stanza.
Biscotti alla vaniglia, eh? Però attenta: asciutti fanno male. Bisogna bere insieme!
È per i nervi, scusa, mi dà ansia. Mio marito è ricoverato sopra per un ictus… Non posso smettere. E poi acqua, no, basta
Ma non scherziamo! Scusi, dove si prende il tè qui? domandò Caterina in sala mensa. Le cameriere stupite guardarono la donna alta, fiera, che si aggirava stanca, ma con passo sicuro.
Caterina notò tutto: linoleum staccato, apparecchi vecchi. Ma le finestre buone, pulite, solo da regolare. Ci avrebbe pensato lei, a sistemarle.
Tornò con una grossa tazza di tè caldo, zuccherato.
Bevi, Zina. Non so come ti piace, ma prova! ordinò.
Zina annuì, bevve avidamente.
Sei davvero gentile, disse Zina. Oh, la ragazza laggiù sembra cercare te.
Caterina guardò: era Giulia, goffa nel camice azzurro usa e getta e sopra scarpe sporche.
Buongiorno. Chiamo, chiamo ma qui mica si può gridare! Sono da Caterina Donatella, e depose le borse accanto alle pantofole della suocera. Zina annuì compassionevole e si voltò, tornando ai biscotti.
Giulia, non serviva balbettò Caterina, imbarazzata.
Vediamo, spostati. Ecco pigiami vari, golfino, cardigan. Qui trovi ligiene personale, qui qualche dolcetto dal tuo negozio preferito, tè, caffè Le lenzuola non sono riuscita a portarle, non avevo mani.
Caterina torreggiava accanto alla montagna di sacchetti, con il ciuffo spettinato che tremolava. Si commosse, il petto sotto la vestaglia iniziò a sobbalzare.
Ma Giulia, che ti prende! Dai, vai a cambiarti, parlo col dottore!
La ragazza sbandò nella corsia e Caterina restò a fissare vestiti, borse, camicie. Stavolta la vita sembrava tornare a prendere forma, a incollarsi dopo che laveva fatta camminare mille volte sui cocci delle sue speranze.
E pensare che Caterina non lasciava mai avvicinare nessuno, nemmeno la nuora. Eppure era venuta, si prendeva cura di lei. Lo farà solo per interesse? Chissà Ma era bello sentirsi, anche solo per un momento, cercata.
Il figlio chiamò due volte, ma lei non rispose. Non sapeva che dire.
Giulia tornò dal medico, sedette accanto, giocherellando con la fede. Non avrebbe ancora detto che voleva lasciare Lorenzo: basta problemi per Caterina.
Di notte Caterina piangeva, senza capire perché.
Il giorno dopo le restituirono il portafoglio e lanello.
Era stato rubato ieri in pronto soccorso. le dissero alcuni uomini.
E adesso che succederà a quelluomo? chiese Caterina.
Nulla. Non cè più. Un infarto. Si chiamava Nicola Buonvino, puntualizzarono
Caterina ricordò allora: Nicola era stato il migliore atleta della squadra, un passo dallessere campione. Le accarezzava la schiena, giurava che non cera nessuna donna più bella. Mentiva, ma lei ci aveva creduto. Ora era morto, lei ancora viva.
Non era mai stata di pietra davvero, solo che aveva dimenticato come si respira, come si gioisce.
Ma ora la vita doveva cambiare. Aveva Elisa, Zina, Giulia ingenua, sincera e perciò preziosa, aveva il lavoro, le faccende, la primavera e le non-ti-scordar-di-me. Piccole e grandi responsabilità che solo Caterina poteva risolvere. E aveva anche un nipotino, una perla ancora nella pancia di Giulia. Lo aveva visto nellecografia.
Tu, Giulia, non aspettarti niente da lui. Però amalo, e diglielo sempre. Io non lho mai detto, mi vergognavo ora me ne pento. Una donna deve amare qualcuno, o si trasforma davvero in pietra.
Giulia annuiva. No, Caterina Donatella non era di pietra: era delicata e vulnerabile. Grande, massiccia e, sotto sotto, fragilissima Caterina Donatella, che un giorno era nata in questo mondo e aveva urlato di gioia, accogliendo la vita.




