Il mio segreto

Il mio segreto

Sdraiato sulla neve ghiacciata, rigida per il disgelo del giorno prima, ora appena ricoperta da una nuova gelida crosta, provavo quasi un senso di sollievo. Dentro però ardeva il fuoco: il sangue pulsava nelle tempie, il petto duoleva, il viso bruciava e la bocca era così secca che sembrava di non aver mai bevuto.

Presi una manciata di neve con la mano, la portai lentamente alla bocca, aprendo con fatica i denti, e lasciai sciogliere quel freddo candore sulla lingua. Per un attimo ne sentii il sollievo, subito rovinato dal sapore di ferro. Il sangue colava dalle gengive rotte, costringendomi a tossire e ingoiarlo. Non avevo nemmeno la forza di girarmi e sputare.

La neve attenuava il dolore. Gliene fui grato, come a un anestetico regalato dal cielo. Ma il freddo non cancellava tutto: era come se il male strisciasse allorizzonte, là dove il sole scendeva sanguigno dietro le montagne, in un tramonto che sembrava bruciare anche gli occhi.

Li chiusi forte, e allora il sole enorme e rotondo dietro le palpebre divenne un disco grigio, confuso, senza contorni.

Vorrei strisciare lontano, nascondermi tra le radure, un fosso o una trincea tra gli ulivi; rannicchiarmi, coprirmi col corpo, scaldarmi, tremando come un cane bastonato. Ma le gambe, pesanti, erano due tronchi abbandonati sulla neve, e solo di tanto in tanto le scuoteva una fitta.

Provai a girarmi su un fianco, spingendomi con la mano destra, ma il braccio cedette; una lama acuta mi trafisse la spalla.

“Va bene…”, sussurrai fra i denti stretti, la voce roca, a malapena riconoscibile.

Dal lato sinistro sembrava che qualcosa reggesse ancora: dopo un po riuscii a tirarmi su e restare seduto, anche se la mano affondava nel cumulo e il freddo mi riabbracciava.

Morire. Qui, adesso, sarebbe stato semplice. Tutto sarebbe finito. E poi? Poco importa. Avevo preso un boccone troppo grosso per me. Colpa mia. Ora non cè via duscita.

Allalba verranno a cercare il mio corpo. Lhanno promesso. Ma… Forse i lupi saranno più svelti? Anche a loro serve mangiare… In quel caso, solo le mie ossa resteranno agli altri. E potrò ridere dei miei nemici: dovranno accontentarsi di quello che resta.

Crollò la notte. Avevo sonno, cedevo piano nelloscurità, nuotando come un pesce infilzato, e quasi era piacevole. Poi tornava il dolore, a raffiche rosse, e mi piegava i muscoli, mi faceva digrignare i denti. Da quella rabbia inerte nasceva una ferocia cieca, vuota, ma così selvaggia da far paura anche agli altri. Avrei voluto vendicarmi. Ma non colpire una donna. Questo no. Non posso. La mia vendetta resterà solo desiderio…

La rabbia mi teneva vivo, faceva girare a fatica gli ingranaggi della mente.

Ma cera anche la paura, che saliva dal ventre: la paura antica, bestiale, della morte. Mi impediva di lasciarmi andare.

Dal boschetto, a sinistra, si udì il richiamo di un lupo. Feci una smorfia: “No, amici! Non sarò facile preda, né per voi a quattro zampe, né per quelli a due!”

Devo muovermi. Dove? Non importa. Come? Non fa differenza. Strisciare, anche solo di un palmo, basta lasciare questo punto, il fondo della mia miseria.

Mamma… Mi dispiace per lei. Mi aspetta, si preoccupa. Non le ho detto dove sono. Non saprà mai comè andata… O forse qualcuno glielo racconterà. Lei piangerà, e io sarò la causa delle sue lacrime. Mio padre mi maledirà. E se lo merita.

Mi viene la nausea. Le lacrime scendono, ma si congelano sulle guance prima di cadere sulla giacca strappata…

Iniziai a strisciare, goffamente usando la mano sana, trascinando le gambe come zavorra, lasciando dietro di me strisce rosse. Ma avanzavo, lontano dallululato vorace.

Poi precipitai nel nulla. Era così piacevole, così facile. Nessuna sensazione, nessun pensiero. Azzeramento completo. Se anche fosse linferno, lo accetto. Voglio restare qui. Ehi, demoni, sono vostro! Ho peccato, prendetemi, tanto questo corpo ormai è rotto, non serve più a niente…

Ma nemmeno allinferno fui accolto. Una luce gialla, accecante, mi colpi in faccia; in bocca, un getto dacqua gelida mi inondò.

Dai, forza! Tossisci! gridava qualcuno, schiaffeggiandomi le guance con brutalità. Dolore pulsava nelle gengive ad ogni colpo.

Uuuuh, mugolai, girando la testa per sputare nel rosso della neve.

Vivo, eh? Bene, allora vieni a casa mia, qui vicino. Sdraiati sulla pelliccia che ti porto io. Forza… Non ce la fai? Ti ci metto io… Ecco qua… Braccia forti mi sollevarono, mi adagiarono sulla calda pelliccia che odorava di stalla. Ti hanno conciato per le feste, eh! Sentivo rumore, la macchina, i fari nel campo. Gente stupida, sempre qui. Per loro questo campo è come un cimitero… borbottava quelluomo intanto che mi sistemava. Ora ti curo io, poi vedremo che fare.

Riusscii solo a biascicare qualcosa sui lupi, e sui miei nemici che sarebbero tornati. Poi sentii il tepore che mi avvolgeva e mi persi di nuovo…

… Sei così dolce, così tenero! rideva Tiziana, lasciandosi baciare le spalle morbide. Un vitello, sei un vitello? Mi prese le guance tra le mani, premette la bocca sulla mia e si fermò a godere del mio respiro caldo. Poi, allimprovviso, si staccò, infilò in fretta una vestaglia e strinse il nastro. Vai. Devi andare.

Tizi… mi stiracchiavo beato nelle lenzuola croccanti. Voglio dormire ancora… Guarda che ore sono! E tu già mi scacci…

Passavo sempre più spesso le notti da lei. Mi accoglieva con la cena pronta, poi mi mandava a lavarmi e, mentre io ero in bagno, rifaceva il letto con lenzuola stirate e fresche. Spegneva la luce e mi attendeva. La notte volava. Io, appena congedato dal servizio militare, affamato di corpi e carezze, colmavo la mia fame nel profumo di Tiziana, così bella e dolce, molto più di tutte le ragazze che mi facevano la corte…

Guardavo come infilava i collant sulle gambe bianche, come dietro il paravento indossava la biancheria e il vestito.

Vedevo tutto nello specchio. Lì Tiziana era solare, luminosa, quasi irreale.

Ti ho detto, fuori! disse piano. Chiudimi la zip e vattene. Massimo, per te è peggio! Su, dai, torna domani, hai capito? Domani…

Ci baciammo ancora un minuto, poi mi tirò addosso i vestiti e sparì.

Sentivo laroma del caffè, un odore intenso e leggermente bruciato. Arcangelo, suo marito, amava bere il caffè forte col peperoncino: diceva che era divino. Lei vi si sedeva davanti, dritta sulla sedia, sorrideva, annuiva. Accovacciata, piedi sulla traversa, attenta a non confondersi e a non chiamarlo come me…

Rimasi ancora un po, poi andai in bagno, risi sotto il getto dacqua, mi vestii, e andai verso la cucina. Tiziana era lì, in controluce: la vestaglia, nel sole, disegnava il corpo a chitarra.

Era più grande di me di quindici anni cosa che mi faceva sentire orgoglioso. Aveva scelto me fra tanti.

Era esperta, indulgente con le mie goffe attenzioni. Rideva e baciava in modo da farmi girare la testa. Mi lasciava dormire nel suo appartamento elegante: soffitti alti, lampadari di cristallo, parquet lucente, piatti decorati. Mi sfamava, vedeva come, affamato, divoravo le polpette dalla padella e il purè col pane, come rovesciavo il bicchierino… Brindavamo allamicizia, poi rideva forte, offrendo il collo alle mie labbra ruvide.

Non voleva che ci conoscessimo. Ma io insistetti.

Una volta la notai in metropolitana. Mi feci largo tra la folla, ubriaco e impudente. Con me cera Giulio, il mio amico, ma poi lo perdemmo. Corteggiai Tiziana, insistetti, la seguii fino a casa. Lei mi ordinò di andarmene. Finsi di ubbidire e rimasi nellandrone, osservando la finestra che presto si illuminò.

Primo piano. Le sue finestre erano proprio sul mio lato. Distinsi persino la sua sagoma dietro le tende, mentre si cambiava. Ero ipnotizzato, ma un portinaio mi scacciò…

Tornai tutte le sere. Era ormai unossessione. A casa dicevo che andavo a fare due passi, invece vegliavo sotto le sue finestre.

Vidi anche il marito. La finestra della cucina dava sul cortile. Camminava in canottiera e pantaloni larghi. Era magro, ossuto, ricurvo, con una smorfia nervosa. “Perché si è sposata con quello?! mi chiedevo Ma si è innamorata davvero?”

Arcangelo cenava svogliato, leggendo il giornale, Tiziana gli serviva sempre il tè con i biscotti. Una volta lui si voltò di scatto, come sentendo il mio sguardo, corse a tirare le tende. Due ombre si fusero in una sola e mi fecero venire il voltastomaco. Come poteva la mia Tiziana baciarlo?

Giocammo a guardarci di nascosto, fino a che mi stufai e entrai dalla finestra della camera. Il marito era fuori, partito con le valigie. Non avevo paura. Mi sentivo invincibile.

Vedendomi seduto in salotto, Tiziana rimase stupefatta, quasi urlò, ma io la blocai, la baciai.

Che profumo aveva! Capelli, labbra, il vestito leggero destate, tutto aveva un suo odore.

Mia madre, invece, non aveva profumi. Da lei sentivo solo odore di sartoria o di tabacco. Fumava fortissimo, sigarette dal sapore acre, che le macchiavano i denti di giallo. Non sorrideva mai mostrando i denti, ne aveva vergogna. Tiziana invece aveva denti bianchi e dritti da pubblicità. Mia madre si vestiva raramente con gusto. Prima non me ne accorgevo; adesso mi vergognavo: avrei voluto comprarle qualcosa, ma ero tirchio, quei soldi li spendevo in fiori per Tiziana. Il marito, lei diceva, non le portava mai fiori. Era, a mio avviso, un fallito. Eh sì, avevano un appartamento spettacolare, mobili di legno massello, quadri ancora con la cornice, non ritagli da riviste; piatti da regina, gioielli deredità. Tutto ciò veniva da parte dei parenti di Tiziana: il marito gozovigliava sulleredità degli altri. Furbo!

Io non ero così. A me bastava Tiziana, anche senza nientaltro! Un buon pasto e lenzuola morbide erano un di più, ma sarei stato felice ovunque, se solo fosse stata con me.

Insomma, Tiziana profumava di qualcosa di raffinato, forse francese, forse italiano. Non saprei, non me ne intendo. Ma la annusavo. Sulla pelle, tra i capelli, nella fossetta del collo…

Lho sempre chiamata “la mia donna”. Lho conquistata, sono entrato nei suoi spazi, mi è caduta ai piedi.

Faceva tutto con grazia mangiare, vestirsi, fumare. Era armoniosa, flessuosa come la chitarra suggerita dai suoi fianchi. Una dea! La mia dea!

Ricorderò per sempre la nostra prima notte. Allora fu dolce, vera. Non fingeva, non ironizzava. Si scioglieva tra le mie braccia, e io avevo la sensazione di poter battere il mondo. Dal mattino capii che mi amava: con il marito sopportava il tempo, con me viveva, pulsava.

Sì, a volte dovevo andarmene allalba.

Alzati, caro! È ora, sussurrava dopo la terza notte insieme. Torna tra una settimana, poi lui parte di nuovo.

E se gli parlassi? scherzavo. Da uomo a uomo. Voglio che tu sia solo mia, Tizi! Che tu sia mia moglie!

Rise, la testa allindietro, i capelli castani sciolti sulle spalle come fiumi di miele. La sollevai, la baciai.

Mia! Solo mia, hai capito?! Ero serio. Davvero pensi che non batterei Arcangelo?! Lo stendo con un ramo!

Io non penso niente, tesoro. Si divincolò. Voglio tutto comè: tu il mio segreto, io il tuo. Non immischiarti in certe cose, Massimo. Ora vai, devo sistemare la casa.

Ci rimasi male. Lei non voleva essere mia moglie! Eppure, chiudendo la porta, mi baciò sulle labbra. Lei era mia comunque. Avrebbe pensato a me andando a letto, cucinando per lui, mi avrebbe sempre confrontato. Avrei vinto io. Suo marito il cornuto…

…Dopo che Massimo se ne andava, Tiziana si metteva a riordinare in preda allangoscia. Il marito la chiamò di notte: sarebbe tornato prima. Un uomo colto, furbo! Non voleva metterla in imbarazzo. Lei spalancò la finestra, preoccupata che Arcangelo sentisse odori estranei. Ma lui capì. La guardò torvo buttando la valigia.

Si sente puzza, Tizi! borbottò.

Di cosa? fece lei finta di nulla, strinse la vestaglia.

Qualcosa di marcio. Non avrai peccato senza di me? la fissò montandosi le scarpe, poi si raddrizzò. Lei sorrise, ma tremava.

Ma che dici! Ho cucinato il pollo, era andato a male, pensa tu! Vai, lavati… Cè il caffè. Vuoi le polpette? Ti scaldo tutto…

Arcangelo la afferrò per i capelli, le tirò la testa vicino, la fissò negli occhi e finalmente la liberò.

Ti ho portato un regalo. Provalo! Dalla tasca tirò fuori orecchini avvolti in un fazzoletto. Pietre rosse come sangue, pesanti, chiusura inglese, annerite. Prova! gridò, vedendola esitare. Lei rigirò i gioielli tra le dita, scrutò il marito.

Che sono queste macchie, Arcangelo? Queste… queste… posò il regalo su uno scaffale, istintivamente si pulì le mani sul vestito.

Stupida! È solo impressione. Mettili e veniamo a colazione! Tiziana, subito!

Lei obbediente tolse quelli vecchi, ricordo di sua madre, e mise i nuovi, si voltò. Lui annuì soddisfatto. Gli piaceva agghindarla come una bambola. Regalava abiti, borse, gioielli. A volte le imponeva persino di dormire con le catene doro: stringevano, graffiavano, ma lui trovava la cosa divertente…

Sto una settimana, poi lavoro ancora lontano. Frugava nel piatto. Affari miei, bella vita… Il pollo dovè, Tizi? sibilò improvviso.

Quale? La mano tremò, il caffè macchiò la tovaglia. Arcangelo odiava le tovaglie sporche: da piccolo era cresciuto con una madre alcolizzata, mangiava gli avanzi buttati da lei. Da grande aveva odiato la miseria, progettato una vita elegante. Tiziana era stata la promessa di riscatto: lei, la più bella, la migliore. Era pronto a tutto per averla. Lei era promessa a un giovane fisico, ma quello fu eliminato una notte, in un vicolo… Una fatalità.

Tiziana pianse, tentò il suicidio, ma Arcangelo le fu accanto. Conquistò la madre, portò soldi, aiutò contro i guai giudiziari. Alla fine, alla mensa nuziale, seduta accanto a lui, le impose di sorridere. “Ai matrimoni si sorride…”

Così anche adesso sorrise, coprendo la macchia con un tovagliolo.

Il pollo che hai cucinato. Nella pattumiera non cè, precisò Arcangelo.

Ma lho portato giù! gli spiegò. Meglio non tenere certe cose in casa!

Sorrise, compiaciuto. Il vecchio volpone aveva capito tutto…

… Appena tornato il marito, Tiziana mi chiamò. Io lavoravo a una cella frigorifera in una fabbrica di gelati proprio Tiziana ne andava pazza, soprattutto fiordilatte nello stecco. Gliene portavo sempre uno dopo pranzo, le davo da mangiare e baciavo le labbra dolci.

Finsi di stare male e andai da lei nel pomeriggio. Dio quanto mi era mancata! Non mi saziavo mai di lei, del suo amore, delle sue braccia. Quella sera era fuoco.

Non dormivo a casa da giorni, non sentivo i miei. Il richiamo del padre lo ricevetti allalba davanti alla fabbrica. Magro, grigio, spettro duomo.

Papà, che ci fai qui? chiesi seccato.

Mamma è in ospedale. Di nuovo lo stomaco. Vai a trovarla, sussurrò, torcendo tra le dita il suo berretto vecchio, unto, che non lasciava mai.

In quale ospedale? domandai infastidito.

Mi diede lindirizzo. Promisi di passare. Piangeva, ma non mi importava. Mamma in ospedale ci va sempre, che problema cè? Non bisogna esagerare…

A malavoglia Tiziana mi lasciò andare, mise insieme della roba da mangiare. La mia Tizi, buona, sentimentale, era un angelo…

Mamma stava in corridoio, su una barella, niente posto in stanza. Soffriva, la portantina inveiva, mi disse di portarla via.

Ma dove? Ha bisogno di cure! protestai. E attenta a come parla, capito?!

Mamma mi tratteneva, diceva di non arrabbiarmi. Io invece ero furibondo. Che ospedale era quello? Perché dovevo preoccuparmi di queste cose? Ho la mia vita, e mamma ci è abituata, ai letti scomodi.

Mangiò lentamente la minestra di Tiziana. Stetti seduto, i medici che passavano mi spostavano, i lettini mi urtavano, e io guardavo lorologio. Fra poco torna Arcangelo! Dovrò lasciare ancora Tiziana…

Fai da sola, mamma? sbottai, lasciandole il sacchetto ai piedi.

Hai fretta eh? Va bene, figlio. Non venire domani, non preoccuparti. Papà mi visiterà, mi sorrise accarezzandomi.

Annuii e uscii. Non sapevo che poi il cibo sarebbe finito in spazzatura, che non avrebbe potuto mangiare, che sarebbe rimasta in corridoio, tra le urla delle infermiere… Allora non mimportava, pensavo solo a Tiziana…

Quando tornai nel nostro rifugio, Tiziana era seduta per terra, in lacrime.

Che succede? chiesi sgomento.

Tremava e mi mostrava dei gioielli sul tappeto.

Arcangelo mi ha regalato questi orecchini. Li volevo pulire, ma… vedi? Sono sporchi, antichi. E hanno delle macchie… Sporchi. Massimo! Portali via, ti prego! Non devono stare qui! Mi fanno paura!

Li avvolse in un panno e me li porse.

Vai fuori, buttali via, Massimo! Ho paura! Che succederà adesso?! singhiozzava, con il mascara sciolto sul viso.

Ma dai! Li lavo io. Tuo marito domanderà dove sono! Che ci sarà mai? guardai meglio. Avevo capito. Arcangelo non aveva vergogna a portare in casa gioielli di dubbia provenienza. Era già successo, ma questa volta era troppo… Le macchie nere sembravano croste da una ferita mortale…

Deglutii, disgustato.

Tiziana! Meglio denunciarlo? Ma… ma realizzai che era inutile. Non avrebbe mai tradito il marito.

Uscì e gettai il pacchettino dietro la tipografia di fianco. Non notai luomo nascosto tra i cespugli, magro e curvo. Avrei dovuto… Era da tempo che ci spiava.

… Quella notte Arcangelo e due compari irruppero. Avevamo appena dormito, ubriachi, né sentimmo chiudere la serratura, né il pavimento calpestato da tre paia di scarpe.

Mi svegliai con un pugno. Nel buio, qualcuno mi colpiva brutalmente, Tiziana urlava, poi tacque.

Provai a difendermi, ma la testa pulsava, la bocca si riempì di sangue, colpivo a vuoto. Avevo bevuto troppo.

Si accese la luce. Arcangelo sedeva in poltrona a guardarmi. Tiziana era in piedi accanto, gli occhi chiusi.

Scusate il disturbo, disse piano Arcangelo. Devo solo riprendere una cosa. Tizi, dammi un bacio. Il marito è tornato!

Le afferrò il braccio, la piegò in due, le appollaiò le labbra sul volto.

Arcangelo… lui… indicò me.

Non minteressa… fece spallucce. Mi colpirono ancora. Cercai di replicare, ma la forza era finita.

Tizi, cara, raccogli tutti i tuoi gioielli, per me sono importanti.

Arcangelo si alzò, venne verso di me. Ormai vedevo appena, respiravo a fatica, le costole rotte.

Dai, vermiciattolo, striscia in ginocchio, forza! sogghignò.

Lascia stare! Non è colpa sua, supplicava Tiziana, cercando di coprirsi. Eri daccordo… Non ti protestavi… Avevamo… Perché colpire questo ragazzo?..

Perché hai osato assaggiare il proibito. Non mi piace, capisci? Suo madre è in ospedale. Sta morendo, e lui qui, nel nostro letto. Dalla madre non si scappa. Io la odiavo, la madre, ma lho onorata, lho seppellita da regina. Questo, invece, scappa.

Tu come fai a sapere… brontolai tra i colpi di tosse.

Tutto so. Qui tutto mi appartiene, Massimo. Tizi non ti ha spiegato con chi giochi? Gliene hai già rovinata di vita, eh, Tizi?

Alzai la testa, la guardai. Ero confuso: mia madre, il corridoio, lodore di minestra, le urla, la notte con Tiziana, le sue carezze, e gli occhi di Arcangelo. Si chinò su di me, una smorfia sulle labbra pallide.

Hai abbandonato tua madre. Non la rivedrai più! sussurrò. Cominciai a singhiozzare, ho capito quanto fossi misero.

E io cosa dovrei dirgli, Tizi? si riprese lei, infilandosi in fretta i gioielli in una borsa. È venuto lui, io non lho chiamato. È cresciuto, io non conto. Ecco tutto, caro! passò la borsa pesante al marito.

Arcangelo la prese, controllò, annuì.

Ora indossa gli ultimi orecchini, ordinò.

Ma non stanno bene con la vestaglia, dopo, Arcangelo! gli si aggrappò Tiziana. Io rimasi senza fiato.

Ho detto di indossarli! urlò, sparando verso di me. La pallottola scheggiò il parquet, mancò per poco la mia mano.

Tiziana farfugliava, frugava nei cassetti.

“Troverà una via duscita, la mia Tizi, ci salverà…”

Non ci sono, Arcangelo! Li avevo nascosti, ora non li trovo! gridò. Sei stato tu! mi colpì al fianco, caddi. Ladro! Come hai potuto? Io ti cucinavo il brodo per la tua poveraccia di madre e mi derubi? Arcangelo, porta via questuomo orrendo! E non ci sono neanche lorologio doro che era della bisnonna! Massimo… scosse la testa. Sei marcio, io pensavo fossi buono…

Quel famoso orologio Tiziana lo diede al dottore dellaborto. Avrei potuto essere padre di Tiziana, ma lei non voleva. Arcangelo avrebbe voluto ma non poteva. Non lavrebbe lasciata abortire. E Tiziana pagò con lorologio. Ma ora la colpa era mia…

Arcangelo ordinò di tirarmi su in piedi. Quello che seguì lo ricordo appena. Solo il volto di Tiziana, bella e crudele, dietro il marito, che mi sbriciolava…

Odio chi ruba in casa mia, Massimo, sussurrò sulla neve. Lamore, la virilità, comprendo tutto. Anche tradimenti. Ma il mio rimane mio!

Caddi con il petto ardente sulla neve, sentii la macchina allontanarsi, il vento gelido nel volto, la neve pungente. Poi restò solo il rumore del sangue. E il pensiero che anche la donna che amavo mi aveva tradito. Il cuore si pietrificò. Guarì.

Sapete già il resto…

… Rimasi nella casetta di quel cacciatore per giorni. Portò da me un medico; mi ricucirono, sistemarono le costole, le gambe fortunatamente intatte grazie ai gorilla di Arcangelo. Si presero cura di me. Li ringraziai tra i denti, loro sorrisero.

Tranquillo. Guarirai presto, ragazzo! mi assicurava il cacciatore.

Dopo tre settimane camminavo da solo. Uscì e la luce: il campo splendeva, un mare giallo come lolio vermiglio in padella. Il sole riflesso sulla neve accecava. Il cacciatore mi mise gli occhiali scuri.

Ora vattene, disse. E non prendere più ciò che non puoi masticare, ragazzo. Potresti non avere la stessa fortuna…

Mentre mi infilavo le scarpe, li sentii parlare di quanti euro Arcangelo aveva dato per salvarmi. Sbiancai, lasciai cadere la scarpa.

Cosa hai detto? chiesi, sottovoce.

Niente, scrollarono le spalle. Arcangelo è un uomo generoso, ma avido. E la sua moglie una vipera. Rivende i suoi gioielli sottobanco, pensa un giorno di scappare. Ma se lui la scopre, sacrifica ragazzi come te. Sei solo lultimo di tanti. I ricchi hanno i loro capricci. Ora vai, Massimo. Vai via

… Arrivai in città al tramonto e corsi allospedale. Chissà, magari…

Non risulta nessun ricovero, spiacente, limpiegata chiuse lo sportello.

Signorina, la prego, controlli bene! battévo sul vetro, poi mi arresi e tornai a casa.

Il tramonto era rosso, come in quel campo. Avevo paura.

Cera una luce alle finestre. Sospirai e corsi, zoppicante, al portone. Suonai a lungo finché, alla fine, mamma aprì; era piccolissima, magra. Mi abbracciai a lei, vidi papà, scoppiòi a piangere…

Eravamo così in pensiero per te, Massimo, diceva mamma, colmandomi il piatto di patate fritte. Poi ci ha chiamati Arcangelo. Ha detto che sei stato coinvolto in una rissa, ma che guarirai e che meglio non farti vedere… per non finire nei guai.

Arcangelo?! mi cadde la forchetta.

Sì, lavora al ministero della salute. Mi ha fatto avere una stanza singola in ospedale, Massimo. Grazie per avergli chiesto di aiutarmi! piangeva.

Continuava a parlarmi, mi sfiorava la testa rasata, papà mi fissava in silenzio. Non reggevo il suo sguardo…

Anni dopo, con mia moglie Maria, cercavamo un abete per Natale. Maria amava il profumo della resina, i rami pungenti. Avevamo girato tutta Roma, ancora niente.

Qui cè un altro mercatino, propose Maria, giungendo a una tettoia coperta da sacchi di iuta. La luce fioca metteva in risalto i rami scheletrici.

Annuii. Maria tastava, quando una voce roca gridò:

Se vuoi, compra. Altrimenti non toccare!

Nel chiaroscuro emerse una donna, con cappotto, sciarpa e stivali. Il volto era spento, gli occhi astiosi.

Riconobbi Tiziana. Il mio primo grande amore. Lei lasciò segni sulla mia pelle. Maria ogni tanto chiedeva di quei segni, io inventavo storie. Mentivo per amore: Maria era vera, fatta di carne e luce, sincera e buona. Una compagna solida, una roccia. Mandata dal cielo. Non volevo farla soffrire.

Tiziana mi guardò, poi sputò. Mi aveva riconosciuto…

Arcangelo la costringeva lì al freddo a vendere alberi, mentre lui stappava spumante al ristorante. Non la picchiava, non la umiliava. Ma vinceva ancora. Lei aveva perso tutto, e non cerano più “ragazzi” da salvare. La bellezza se nera andata con gli anni…

Andiamo via, Maria, la presi per mano. Qui gli alberi sono brutti. Ti porto dove ne troveremo di veri, nel bosco, lo piantiamo insieme.

Sorrise. Si fidava. Mi amava davvero, e io ancora non riuscivo a credere di meritarmelo.

E chissà, forse devo ringraziare Arcangelo anche per la mia felicità. Ringraziarlo per non aver ordinato di uccidermi. Lui, lesile e curvo Arcangelo, ha avuto la meglio. Ora gli sono in debito. E forse è giusto così…

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