Studentessa sbaglia auto e sale per errore su quella di un miliardario, senza sospettare nulla

Diario di Lucia, 27 aprile

Quella sera pensavo davvero di non farcela più. Altre due turni infiniti nel bar delluniversità, i libri di diritto aziendale da sfogliare in vista degli esami finali e da giorni quasi non dormivo. Verso le undici, davanti alla biblioteca, ho visto una berlina nera lucida e, senza pensarci due volte, sono salita dietro convinta fosse il mio taxi. Non ho neanche guardato il numero sulla app, solo la voglia di gettarmi su un sedile morbido.

Dentro, però, mi ha accolto un lusso che puzzava di eccessivo: pelle liscia, silenzio perfetto, un vago profumo di colonia costosa. Ma la stanchezza era più forte della prudenza. Ho chiuso gli occhi e, in un battito di ciglia, mi sono assopita.

Mi ha svegliata una voce maschile, calma e vagamente ironica:

È abitudine accomodarsi su auto sconosciute, o oggi è la mia giornata fortunata?

Ho sobbalzato. Vicino a me cera un uomo elegante, labito impeccabile, sguardo scuro e sicuro. Sorriso sottile, come chi è abituato a vedere il mondo girare attorno a sé.

A proposito, hai dormito venti minuti. E russavi un po.

Mi sono sentita affogare di vergogna. Ho aguzzato lo sguardo: cruscotto touch, inserti in legno, minibar incorporato.

Quindi non sei tu lautista.

No, sono il proprietario. Mi chiamo Matteo Bellanti.

Il nome non mi diceva nulla, ma nel suo tono cera la calma di chi comanda. Ho balbettato una scusa, già pronta ad aprire la portiera e sparire.

È tardi ormai. Vuoi che ti accompagni a casa?

Volevo declinare, ma Roma di notte non era il massimo della sicurezza. Lauto partì morbida. Per tutto il tragitto gli ho raccontato: luniversità, i soldi che bastavano appena per laffitto, la stanchezza che mi divorava.

Così non puoi andare avanti, disse pacato. Ti stai distruggendo.

Davanti al mio piccolo appartamento, senza preavviso, mi propose:

Cerco unassistente personale. Serve qualcuno che sappia organizzare riunioni, sistemare la mia agenda e, soprattutto, che sia sveglio. Orari flessibili, uno stipendio dignitoso (in euro, ovviamente). Penso che potrebbe valere più di mille caffè al giorno.

Non mi serve carità, gli risposi dacchito.

Non è carità. È una proposta di lavoro.

Presi il suo biglietto da visita. A casa, la mia coinquilina Sofia quasi urlò vedendo il nome: Matteo Bellanti uno degli imprenditori più potenti dItalia, diceva.

Tre giorni rimasi in dubbio. Ma laffitto arretrato e la realtà mi convinsero. Lo chiamai.

Quando puoi cominciare? mi chiese, diretto.

Domani.

Casa sua era irreale: vetrate, luce ovunque, giardino allitaliana. Lo stipendio era il doppio di quello che mi sognavo la notte. Ma non si trattava di beneficenza: Matteo fu chiaro quanto il sole.

Non sei qui per caso. Sei intelligente e affidabile. È di persone così che ho bisogno.

Da quella frase, mi cambiai dentro.

Il lavoro mi appassionò. Ho riordinato la sua agenda, tagliato i tempi morti, sistemato tutte le riunioni. Mi affidava compiti sempre più importanti. Tra noi nasceva rispetto: discreto, senza mai troppo esibirci.

A una cena daffari, sentendo su di me gli sguardi della Milano che conta, mi sfiorò la schiena, solo un attimo: un gesto di sostegno. E ho capito: i confini non erano più solo professionali.

Due mesi dopo mi arrivò una lettera: avevo vinto una borsa per un programma internazionale di un anno.

Quando parti? mi chiese.

Tra tre mesi.

Tacque.

Potrei chiederti di restare. Ma non sarei più luomo che rispetta il tuo desiderio di crescere.

Quella sera, mentre mi accompagnava, per la prima volta mi disse:

Ti amo, Lucia.

Anche io, risposi senza alcun dubbio.

Allora parti. Realizza i tuoi sogni. Ti voglio vedere realizzata, non dipendente da me.

Un anno volò. Allaeroporto di Fiumicino cera solo lui ad aspettarmi, senza bodyguard o scene.

Hai controllato che fosse lauto giusta, questa volta? sorrise.

Ora non sbaglio più.

Mi prese la valigia.

Ho comprato un appartamento a Roma.

Rimasi senza fiato.

Per noi.

Si inginocchiò, senza spettatori, solo noi e la città.

Lucia Rinaldi, vuoi costruire il futuro insieme a me?

Sì.

Oggi ho terminato luniversità e avviato la mia società di consulenza. Lui è rimasto al comando della sua, ma adesso siamo partner davvero: nel lavoro e nella vita.

Ogni tanto, salendo insieme sulla sua auto dopo giornate piene, mi fa:

Vuoi controllare il numero?

Finché ci sei tu, posso addormentarmi di nuovo.

E adesso non è più un errore. È una scelta.

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