Quando il mio vicino ha bussato alla porta alle dieci di sera, teneva in mano una chiave che non era la sua.

Quando il mio vicino bussò alla porta alle dieci di sera, stringeva in mano una chiave sconosciuta.
Ero sola in cucina, immersa nel clangore sognante dei piatti che si accumulavano come nuvole stanche su un cielo di marmo. Tutto ciò che desideravo era silenzio, silenzio da respirare come aria marina in una notte dagosto. Quando aprii la porta, lui, Bruno Ferri, rimase sulla soglia, fissandomi con occhi pieni di domande di cui non ricordavo le risposte.
Non è questa la tua chiave? mi chiese, e la chiave brillò nel crepuscolo del corridoio come un pesce argenteo fra le dita.
La guardai per un istante: era identica alla mia, metallica e fredda come un ricordo perduto.
No, la mia è qui risposi, mostrando la chiave appesa al mio portachiavi di San Gennaro.
Lui piegò la fronte in una smorfia.
Allora perché questa apre la tua porta?
Sul momento pensai che stesse scherzando, ma il suo volto era serio, come una statua etrusca nel buio.
In che senso?
Mezzora fa disse ho visto entrare una donna. Pensavo fossi tu, ma poi ti ho vista sul balcone che parlavi coi gerani.
Il mio cuore prese a battere tamburelli contro le costole, come un corteo di Carnevale disperso. Vivevo sola da due anni, dopo il divorzio; mi ero promessa che mai più avrei sopportato abitudini altrui, rumori daltri e soprattutto chiavi che non fossero mie.
Come era fatta?
Capelli scuri intorno ai quaranta, una borsa grande, sai, quelle da supermercato Esselunga.
Un brivido mi scivolò tra le scapole come pioggia di novembre. Nessuno aveva una chiave di quel trilocale in via Garibaldi, eccetto una persona.
Il mio ex marito.
Ma lui se nera andato da tempo, e io avevo la certezza così mi aveva detto, così avevo voluto credere che la chiave me lavesse restituita, lì, davanti al giudice.
Sei sicuro che sia entrata qui? chiesi, afferrando la maniglia come fosse una cima di salvataggio.
Lho vista bene, Lucia, ha spinto la porta e via, dentro come un sogno che non ti appartiene.
Mi voltai verso la porta che dava sul corridoio.
Tutto era immerso in una calma irreale, il silenzio sembrava di vetro.
Aspetta qui sussurrai.
Bruno però scosse la testa;
Non ti lascio sola, nemmeno per sogno.
Entrammo, avvolti dallaria notturna del sogno. Il salotto era identico a come lavevo lasciato, la luce accesa come un occhio attento, il tappeto un fiume rosso.
Ma sulla tavola cera qualcosa che non ricordavo.
Un bicchiere.
Il mio bicchiere di Murano, metà pieno dacqua.
Mi fermai, le parole tra i denti.
Non ho bevuto acqua oggi decisi di confessare, a me stessa più che a lui.
Bruno sfiorò il bicchiere col dito.
È tiepido.
Un fruscio smorzato dal corridoio, come passi di una vecchia signora in pantofole.
Ci immobilizzammo.
Cè qualcuno? chiamò il vicino, la voce sbilenca.
Nessuna risposta.
Fece un passo in avanti.
Io dietro, trattenendo il fiato lungo come una messa estiva.
La porta della camera era a metà, come un occhio socchiuso.
Il mio battito rimbombava come tamburi al Palio di Siena.
Bruno la spalancò.
La stanza era vuota come una chiesa dopo la processione.
Ma larmadio era aperto, le mie gonne smosse, i maglioni spostati.
Sul letto, invece, cera qualcosa di piccolo.
Una busta giallognola.
Mi avvicinai. Sopra era scritto solo il mio nome: LUCIA.
Mani tremanti, aprii la busta.
Dentro, un foglietto. Una frase, solo una:
Quando sarai pronta a parlare, sai dove trovarmi.
La calligrafia era inconfondibile.
Il mio ex marito.
Bruno mi guardò di nuovo.
Lui ha una chiave?
Scossi la testa piano.
Non dovrebbe.
Mi sedetti sul letto, cercando tra i pensieri come in fondo a una bottiglia di Barolo. Lultima volta che lavevo visto era davanti al tribunale di Piazza Cavour; aveva un sorriso troppo calmo, da chi aspetta il proprio turno senza fretta.
E mi aveva detto:
Prima o poi ci sentiremo di nuovo, Lucia.
Allora pensai fosse solo una delle sue frasi senza peso.
Ora qualcuno era stato in casa mia, seduto al mio tavolo, aveva bevuto dal mio bicchiere e rovistato tra i miei abiti, tra le cose che ancora mi appartenevano.
Bruno osservava la busta, muto come un santo di ceramica.
Questa storia non ha senso, sussurrò.
Lo so, ammise la mia voce, da qualche parte.
Allimprovviso mi tornò in mente il piccolo mobiletto allingresso. Corsi ad aprirlo.
Di solito lì tenevo la chiave di riserva.
Ma adesso era sparita.
Fu allora che capii, in quel sogno che pareva interminabile:
Non aveva mai fatto una copia.
Non aveva proprio mai restituito la chiave.
Ed io ci avevo creduto come si crede agli oroscopi dagosto.
Bruno disse piano:
È ora di cambiare la serratura, credimi.
Guardai ancora una volta la busta, il nome, la scrittura.
Poi, senza pensarci, la strappai in due.
No dissi. È ora di cambiare qualcosaltro.

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