Lenka cantava di gioia, e come darle torto!

Anni fa, cara mia, cantavo dalla felicità! Avevo finalmente una casa tutta mia, un piccolo appartamento, senza la padrona scorbutica che spegneva la luce alle undici precise, stava col fiato sul collo e chiudeva il gas proprio mentre bolliva lacqua sotto la pentola. Non mi lasciava usare il phon o la piastra che magari si rompe tutto. Il bagno in vasca era proibito, solo la doccia, una volta al giorno: scegliere tra la mattina o la sera neanche serviva, che la signora Mariangela sarebbe comunque rimasta dietro la porta a borbottare perché lacqua fai scorrere troppo forte!

Per un anno vissi sotto il giogo di Mariangela, convinta dessere la mia mentore, la mia guida, e quando compii diciotto anni chiesi ai miei genitori di lasciarmi andare a vivere in studentato. Anche quello fu un altro tipo di lotta: cimici, scarafaggi non facevano nemmeno più paura dopo che una padella con le patate sfrigolanti svanì misteriosamente mentre ero voltata, ma erano le coinquiline coi loro fidanzati a farmi perdere la pazienza! Sopportai un anno, finché papà venne a trovarmi e vide il caos che regnava nella casa dello studente. Non ci pensò due volte: tornai subito in affitto, ospite dallanziana nonna Teresa.

Nonna Teresa era una tipa un po bizzarra, ma aveva il cuore grande. Dopo la laurea mi trovai un lavoro, continuai a vivere con lei e mettevo da parte ogni euro, sognando di comprarmi, prima o poi, un bilocale tutto mio. Mentre le altre ragazze uscivano con i ragazzi e spendevano lo stipendio in borse o scarpe alla moda, io lavoravo e risparmiavo. Riposa, figliola, non ti ammazzare di fatica, diceva nonna, ma io avevo una meta in testa e non mollavo.

Un giorno vennero i miei a trovarmi e papà, con aria preoccupata ma anche tenera, mi disse che volevano aiutarmi: lui, la mamma e la zia Lelia. Zia Lelia era una lontana parente, mai sposata, una vita tra libri e ragazzi: aveva insegnato fino a ottantacinque anni. Era una donna dura, aveva litigato con mezzo parentado, ma per mio papà aveva un debole, e con mamma era perfino affettuosa, visto che anche lei era stata maestra.

Un giorno, dopo una delle solite visite con borse della spesa, la zia Lelia chiese a papà di darle una mano a sistemarsi in una casa di riposo. Papà non disse nulla, si misero daccordo con la mamma e invece di lasciarla lì prepararono la mia vecchia camera per la zia, che ormai tanto la figlia viveva lontano. Zia Lelia, nonostante letà, aveva la testa lucidissima; disse a papà di non farsi venire i sensi di colpa, che il suo carattere così a volte avrebbe potuto rovinare anche il ricordo affettuoso costruito negli annima i miei insistettero: così erano tutti più sereni, e poi cerano il gatto Romeo e il pappagallo Tito, ogni volta dovevano sistemarli chissà dove quando partivano.

Con la zia Lelia in casa tutto era più semplice: non si spendeva più per benzina, tutti si ritrovavano a mangiare insieme e, quando papà andava a pescare, mamma aveva compagnia. La zia dubitò un po, poi accettò: è bello non restare soli su questa terra. Rimase diversi anni circondata dallaffetto dei suoi cari, respirò serenità e se ne andò in silenzio lasciando tutto a papà, e a me un vecchio collier appartenuto alla nostra famiglia, mai venduto nemmeno nei tempi duri.

Accolsi quel dono con amore, ogni tanto lo indossavo davanti allo specchio e pensavo a lei. Papà mi propose allora di vendere lappartamento della zia Lelia per comprarmene uno nella città dove lavoravo e dove ormai sentivo il cuore radicato. Ed ecco che ebbi il mio piccolo regno: un bilocale che una gentile signora vendette dicendo di lasciargli unottima energia. Io cominciai subito con i lavori, la mamma e il papà venivano spesso ad aiutarmi. Papà realizzava ogni mia idea con pazienza infinita; alla fine anche mamma decise di ristrutturare casa, e promisi di occuparmi io del progetto.

Nel mio nuovo appartamento imparai ad amare quella città che allinizio mi pareva fredda e estranea. Al lavoro conobbi Caterina, una vera amica; veniva spesso da me a chiacchierare. Un giorno, tra un caffè e laltro, le raccontai di quando, bambina, salivo di nascosto sul tetto di casa, al settimo piano a Torino, insieme alla mia amica Lucia, per prendere il sole.

Che storia, rise Caterina, perché non…? Ci guardammo e scoppiammo a ridere.

Lunica paura era rimanere chiuse fuori! Una volta, Lucia ed io restammo sul tetto fino a serail portiere, il vecchio zio Mario, un po sordo, aveva chiuso laccesso e nessuno ci sentiva gridare… Alla fine mi salvò papà tornando prima.

Ti sei presa una bella sgridata? domandò Caterina.

Macché! risposi ridendo. Papà mi viziava da piccola, copriva tutte le mie marachelle davanti a mamma, che era molto più severa e non sapeva niente delle mie imprese!

Beata te… a me hanno sempre beccata! Però, forse, la prossima volta chiediamo le chiavi al portiere?

Lo zio Gennaro, il portiere di allora, dapprima non voleva saperne; Non si dovrebbe, diceva, e se cadiamo io sono nei guai. Ma alla fine cedette; promettemmo di stare attente. Fu così che passai diversi pomeriggi destate sul tetto, con la mia amica.

Un giorno, sentimmo uno scricchiolio vicino alla porta del tetto. Restammo in ascolto, poi vedemmo che dietro langolo cera una donna anziana, curata, seduta vicino a una canna fumaria che mangiava un panino piano piano.

Chi è lei? chiedemmo allunisono.

Io? Sono la signora Ornella Baldini, rispose lei, ancora un po imbarazzata.

Mi sembrava di averla già vista. Ma lei… era la proprietaria del mio appartamento? domandai con gli occhi sgranati.

Ma guarda, sì! Sei la brava ragazza che lha acquistato. Capite, ragazze… e la signora scoppiò in lacrime.

E così ci raccontò la sua storia: Ornella aveva cresciuto il figlio Matteo da sola, dopo che il marito laveva lasciata per unaltra. Matteo era sempre stato malaticcio, Ornella aveva fatto di tutto per lui, e ne andava fiera: ingegneria, laurea magistrale… Lavorava sodo, si affermava.

Cinque anni prima, Matteo aveva presentato ai genitori Antonella, ragazza semplice e di cuore. Si erano messi insieme, e da quel giorno Ornella aveva pensato di potersi finalmente riposare, badare un po a sé. Matteo aveva già comprato un appartamento grande, ma aveva scelto di abitare con la mamma, per praticità. Allarrivo dei nipotiprima Lorenzo, poi Luca e infine SaraOrnella aveva venduto la sua casa per passarla a loro, trasferendosi nellappartamento grande con tutta la famiglia.

Ma le cose non andarono come si aspettava. Antonella tornò presto al lavoro e Ornella si ritrovò a gestire i tre nipotini da sola. Un giorno, un malore, pressione troppo alta: il medico ordinò riposo e silenzio, ma a casa il silenzio era sconosciuto. Doveva badare ai bambini, pulire, cucinare, leggere le favole, preparare la cena per tutti… Nessuno voleva che intervenisse nelleducazione: solo servire, mai educare.

Quando si lamentò, Matteo cercò di consolarla: Mamma, il movimento è vita, lo fai tanto bene, i bambini sono al sicuro con te, noi possiamo lavorare di più… Ma quando la famiglia andò al mare lasciando i bambini con lei, pensò di non farcela più. Aveva bisogno di respirare e allora disse di andare in campagna da unamica, invece camminava per la città, visitava musei, passava la notte sulle panchine del Po oppure, come oggi, aveva avuto nostalgia ed era salita sul tetto di casa.

Noi restammo inorridite. Insistetti tanto che venisse a dormire a casa mia.

Lena, che meraviglia la tua casa! Che peccato aver dato retta loro…

Sa che le dico? Si faccia sentire più spesso! La porta della mia casa è aperta.

No, grazie, non voglio disturbare!

Ma Caterina entrò decisa: Un attimo, signora, lei la casa lha venduta e i soldi dove sono finiti? Scusi la schiettezza… Io la rassicurai, spiegai allOrnella che Caterina era un avvocato in gamba, e non faceva male a fidarsi.

Ho dato tutto ai miei figli, sospirò Ornella. Matteo disse che avrebbe messo via metà per me, laltra per sé…

Guardi che può benissimo permettersi un monolocale qui in zona, pensò a voce alta Caterina. E noi la aiutiamo per la ristrutturazione, aggiunsi io con entusiasmo.

Fu così che, un mese dopo, Ornella Baldini entrava in una casa nuova, nello stesso condominio di sempre. Cosa abbia detto esattamente Caterina quellultima volta a Matteo lo sappiamo solo noi, ma di fatto lui si sfogò con la madre, protestò che doveva dirglielo subito, che erano una famiglia. Antonella invece si offese e per un po non volle più vedere la suocera. Ai nipotini però piacque lidea di andare turnando a dormire dalla nonna, e col tempo anche Antonella si rassegnò; i bambini finivano allasilo e tutto trovò un equilibrio.

Ornella e io continuammo a scambiarci visite, a perderci nei musei e alle mostre. E Caterina, ridendo, diceva: Io da vecchia, col cavolo che cedo la casa! Meglio sola che dormire sulle panchine… Io di tetti ne ho avuto abbastanza!

Oh sì, hai ragione, ridevo io.

E così ricordo quelle estati: luminose e leggere come una fetta di torta della nonna.
Buongiorno, cari miei! Grazie per essere sempre con me. Vi abbraccio forte.

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