Una cagnolina sfinita proteggeva con il suo corpo un piccolo fagottino, mentre la gente li evitava passando oltre

Mezza viva, la cagnolina proteggeva con il corpo il suo minuscolo cucciolo, mentre la gente li evitava, passando lontano come se non esistessero.

Andrea correva, come al solito. Era uno di quegli uomini che arrivano sempre in ritardo, promettendosi ogni volta di organizzarsi meglio, e finiva sempre per non farcela. Ma oggi non poteva proprio permettersi di tardare: Elena lo stava aspettando al ristorante, e lei non era certo tipo da sopportare lattesa.

La fermata era a due passi, il bus sarebbe arrivato da lì a poco. Andrea tirò fuori il telefono, guardò lora e si morse le labbra: altri cinque minuti di ritardo. Già si immaginava lo sguardo di Elena, quello che sottintendeva non sei importante per me.

Allora, che fate, passate o no?! lo incalzò qualcuno, spazientito, alle sue spalle.

Si voltò: davanti alla fermata era già pieno di gente, tutti aggiravano una sagoma a terra con circospezione, qualcuno storceva il naso, altri distoglievano lo sguardo. Andrea fece un passo avanti, poi si bloccò.

Sul marciapiede, proprio davanti alla panchina, cera una cagnolona. Fulva, sporca, con il pelo arruffato e infangato. Le ossa sporgevano così tanto che faceva male a guardarla. Occhi chiusi. Respirava? Appena. Sotto di lei un minuscolo batuffolo scuro: il suo cucciolo. Minuscolo, tremante, stretto sotto il peso materno come sotto una coperta improvvisata. La cagnolina spendeva ogni briciolo di energia solo per tenerlo caldo, per dargli unultima speranza.

Muoviti, è solo un cane! sbottò una voce dietro Andrea. Non stare lì impalato!

Andrea non si mosse. Guardava la cagnolina, il cucciolo, gli sguardi indifferenti di chi passava accanto come se camminasse su della spazzatura, non su creature comunque vive, affamate, gelate.

Il bus arrivò. Si aprirono le porte con un sibilo.

Allora, sali o no? lo incalzò il conducente, irritato.

Andrea fissò il bus, lorologio, di nuovo la cagna.

No, sussurrò. Non salgo.

La folla gli passò accanto, borbottando. Le porte si richiusero, il bus ripartì. Andrea si accovacciò accanto agli animali.

Ehi, le parlò piano. Tieni duro.

La cagnolina sollevò appena la testa. I suoi occhi gialli, umanissimi e colmi di malinconia, lo fissarono per un attimo. Il cucciolo guaì debolmente.

Andrea sentì un groppo in gola. Prese il telefono, chiamò Elena.

Pronto? Andrea, dove sei? Ti sto aspettando!

Elena, avrò un po di ritardo. Cè una cagna qui, sta male. Con un cucciolo. Non posso lasciarli così.

Cosa? la voce di lei divenne tagliente. Per una cagna randagia?! Andrea, ho già ordinato!

Capisco, ma

Niente ma! Chiama lASL, poi vieni subito! Non ho intenzione di rimanere sola!

Le chiamate si interruppero.

Andrea rimise via il telefono, guardò la cagnolina e il cucciolo, poi corse in un alimentari lì vicino. Tornò dopo tre minuti con una baguette e del salame, offrendo delicatamente un pezzo alla mamma.

Mangia, forza. sussurrò.

La cagnolina neppure si mosse, era troppo debole; il cucciolo piagnucolava in silenzio. Andrea tentò disperatamente di imboccarla quando, dietro di sé, sentì una voce femminile:

Serve una mano?

Si voltò. Una ragazza in un cappotto grigio, i capelli raccolti, in mano una busta della spesa. Si accovacciò accanto a loro, accarezzando con delicatezza la cagnolina.

Povera bestia. Bisogna portarla da un veterinario, subito.

Non so dove, ammise Andrea, spaesato. Non ho mai avuto cani

Io conosco una veterinaria qui vicino, può aiutare, disse lei prendendo il telefono. Ma come la portiamo? Non si regge in piedi.

Andrea si tolse la giacca, la stese a terra. Insieme, con mille precauzioni, vi adagiarono la cagnolina. Il cucciolo fu avvolto dalla sciarpa della ragazza.

Io sono Donatella, disse con un filo di voce.

Andrea, rispose lui.

Come la chiamiamo?

Fulvia, disse senza esitazione Andrea.

Il telefono squillò ancora, Elena. Andrea staccò la chiamata.

Arrivati a casa, la veterinaria esaminò in fretta la cagnolina, la attaccò a una flebo e la iniettò di antibiotici.

Grave denutrizione, disidratazione, polmonite. Ancora due giorni lì e non ce la faceva. Ma ora è in buone mani, sentenziò la donna.

Quando la veterinaria uscì, Andrea si accovacciò accanto a Fulvia. Il cucciolo le si era stretto contro, naso sul fianco della madre. Donatella portò due caffè e si sedettero accanto agli animali, osservandoli in silenzio.

La mia ragazza mi aspettava in un ristorante, mormorò Andrea. Adesso, cioè, ormai ex.

Sarà furiosa, vero? domandò Donatella.

Ha detto che le ho rovinato la serata per colpa di una randagia. Ma io non potevo ignorarla. Fulvia stava lottando per suo figlio, mentre tutti noi passavamo dritti.

Donatella annuì:

Quando ho divorziato mi sono sentita anchio così, invisibile tra gente distratta. Ogni giorno pensavo: siamo tutti così indifferenti?

Il telefono squillò unaltra volta, Elena, per la decima volta. Andrea rispose.

Sei impazzito? tuonò Elena. Tre ore aspetto! O arrivi adesso, o chiudiamo!

Andrea guardò Fulvia, il cucciolo, Donatella. E sentì una sicurezza nuova.

Allora chiudiamo, rispose calmo. E spense il telefono.

Donatella lo fissò:

Sei sicuro?

Sì, e per la prima volta lo disse sorridendo. Sicurissimo.

Lei gli sorrise: era un sorriso timido, profondo. Fulvia sospirò, quasi sollevata, addormentandosi più serenamente.

La notte fu lunga. Fulvia respirava a fatica, a volte quasi si fermava, e Andrea le tendeva lorecchio col cuore in gola. A turno, lui e Donatella vegliavano. In principio Andrea insisteva per fare da solo, ma Donatella lo fermò:

Da soli è più difficile. Restiamo insieme.

E restarono.

Alle tre di notte Andrea si rifugiò in cucina. Donatella stava scaldando il latte per il cucciolo. Vide la sua espressione e chiese:

Come va?

Non lo so… sussurrò lui. Respira appena. Ho paura non resista fino allalba.

Donatella gli si avvicinò, tranquilla.

Sai cosa penso? disse. Lei ha già vinto.

Che vuoi dire?

Poteva arrendersi, lì fuori. Invece ha resistito, ha difeso il cucciolo, ha sperato che qualcuno arrivasse. Ed eccoti qui.

Andrea taceva.

Ora è al caldo, nutrita, col suo piccolo, con te. Anche se non ce la farà, si è addormentata da felice. Capisci?

Lui la guardò negli occhi.

Tu come fai a saperlo?

Donatella sorrise amaro.

Perché lo conosco quel vuoto. Per mesi dopo il divorzio, casa-lavoro, lavoro-casa. Nessuno a chiamarmi. Un giorno ho trovato un gattino per strada, sporco e affamato. Allinizio sono andata avanti dritta. Ma sono tornata indietro: lho preso, portato a casa E lui non chiedeva nulla, solo la mia presenza. Per la prima volta in mesi mi sono sentita necessaria.

Andrea annuì, assorbendo lentamente quelle parole.

Anchio oggi… La vita per anni è stata doveri: per i miei genitori, il capo, Elena… sempre le stesse abitudini. Poi una cagnolina morente spezza lo schema, e improvvisamente il resto sembra vuoto. Le sue ultime forze per il cucciolo, e la gente che non vede. Ma io sono rimasto. E tutto è cambiato.

Restarono lì, sul limite tra buio e silenzio.

Grazie di essere rimasta, sussurrò Andrea. Senza di te non ce lavrei fatta.

Donatella gli sfiorò la mano.

Tu hai fermato il mondo per lei. Io avevo bisogno di sapere che non tutti voltano la faccia.

Il cucciolo piagnucolò, rientrarono in salotto. Fulvia con gli occhi aperti li seguiva. Andrea la carezzò piano:

Dai, forza. Ancora un po’, resisti…

Fulvia agitò appena la coda. Il cucciolo si strinse di più a lei. In quellistante, Andrea sentì crollare qualcosa di enorme dentro di sé: anni di vita pianificata, senza lasciare spazio allo straordinario; storie andate avanti a forza. E sulle macerie, una sensazione di vita vera.

Lalba li abbracciò coi primi raggi di sole attraverso le tapparelle. Fulvia dormiva serena, respirava tranquilla. Aveva passato la crisi.

Una settimana dopo, Elena si presentò alla porta, laria colpevole.

Andrea, ho pensato… forse sono stata dura quella sera. Salvare animali è nobile. Ero stanca, ho sbagliato. Torniamo insieme?

Andrea restò sulla soglia. Dallinterno si sentiva il cucciolo giocare con Fulvia, ormai in forma, che correva per la casa.

Elena, disse piano, non sono arrabbiato. È solo che siamo troppo diversi.

Per una cagna?! esclamò lei, stizzita. Un anno di progetti buttato via!

Non è per Fulvia. Quando ti ho chiamata avresti potuto dirmi: vieni qui, ne parliamo. Invece hai scelto il ristorante. È stata la tua strada, non la mia.

Elena rimase a bocca aperta, poi si voltò e se ne andò, senza parola.

Andrea chiuse la porta, rientrò. Donatella era seduta a terra, accarezzava Fulvia, col cucciolo addormentato in grembo.

Se nè andata? chiese lei, senza guardarlo.

Se nè andata.

Ti dispiace?

Andrea si sedette accanto a lei.

No. Strano, ma no. Se non fosse stato per Fulvia, avrei continuato così: lavoro, appuntamenti con Elena, weekend programmati. Senza capire che mancava tutto il resto.

Fulvia sollevò la testa, li osservò, poi si distese soddisfatta. Il cucciolo guaì nel sonno. E Andrea, per la prima volta da anni, sentì davvero di essere a casa, con chi contava davvero.

Donatella gli sfiorò la mano. Sorrisero, rassicurati.

Fuori linverno, il freddo, la città indifferente. Ma in quellappartamento, dove una cagnolina aveva trovato casa e due persone se stessi, era finalmente arrivata la primavera.

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