A 51 anni sono andata a vivere con un vedovo di 55: sembrava tutto perfetto, finché un giorno mio nipote non si è ammalato

A cinquantuno anni, mi sono ritrovata a convivere con un vedovo di cinquacinque. Sembrava tutto perfetto, fino a quando mio nipote non si ammalò.

Andrea entrò nella mia vita a marzo, in quel periodo sgradevole tra inverno e primavera: neve sciolta, pozzanghere infangate, cielo grigio che ti si schiaccia addosso. Ero in coda alla cassa della Coop e frugavo nervosamente nella borsa per trovare la carta dei punti. Alle mie spalle la fila cominciava a scalpitare, cera chi sbuffava vistosamente, qualcun altro controllava lorologio come se il tempo fosse solo suo.

Lui era secondo in fila. Allimprovviso disse, con calma disarmante:
Signora, non si preoccupi, faccia con comodo.

Solo questo. Nessun tono scocciato, nessuna nota di fastidio come invece si sente spesso in quelle situazioni.

Mi voltai. Un uomo sui cinquantacinque circa, cappotto scuro, viso ordinario, quasi anonimo. Ma quel sorriso quello era vero, spontaneo, non di circostanza.

Chiacchierammo un po fuori dal supermercato. Scoprimmo di abitare uno di fronte allaltra, palazzi gemelli dello stesso quartiere romano. Lui vedovo da tre anni, io divorziata da otto.

Una settimana dopo mi invitò a una mostra darte. Quando lo raccontai a mia cara amica Assunta, lei mi fece subito la sua domanda classica:
Ma almeno una casa, ce lha?

Assunta è una persona concreta, come piace definirsi: realista.

La casa ce laveva, sì. E pure lauto. Un lavoro stabile nelledilizia nulla di troppo avventuroso, avevo dimenticato quasi subito i dettagli perché al momento mi sembravano secondari. Mi colpiva altro: aveva la rara capacità di ascoltare. Non di fingersi interessato proprio ascoltare davvero.

Non si lasciava sfuggire nulla. Una volta dissi così, per caso, che il mio dolce preferito era la crostata di amarene, che quella di mele mi aveva sempre messo tristezza. Ne parlai una sola volta.

Alla cena dopo, si presentò proprio con una crostata di amarene, presa dal forno storico di via Garibaldi, quello che avevo menzionato di sfuggita.

Questi sono i gesti che mi conquistano. Sono loro che ti fanno abbassare le difese.

A maggio propose di andare a vivere insieme. Uscivamo da appena due mesi, non avevo neppure capito se mi piaceva davvero il suo profumo.

Lucia, noi non abbiamo più ventanni, disse sereno. Che senso ha aspettare?

Difficile dare torto alla sua logica. Annuii.

Ma tornando a casa, dubitavo. Due mesi era davvero così in fretta? Quasi niente. Eppure in serata lo chiamai:
Proviamo.

Alla fine si trasferì da me. Nel suo appartamento cera un parente, appena sistemato mandarlo via sarebbe stato spiacevole. Non discussi: la mia era una bella casa, tre stanze ampie, lo spazio non mancava.

Le prime due settimane sembravano un film. Ogni domenica cucinava lui, con una pazienza e un piacere che non avevo mai visto in un uomo. Lentamente, con attenzione, quasi con rispetto.

La sua ribollita superava la mia, devo riconoscerlo.

Poi iniziarono i dettagli. Una sera tardi chiamò suo figlio Danilo. Andrea si rifugiò in cucina. Parlò mezzora, poi tornò teso, chiedendomi se poteva avere dei soldi in prestito fino alla settimana dopo: Danilo aveva avuto un guaio con lauto. La cifra era modesta, non mi venne neanche da discutere.

La settimana dopo, nuovo prestito, nuova scusa.

Non tenevo i conti, ma notavo.

Mia figlia Sofia vive a Velletri, fuori Roma. Una volta al mese viene da me col piccolo Pietro, sei anni. Pietro mi chiama nonna Lù e vuole che i miei pancake siano pieni di buchi come le vere crespelle, non una frittella qualunque.

La prima volta che vennero dopo che Andrea si era trasferito, lui era a casa. Pietro si avvicinò senza paura, gli si sedette affianco sul divano, iniziò subito a mostrargli la sua macchinina.

Andrea lo osservava in modo strano. Non freddo, né brusco, soltanto come se davanti avesse un oggetto, non una persona. Qualcosa che era lì per caso e se ne sarebbe andato a breve.

In cucina, Sofia mi sussurrò:
Mamma, ma lui, i bambini li sopporta almeno?

Io risposi:
Forse non è abituato. Danilo è ormai adulto, non ne parliamo

Sofia annuì, educata come sempre.

Il vero cambiamento però arrivò a luglio.

Pietro prese il raffreddore, niente di grave ma con febbre alta. Sofia mi chiamò quasi in panico: anche lei a letto, il marito proprio allora era a Torino per lavoro.

Mamma, riesci a venire? mi chiese.

Mi preparai in un lampo. Avevamo una cena prenotata sul Lungotevere, un posto che Andrea desiderava da tempo.

Lo avvisai:
Sofia è nei guai, Pietro ha la febbre. Devo andare da loro.

Mi guardò senza rabbia, ma sorpreso, come se avessi detto una cosa assurda.

Non cè nessun altro? domandò.

Nessuno.

Ma… chiameranno il medico, si arrangeranno.

Ero già infilandomi la giacca.

Lucia, avevo prenotato il ristorante.

Disdici, replicai calma. O vai da solo.

Uscii.

Rimasi da Sofia tre giorni. Pietro migliorò: la febbre scese, tornò lappetito, presto ricominciò a saltare sul divano e a chiedere i cartoni animati. Gli preparai il suo tè marrone così chiama la mia tisana di frutta secca, la sua passione.

Andrea inviò un solo messaggio: “Come va?”

Risposi secca: “Meglio, si riprende”.

Nientaltro.

Quando tornai a casa, Andrea mi accolse normalmente un bacio, una domanda su Pietro. Tutto educato, distaccato, come se non fosse successo nulla.

A cena, davanti al tè, mi disse:
Lucia, capisco che il nipote sia importante. Ma anche noi abbiamo il diritto al nostro tempo, proprio ora che abbiamo iniziato.

Lo fissavo, cercando di capire cosa si aspettava. Che non andassi? Che lasciassi un bambino malato da solo con una madre febbricitante?

Non domandai. Rimasi in silenzio.

Poi ci ripensai. Non aveva mai proposto: “Vado io, aiuto io”. Mai, né per Sofia, né per mia madre che ha ottantadue anni quando pure lei aveva bisogno. Ci andavo sempre solo io. Lui era sempre impegnato o stanco morto.

Però, se chiamava Danilo, cambiava tutto. Una volta, alle undici di sera, Danilo chiedeva un passaggio dallaltra parte di Roma. Andrea partì senza fiatare.

Non sono mai stata gelosa di suo figlio, anzi. È ovvio: è il suo sangue.

Ma mi tornò in mente una conversazione delle prime uscite. Al bar, Andrea mi raccontava della vita dopo la morte di sua moglie, di come tutto fosse diventato piatto.

Disse:
Desidero di nuovo sentire davvero vicino qualcuno. Quel ‘vicino’ vero.

Allora mi sembrò giusto.

Un giorno mi resi conto: non parlava di reciprocità. Lui voleva ‘vicino’ PER SÉ.

La conversazione che mise ordine arrivò ad agosto. Iniziai io.

Andrea, vorrei capire una cosa. Tu, Sofia la consideri estranea?

Mi guardò stupito.

Ma no. Una ragazza normale. Non mi dà fastidio.

E Pietro?

Un bambino come tanti.

Quando è stato male, hai detto: Non cè nessun altro?

Andrea sospirò pesante e poggiò la tazza.

Lucia, non sono obbligato… È la tua famiglia. Non mi disturba quando vengono, ma fingere che siano anche miei dopo quattro mesi… no.

Annuii piano.

E Danilo invece?

Danilo è mio figlio!

Capisco.

Mi alzai, lavai la tazza e la sistemai scolata.

Andrea, credo di aver frainteso fin dallinizio. Quando dicevi che volevi qualcuno vicino, pensavo parlassi di noi due. Ma era solo per te.

Rimase in silenzio.

Andai nella mia stanza. Non mi seguì.

Due settimane dopo fece le valigie. Nessun dramma: lui amava ripetere che eravamo adulti. Raccolse le sue cose con calma, prese pure la tazza con i cervi disegnati.

Prima di uscire disse:
Sei una donna speciale, Lucia. Solo che vediamo la vita in modo diverso.

Concordai.

Più tardi, Assunta mi domandò:
Te ne penti?

Riflettei solo un attimo.

Di cosa?

Di essere andata così in fretta a vivere insieme.

No, risposi. Meglio vedere le cose in quattro mesi che scoprirle dopo quattro anni.

Assunta annuì. È sempre stata razionale.

La settimana scorsa Pietro è passato a trovarmi. In cucina, divorava le mie crespelle bucate raccontando mille storie sulla maestra dellasilo cera di mezzo pure una tartaruga, ma il racconto era talmente incasinato che alla fine ho capito poco.

Lo ascoltavo e ho pensato: eccolo, questo è davvero ‘essere vicini’. Essere una famiglia davvero.

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