Olga finiva di preparare la giardiniera fatta in casa quando il marito tornò dal lavoro. – Sono a casa! – annunciò Sergio entrando in cucina e restando di sasso.

Olinda stava finendo di chiudere i barattoli di peperonata quando sentì il chiavistello girare e un vento profumato di treno appena fermato riempì la cucina appannata dalla condensa. Sono a casa, sbuffò Sergio entrando, ma la sua voce restò attaccata allarchitrave, come una mosca al miele. Cosè tutto questo caos?

Olinda sorrise, con le mani immerse fino ai polsi nelle fette di peperone: Sto preparando la peperonata, amore. Non eri stato proprio tu a chiedermela? Ma Sergio agitò una falange nellaria come a cacciare via una nuvola: Non fare finta di niente lo sai benissimo cosa intendo! Il suo sguardo trapassava le pentole e le zuppiere sparse; i piatti scomposti, le bottiglie di passata, il pentolone sbuffante macchiato di pomodori ribelli e in mezzo a tutto, Olinda, che sminuzzava ancora il peperone come se nulla fosse.

Avevano deciso di condividere la casa da soli quattro mesi, in una via irregolare di Bologna, tra le edicole chiuse e il filo della ferrovia che tagliava i pensieri in mezze idee. Prima, Sergio aveva vissuto anni nel silenzio metodico di un uomo solo. Per lei aveva lasciato il suo ordine, aveva lasciato il suo guscio. Avevano già entrambi lasciato qualcosa altrove: lei una figlia adulta a Milano, lui un ragazzino di dieci anni che vedeva solo nelle domeniche storte.

Le prime settimane insieme erano sembrate una specie di primavera tardiva: Olinda cucinava tesori nel vecchio forno, metteva su il ragù mentre la luce li tagliava a fette. Si sentiva forte, innamorata. Ma il tempo si raddrizzò, e con esso anche Sergio cambiò; cominciò a tornare dal lavoro col muso, a brontolare perché la tazza era fuori posto, il letto mal tirato, il pavimento troppo lucido o troppo opaco.

Cosa contava davvero, si chiedeva Olinda, se la cena era calda, i vetri puliti e il sorriso di lei pronto sulla porta? Olinda lavorava pure lei, tornava unora prima di lui, eppure riusciva a sistemare tutto.

I suoi silenzi si fecero pesanti, come i barattoli di pelati che riempiva per linverno: pensava sarebbe passato, pensava fosse solo fatica, un tuono di stagioni. Ma le incomprensioni crescevano, come i piatti sporchi dietro la schiena.

Quel giorno Sergio era rientrato allimprovviso, invece di restare dalla sorella a sistemare la vecchia Fiat. Vide la cucina in disordine piattini con aglio schiacciato, le fette di peperone sparse, i grembiuli appesi ai pomelli come meduse strizzate, e la pentola che sbuffava minacce e lo prese uno strano fastidio.

Olinda, finirai per lasciar tutto così! sbottò lui. Lei non capiva: Ma quando mai ho lasciato un casino in giro, tu che urli? Che male cè, se la casa non è sempre immacolata per cinque minuti?

Lui brontolava per la calura, diceva che lodore di peperone aveva invaso ogni angolo, anche il cuscino.

Allora vai in salotto, guardati la partita.

Ma io ho fame! Devo mangiare, non respirare la peperonata.

Una pasta col sugo ce lhai, ci metto un attimo a scaldarla…

Sempre la stessa roba! Terzo giorno di fila! Non puoi fare miracoli tutti i giorni!

La peperonata mica si fa da sola, rispose Olinda, la voce tremolante come il fuoco sotto il pentolone. Oggi ho corso su e giù per Via Emilia, con le borse che strappavano le braccia, sudata, stanca. Anche a me manca il respiro in questa cucina!

Smettila di urlare! tagliò Sergio, mentre la stanza si restringeva.

Sei tu che strilli! Voglio solo che ti rilassi

Basta! Non ce la faccio più! gridò lui, col volto duro.

Olinda si irrigidì: E cosa non ti va? Che trovi sempre una cena? Che dormi in lenzuola pulite? Che qualcuno ti sorride anche quando sei sgarbato? O sono io che ti disturbo, sono io la macchia sul tuo tavolo?

Sì! Tu mi hai stufato! Vattene, con i tuoi piatti e la tua peperonata!

E tu hai sfinito pure me. Sempre a lamentarti, pessimista! Lasci le tue cose dappertutto, vuoi ordine e non aiuti mai. Ti ho chiesto di accompagnarmi in bottega, ma tu dovevi aiutare tuo cognato, non me! Basta, vattene anche tu dai tuoi pianti!

In quel momento, Sergio perse i freni, nei suoi occhi il lampo breve di chi si scopre fragile. Olinda invece capì che non ci sarebbe stato ritorno. E così, con mani tremanti dorgoglio e stanchezza, iniziò a mettere le sue cose nei vecchi sacchi della spesa.

Due valigie, un paio di jeans, ed era già per strada, la notte gravida del rumore del suo cuore.

Sergio non la fermò, non chiese scusa, nemmeno unombra alle sue spalle.

Quella notte Olinda dormì sul divano di Letizia, la sua amica dinfanzia, e la mattina dopo affittò un piccolo appartamento dalle parti di San Donato. Spese un capitale in euro: per la cauzione, per i piatti nuovi che nel vecchio posto mancavano. Non aveva mai pensato di tornare indietro almeno per tre giorni interi.

Poi arrivarono i ricordi, la malinconia di parole e piatti rimasti sospesi. Sergio non la chiamò mai, solo un messaggio la sera stessa: E con la peperonata che ci faccio?

Fanne quello che vuoi! rispose lei, bruciante.

Le dispiaceva, certo, per tutte quelle ore, per i soldi spesi ancora trenta minuti e sarebbe stato tutto pronto. Ma il pentolone restò in quella cucina vuota.

Dentro di sé, Olinda forse sperava ancora che Sergio si facesse vivo, che tornasse almeno per scusarsi. Ma nulla.

Passò una settimana, e quando si abituò alla casa nuova e alla solitudine, decise fosse il momento di recuperare quello che restava, le piccole cose uno shampoo, la tazza rosa che le aveva regalato la figlia, il plaid azzurro di sua sorella. Avvisò Sergio che sarebbe passata: lui la accolse con una faccia da sconfitta, ma ormai era tardi. Le ripetè che lamava, che senza di lei non ce la faceva, ma le sue parole danzavano leggere nellaria densa di rimpianti.

Se mi amavi davvero, avresti fatto di più che aspettare in silenzio una settimana intera, disse Olinda, la voce liquida.

Scusami, non so cosa mi sia preso, sono stato uno stupido!

Vivici con questa colpa, io raccolgo solo le mie cose.

Infilarono insieme i ricordi in sacchetti della Coop, mentre lodore della peperonata ormai spariva nei corridoi. Sergio tentava di trattenerla, si piazzò davanti alla porta come un portiere: Ti prego, non andare, senza di te non sono niente.

Io invece, con te, svanisco del tutto, rispose Olinda. Allontanò la sua malinconia come si soffia su una piuma, aprì la porta su Bologna e sulla sua nuova stagione.

Sergio rimase lì, davanti a tutte le sue insicurezze, senza capire troppo dove aveva sbagliato. Non si cercarono più, come succede tra chi ha finito di parlarsi per davvero.

Olinda prese il taxi, guardava dagli occhi gialli dei lampioni lautunno che calava su via Mazzini. Pensò che anche dentro di sé era autunno, ma fra due settimane era il suo compleanno, il primo da sola. Si accarezzò il polso e sussurrò, con un sorriso che si confondeva col pianto: Andrà tutto bene, Olinda. Andrà proprio tutto bene.

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Olga finiva di preparare la giardiniera fatta in casa quando il marito tornò dal lavoro. – Sono a casa! – annunciò Sergio entrando in cucina e restando di sasso.