Tutta la famiglia salutava la nonna anziana: nessuno cercava di nascondere quanto la sua presenza fosse diventata pesante. Parlavano apertamente, senza vergogna, e gioivano perché con l’arrivo della primavera finalmente sarebbe partita per il paese e non sarebbe tornata a lungo.

Il diario di oggi è pesante sul cuore. Stamattina abbiamo accompagnato la nonna al treno. Tutta la famiglia era lì, ma nessuno cercava di nascondere il sollievo che provava allidea che se ne andasse. Le frasi erano schiette, senza alcun pudore, e qualcuno gioiva quasi apertamente del fatto che finalmente fosse arrivata la primavera il che significava che nonna sarebbe tornata in paese, e lì sarebbe rimasta per molti mesi. Nessuno sembrava addolorato, anzi.

Mia moglie, Antonella, non le rivolgeva nemmeno la parola, lasciando trasparire il suo fastidio. Mia figlia, Beatrice, e mio figlio, Paolo, la guardavano senza alcuna emozione. Io mi rifugiavo spesso nel lavoro e, quando ero in casa, non facevo nulla per cambiare quellatmosfera di gelo. La verità? Per tutti noi, la nonna era soltanto una preoccupazione in più, una presenza ormai ingombrante. Lei lo sentiva e si chiudeva sempre più nel suo silenzio, contando i giorni che mancavano alla primavera la sua unica speranza, la sola minuscola felicità.

Quellanno, i primi tepori arrivarono già a marzo. La nonna sedeva spesso in cortile, mani ossute protese verso il calore del sole, lo sguardo rivolto al cielo limpido. Era magra, con un vecchio cappotto grigio e delle scarpe ormai rovinate; sembrava uno di quei passerotti bagnati dopo la pioggia.

Noi non sapevamo darle calore, ma i vicini, almeno, la salutavano ogni mattina, le chiedevano come stesse, laiutavano a portare la spesa o a salire i cinque piani senza ascensore. I ragazzini del quartiere a volte la accompagnavano con le borse dal supermercato sotto casa.

Nonostante letà, la nonna non stava mai con le mani in mano: cucinava, lavava, metteva in ordine si occupava di tutto ciò che la casa richiedeva. Eppure, ogni giorno, sentiva Antonella lamentarsi:
Se stai a casa tutto il giorno, almeno fai tutto tu.

I bambini parlavano poco con lei e, quando portavano amici, la nonna si rifugiava nella sua camera. Da quando, un giorno, aveva sentito Paolo sussurrare:
Nonna, ci metti in imbarazzo.

Non rispondeva mai, non si lamentava mai. Aspettava il silenzio della notte, quando tutti dormivano, e si lasciava andare in lacrime piccole lacrime di solitudine e dolore.

Il giorno della partenza la accompagnammo in stazione con un taxi. Aveva solo una valigia vecchia e un sacchetto con poca roba. Camminava pian piano sul marciapiede, si appoggiava al bastone, si sedette su una panchina per riprendere fiato. Quando arrivò il treno, si alzò senza dire nulla e salì nella carrozza.

Seduta vicino al finestrino, guardava avanti con occhi sereni e buoni. Appena il treno si mosse, tirò fuori dal suo borsone una vecchia foto tutta sgualcita. Ceravamo tutti: io, Antonella, Beatrice, Paolo. Tutti con un grande sorriso, quello che ormai si vedeva solo lì. La baciò piano e la nascose nel cappotto.

Alla sua stazione scese e, lentamente, prese la strada polverosa verso il paese. Un uomo gentile la portò quasi fino sotto il cancello del cortile. Aprì il vecchio cancelletto scricchiolante e si avviò lungo il sentiero di ghiaia che portava alla casa. Ogni cosa lì le era familiare. Quelle mura, il portico sbilenco, la recinzione qui non serviva essere utili agli altri, era sufficiente esserci.

Era il suo mondo: la casa dove era nata, dove erano cresciuti i suoi figli, dove aveva seppellito suo marito. Quasi tutta la sua vita era rimasta lì, tra quelle stanze: gioie e dolore compresi.

Entrando in cucina, la nonna aprì le persiane, accese la stufa a legna, si sedette sulla panca accanto alla finestra. Guardava fuori e ricordava i giorni in cui i bambini correvano scalzi sul pavimento, si riunivano tutti intorno al tavolo, ridevano fortissimo. Lì era la mamma: la più importante di tutte, la più amata.

Il sole bucava la finestra esattamente come allora. La primavera, dolce come allora, le toccava il cuore. E la nonna sorrise piano.

La mattina seguente non si svegliò più. Rimase proprio dove aveva sempre voluto stare: nella sua casa, sulla sua terra.

Sul tavolo della cucina, un mazzo di fotografie. In cima, la più nuova, un po stropicciata: quella con i volti sorridenti di tutti noi.

Finché siamo vivi, abbiamo il tempo di dire grazie, di chiedere scusa, di sussurrare che vogliamo bene. Perché quando una persona va via, non fa più ritorno. E nel cuore rimane un dolore difficile da portare.

Ho imparato oggi che non si devono rimandare le parole buone il domani non è garantito a nessuno.
Bisogna vivere con onestà, cuore pulito, e amare, davvero, chi ci è accanto.

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Tutta la famiglia salutava la nonna anziana: nessuno cercava di nascondere quanto la sua presenza fosse diventata pesante. Parlavano apertamente, senza vergogna, e gioivano perché con l’arrivo della primavera finalmente sarebbe partita per il paese e non sarebbe tornata a lungo.