Tutti riuniti da me

Radunerò tutti a casa mia

Ludovica Venturi posò il tablet e afferrò il cellulare:
– Nonna, come stai? Ti senti bene? E il nonno? Ah, se sta friggendo le patate allora tutto va bene! Ho finito il lavoro per oggi, passo a prendere Daniele in palestra, facciamo un salto al supermercato e arriviamo subito.

Poi Ludovica compose un altro numero:
– Jacopo, ciao! Sto tornando a casa, voi con Ginevra partite già? Perfetto, il nonno sta cucinando, ceniamo insieme stasera.

Ludovica si alzò, mise le cose necessarie nella borsa e salutò le colleghe:
– Ciao a tutti, io vado, a domani!
– Ciao Ludovica, buona serata!

Si tolse rapidamente le scarpe con il tacco sotto la scrivania, indossò il soprabito e guardò distrattamente fuori dal finestrino, dove la sera autunnale avvolgeva la città in una luce calda. Le luci delle case brillavano accoglienti, la gente correva verso casa dopo il lavoro. Vide il suo riflesso nel vetro e sorrise tra sé: chi lavrebbe mai detto che anchio avrei avuto una vita normale, una famiglia; che, come tutti, sarei corsa a casa dove qualcuno mi aspetta. Fino a poco tempo prima, Ludovica era sicura che per lei questo fosse impossibile.

Certo, la sua era una famiglia speciale, ma il loro affetto era tanto da renderli felici davvero.

Sua madre laveva abbandonata appena nata, lasciandola in ospedale e sparendo senza lasciare tracce. Nella breve relazione dellorfanotrofio cera scritto tutto: madre ignota, padre assente, nessun documento. Gli estranei le scelsero il nome: Venturi, perchè era nata in primavera. Perché Ludovica? Nessuno seppe spiegare. Da piccola si legava facilmente con i maschi, e il suo amico del cuore era Jacopo, più grande di lei di un anno, anche lui Venturi per puro caso.

A scuola Ludovica era sempre la migliore, obbediente, laboriosa, disponibile sperava che prima o poi qualcuno la prendesse in famiglia. Come vivessero i bambini dentro una vera casa, Ludovica lo aveva visto solo nei film. Forse era troppo alta e magra, forse semplicemente la sorte le era avversa. Quando Jacopo fu adottato, quella notte Ludovica pianse fino allo sfinimento. Non cera invidia, solo il dolore di perdere lunico vero amico. Lui la guardò dietro gli occhiali, smarrito:
– Vuoi che rifiuti?
– Sei matto Jacopo? Ti pare che si possa rifiutare una cosa così? Vai pure, ognuno ha il suo destino.
– Ma io ti ritroverò, te lo giuro!
Ludovica rise amaramente: Fai pure.

Finito il liceo, si iscrisse al corso di geometri, viveva in un piccolo alloggio studentesco. Subito dopo la laurea il Comune le assegnò un monolocale come orfana. Era proprio in periferia, ma poco importava! Trovò lavoro come disegnatrice in uno studio tecnico. Da lì, la vera vita adulta. Amiche al lavoro ne aveva tante, ma pensò che per la famiglia ci sarebbe stato tempo. Sognava una casa grande, un marito che la amasse sul serio, e dei figli. Due, magari tre, che corressero tra le stanze ridendo, chiamandola “mamma”, lui “papà”. Quella parola, “mamma”, dolce e sconosciuta, le faceva sempre venire i brividi. Aprire la porta di casa e sentire: Mamma, mamma, papà è arrivato! Come nelle favole.

Un giorno Ludovica stava entrando nel palazzo quando la porta si spalancò allimprovviso: un ragazzo la investì di corsa, con una borsa in mano. Appena dentro, vide una vecchietta riversa sui gradini:
– La pensione… la borsa… mi ha buttata giù. Dove sono gli occhiali? Non vedo niente!
Ludovica si lanciò allinseguimento, ma il ragazzo era già scomparso. Aiutò la signora a rialzarsi, per fortuna nulla di grave.
– Come si fa, figlia mia? Perché una crudeltà simile? piangeva la vecchia.
Laccompagnò a casa: il marito era malato a letto e non si alzava. Ludovica cominciò ad andare spesso a trovarli, portando la spesa: la pensione ormai era sparita. Fecero denuncia, ma il ladro non si trovò più, anche se Ludovica pensava d’averlo riconosciuto. Qualche giorno dopo però fu ritrovata la borsa, con dentro i documenti: almeno quello.

Da allora, Ludovica si affezionò a nonna Teresa. Il nonno, Augusto, fu visitato dai medici e migliorò piano piano. Con il tempo la chiamavano nipote, la invitavano sempre più spesso, visto che parenti non ne avevano più.

Un giorno, in autobus, Ludovica si accorse dello sguardo insistente di un ragazzo sorridente:
Signorina, che faccia familiare Ci siamo già visti?
Ludovica rise:
Non credo proprio.
Era simpatico, e mentre la accompagnava dalla fermata a casa, le raccontò tutto di sé: si chiamava Gennaro, viveva con la mamma, aveva un lavoro.
Col tempo, Gennaro iniziò ad aspettarla ogni sera davanti allufficio, la riaccompagnava sempre. Un giorno lei lo invitò a casa sua: gli offrì il tè, poi, quasi senza accorgersene, gli raccontò dellorfanotrofio. Gennaro la ascoltava serio, con lo sguardo strano, come se trattasse di dire qualcosa, ma non osava. Forse la compativa. Ludovica lo trovava piacevole, ma qualcosa la metteva in allarme.

Una sera, successe linaspettato. Gennaro entrò, Ludovica mise lacqua per il tè. Lui la raggiunse, le strinse le mani. Lei: “Gennaro, forse possiamo andare con calma?” Ma lui la strinse sempre di più, poi Ludovica gridava, e lui ringhiava: “Mi hai incastrato, lo so chi sei! Mi hanno detto che sei quella dellorfanotrofio! Ho visto pure lidentikit. Stavolta mi salvo, ma tu zitto, hai capito? Nessuno ti aiuterà, non servi a nessuno. Se parli ti sarà peggio.”
Ludovica non denunciò nulla, aveva paura dello scandalo.
Un mese dopo, la portarono via dal lavoro in ambulanza. Gravidanza extrauterina, emorragie, forse non avrebbe mai più potuto avere figli.

Nonna Teresa la accudì con dedizione, le sussurrava parole dolci, le preparava brodo e infusi per farle tornare le forze. Ma Ludovica uscì dallospedale completamente svuotata, non sapeva più come andare avanti. Smise quasi di parlare, finché un giorno i suoi passi la portarono spontaneamente al monastero della Madonna di SantAngelo, vicino al paese. Era un tardo autunno, il cielo blu profondo, le cupole bagnate doro, le campane che salivano al vento. I monaci sistemavano i giardini, ormai spogli.

Venturi, Ludovica? sentì allimprovviso. Si girò: uno dei confratelli si avvicinava ridendo di gioia. Ludovica, ti cercavo dappertutto!
Jacopo? lo riconobbe finalmente, e lo abbracciò, scoppiando in lacrime.
Lui la consolò asciugandole le guance:
Vieni a mangiare qualcosa da noi, oggi riso, pane, una fetta di torta e tè. Poi parliamo.
Non ricorda neanche bene come, ma Ludovica gli raccontò tutto di sé, e Jacopo anche. Gli avevano promesso il paradiso, e invece il patrigno lo picchiava ogni giorno. Era scappato, si era fatto male, aveva girato per anni. Al monastero, almeno, aveva trovato un po di pace.

Rientrando a casa, Ludovica pensò che la sua vita era cambiata davvero dopo aver ritrovato Jacopo. Infatti non sarebbe neppure voluta tornare: restò qualche giorno in convento. Lì presero la grande decisione. Nonna Teresa e nonno Augusto da tempo volevano intestare la casa a Ludovica, ma insieme a Jacopo avevano in mente unidea ancora più bella.

Nonna Teresa e nonno Augusto si commossero: vivere tutti insieme, nella stessa casa! Una gioia che non credevano possibile per coppia anziana e malata.

Adesso Ludovica e Jacopo Venturi sono sposati da cinque anni. Si sono trasferiti in una grande casa appena fuori Firenze. Ognuno ha il suo spazio. Nonna Teresa e nonno Augusto sono finalmente sereni: ora sì che sono la loro famiglia. E due anni fa il sogno di Ludovica si è avverato hanno adottato due bambini, Daniele e Ginevra, proprio dallo stesso orfanotrofio da cui erano venuti anche loro.

Jacopo, ricordi quando speravamo che qualcuno ci prendesse e ci portasse in una vera casa? cinguettava Ludovica felice Ora guarda i loro occhi, promettiamoci che saremo i genitori che avremmo voluto per noi.

Ora la voce dei bimbi risuona:
Mamma, dovè papà? Nonna, vieni qui, guarda cosa abbiamo costruito con il nonno!
Ludovica non vuole più ricordare il passato. Anche se, un giorno, nonna Teresa le sussurrò che avevano arrestato chi le aveva fatto del male. Ancora un crimine, e stavolta sarebbe rimasto in carcere a lungo.

Che a ciascuno sia dato secondo le sue opere. In questa vita, e nella prossima.

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