La vera donna italiana

Una vera donna

Giulia, dove ti sei cacciata?! Porta i cetrioli! Devo aspettarti ancora molto?!

La voce di Marco, suo marito, risuonava dalla cucina, attraversando lappartamento come il suono di una campana in una mattina nebbiosa a Venezia. Ma Giulia era impegnata: stava con dedizione tracciando unintensa linea di mascara, carissimo, nuovo di zecca, sopra le sue ciglia dellocchio sinistro, mentre il destro già sembrava ingrandito, grande e strano come la cupola del Duomo di Firenze riflessa in una pozzanghera. Smetteva ogni tanto di pitturarsi per ammirare il risultato, che pareva quasi uno scherzo degli specchi di un luna park. Giulia, in quel sogno, si sentiva come una creatura metà donna e metà gatta, con un occhio magico e uno normale. Di pensare ai cetrioli che galleggiavano, immersi nella vasca da bagno, non aveva proprio tempo.

Tutto era cominciato solo una settimana prima, quando Marco, lo stesso Marco che sul tavolo della cucina stava sigillando barattoli di cetriolini sotto sale per linverno, aveva improvvisamente dichiarato, con aria maestosa e senza preavviso:

Giulia, voglio che diventini una vera donna!

E, così dicendo, le aveva consegnato la sua carta di credito, gonfia di euro risparmiati durante tutto lanno.

Dire che Giulia fosse rimasta basita sarebbe ancora poco. La sua prima tentazione fu, ovviamente, quella di sollevare un gran polverone, di gridare: Ma come?! Che ci facevi con questi soldi nascosti?! Non solo la paghetta, anche i piccoli segreti?. I pensieri si rincorrevano sfrenati e vorticavano come rondini sulla piazza del mercato a Palermo. Ma, quasi sul punto di sbottare, ecco spuntare nella testa di Giulia un altro pensiero. Un pensiero che la fece sprofondare sulla sedia in cucina, dimenticandosi pure del minestrone che stava sbollendo allegramente sul fornello, quasi rischiasse di scappare dalla pentola.

Cosa vuol dire, essere una vera donna?! aveva sussurrato, come se temesse che anche i muri stessero ascoltando.

Una domanda che pareva leco di una campana sperduta nei colli toscani. Cera da impazzire: voleva urlare e spaccare il servizio buono nuovo, quello che la suocera le aveva regalato appena la settimana prima, un servizio di porcellana che Giulia aveva sognato anche da sveglia, tanto era bello. E la suocera, la signora Lucia, aveva sorriso tra le lacrime di Giulia, carezzandole la spalla:

Oh, Giulietta! Ma non fare così, tesoro mio. Per te farei di tutto basta che viviate felici!

Mai stata facile da capire, Lucia. Dopo quellabbraccio, aveva baciato il figlio e i nipoti e se nera andata, sparendo come la foschia destate. Amava passare poco tempo lontana da casa: le sue galline, le sue conserve, la richiamavano sempre come le sirene di Capri.

Giulia non le aveva mai fatto troppe domande. Portava i bambini da Lucia durante i fine settimana, curandosi di non disturbarla. Era riconoscente, visto che in famiglia, soprattutto tra parenti, non erano mai mancati i giudizi e i sospetti.

E ne aveva, Giulia, di che sentirsi in debito. Anche perché tra i parenti, quelli veri, non si finisce mai di pagare i propri sbagli, figurarsi con chi, come Lucia, la conosceva appena al momento del matrimonio, quando Marco aveva orgogliosamente portato a casa Giulia e suo figlio per presentarla alla madre. Giulia era rimasta seduta unora buona in macchina, tremante, guardando il piccolo che dormiva, sussurrando:

E se non le piaccio? E se ci manda via? Come farò, Marco? Perché tua mamma dovrebbe volerci qui?!

Ma senti, Giulia! aveva risposto Marco, meravigliato. Stai serena, non saranno mica tutti come tua zia Concetta.

Perché, vedi, Giulia aveva partorito suo figlio, Leo, da ragazzina appena diciottenne, e in paese lo sapevano tutti chi era il padre: quel Luca Fontana, che con le sue battute da giullare ronzava attorno a tutte. Ma aveva fama da lupo: Giulia gli girava ben lontana. Ma quella sera, Luca laveva seguita con la sua vecchia Fiat Panda, fermandola in mezzo ai filari di viti. Tornò a casa col vestito strappato, le guance rigate di lacrime. Entrò di soppiatto nella vecchia casa colonica, evitò di svegliare la madre malata e cercò di lavarsi via tutto nella tinozza. I singhiozzi rimbombavano tra le mura come il pianto di una fontanella in inverno.

Eppure, non si confidò con nessuno. Il medico le aveva parlato chiaro: Giulia, tua madre non può reggere emozioni forti. Lunica parente rimasta, zia Concetta, era più una roccia che un abbraccio: appena seppe, tagliò i ponti:

Hai sbagliato da sola, ora arrangiati! Tu e il bambino.

Ma Giulia resse il colpo. Sfidò la vergogna, raccontò tutto al carabiniere del paese, che sbottò:

Ma perché non siete venuta prima? Quel farabutto pagherà!

E così, Luca fu condannato e Giulia, ormai sola, fu aiutata dai vicini: qualcuno le portò vestiti per il piccolo, altri una culla di legno fatta a mano. I soldi ereditati dalla madre li dosava con parsimonia: ogni lira era oro colato.

Poi giunsero gli zii da Palermo sconosciuti e bruschi che dissero:

Qui non puoi più stare. La casa ormai è nostra. Ti daremo la tua parte delleredità, arrangiati.

Con quei pochi soldi, Giulia capì che nel villaggio non avrebbe comprato nemmeno un pollaio. E allora si arrese al vento del destino e si trasferì in città, dove almeno trovò un tetto in una porzione di casa appartenente a Tiziana, una vedova gentile, con cui instaurò un sodalizio: Dacci dentro, Giulia, qui cè lavoro e ci si aiuta.

Ed è proprio nel negozietto di alimentari di Tiziana, tra profumi di pane sfornato e cassette di pomodori, che Giulia incontrò Marco, luomo dagli occhi tristi e dai sorrisi come tramonti sulla laguna. Un uomo solo, con due bambini da crescere, abbandonato dalla moglie sparita in una notte di vento e luna piena come nei racconti di paese.

Marco non aveva coraggio di parlargli subito; si aggirava fuori dal negozio, indeciso. Ma Giulia raccolse informazioni da Tiziana, e quando si presentarono, fu lei a prendere liniziativa:

Allora quanti anni hanno i tuoi figli?

Così, in silenzio e senza troppi cerimoniali, si unirono come due fiumi che si incontrano dopo una pioggia lunga. Nessun matrimonio in grande, solo la famiglia, qualche amico, e poi subito tutti sulla spiaggia di Rimini, tra urla di bambini e castelli di sabbia. Giulia felice, come non sera mai sentita prima: Finalmente, ho una famiglia!.

Ma la vita di sogno ha sempre dei risvegli bruschi: il figlio maggiore si ammalò, e ci volle tutto il coraggio di Giulia per stare al suo capezzale, mentre la suocera badava ai più piccoli. Poi un giorno, come un fulmine nella notte, spuntò la vecchia moglie di Marco, a pretendere indietro i figli, ma Giulia tirò fuori la tigre che era in lei e difese i bambini, affrontando le carte bollate, gli avvocati, i corridoi del tribunale, finché la giustizia trionfò e Lucia la suocera si commosse, stringendole la mano:

Ora posso dormire tranquilla, Giulia!

Passavano gli anni, i bambini crescevano forti come viti di Sicilia, e Giulia, sempre un po timida e sorridente, era conosciuta da tutti nel quartiere. Piano coi gatti, ma guai a chi tocca i suoi cuccioli sussurravano le vicine che ti ritrovi le unghie di una leonessa.

E in quella notte surreale in cui il marito le diede la carta di credito, Giulia non dormì. Si rigirava, fissando il suo riflesso nello specchio, spostando i capelli come onde su una spiaggia. Che cera di sbagliato in lei? Offesa, silenziosa, lasciò Marco ai cetriolini e la mattina dopo, sistemandosi tra le lenzuola fresche di lavanda, portò i figli a scuola e corse a casa dellamica Rosaria.

Rosa, dammi un consiglio!

Rosaria era un po magica, come la fata dei libri per bambini. Portò in cucina tutte le riviste da donna che aveva: nei sogni, le pagine volteggiavano nellaria, spargendo consigli come coriandoli: Devi mangiare bene! Devi vestirti bene! Devi truccarti bene!. E le due donne sghignazzavano, con la moka che borbottava e le briciole di biscotto in bocca.

Giulia non comprò fiocchi rosa o nastri dorati, ma andò ugualmente in centro con Rosaria e tornò con rossetto di marca, una camicia da notte nuova e scarpe eleganti da principessa, che nascose subito, temendo che i bambini le usassero come contenitori di terra per le margherite.

Ma Marco non sembrò notare nulla. Proprio mentre Giulia stava per finire lultimo tocco di ombretto, la porta del bagno si spalancò e, per la sorpresa, si punse locchio con il pennello. Saltò per la stanza, cinque salti come una rana in primavera, piangendo e bestemmiando in toscano stretto.

Giulia, che hai fatto?! Marco sbiancò, ma subito la prese sulle braccia, tenero come una notte destate.

È tutta colpa tua! Che significa che non sono una donna?! Ce lho pure scritto in faccia che sono una donna!

Marco la lavò dolcemente, come si fa con un calice di cristallo:

Giulia, lo dici sempre che sono uno zuccone! Tu pensi troppo in grande, ti crei drammi per nulla Io volevo solo che usassi quei soldi per te, come fanno le altre donne: entrare in negozio e comprarsi anche solo una sciocchezza senza rimorsi!

A quel punto Giulia scoppiò a ridere, una risata da scossa sismica che fece accorrere i bambini, convinti che stesse piangendo. Ci vollero dieci minuti buoni per calmarli tutti.

La sera, quando la casa dormiva, Giulia usciva sul balcone e, con la faccia lavata dal mascara e dallemozione, sorrideva alla luna:

Tutto è posto! Ho tutto quel che mi serve

Marco la raggiungeva, accoccolandosi vicino.

Ho messo via anche lultimo barattolo sospirava lui.

Speriamo che i cetriolini vengano bene: ne avrò proprio bisogno presto! mormorava Giulia, posandogli la mano morbida e calda sulla pancia.

Stai scherzando! Marco saltava su, stringendola forte.

Non ti ho detto niente perché tra cetrioli e richieste non avevo mai il tempo!

Ma Marco non le lasciava finire la frase: prima la baciava, poi la stringeva con tutto lamore che un uomo italiano possa mai custodire.

Al cuore, proprio lì, leggermente di sbieco, dove lanima respira e la vera donna così, alla fine, anche nel sogno trova finalmente il suo posto.

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