Diario di Martina
Martina, dove sei finita?! Porta i cetrioli! Devo aspettare ancora tanto?!
Pietro, mio marito, aveva chiaramente perso la pazienza: alzava la voce dalla cucina, dove era immerso nei vasetti e nei profumi dellaceto, pronto a sigillare i cetrioli sottolio per linverno. Ma io, con tutta calma, mi dedicavo a truccarmi locchio sinistro con un mascara nuovo, spaventosamente costoso. Ogni tanto mi soffermavo, ammirata, tra la sfumatura degli ombretti (che la mia cara amica Giada diceva degni solo di una serata in teatro), il nuovo eyeliner e il primo strato: locchio mi sembrava immenso, quasi esagerato, sicuramente folle. Ma fermarmi? Nemmeno per sogno.
Ai cetrioli in ammollo nella vasca non pensavo proprio.
E tutto per una sola frase che, appena una settimana prima, mi aveva lasciata spiazzata: mio marito, lo stesso Pietro che ora borbottava ai fornelli, mi aveva consegnato la sua carta Bancomat, con i risparmi di un anno.
Voglio che tu diventi una vera donna!
Mi ero seduta di colpo sullo sgabello. Stavo per urlare, pointer finger alzato e borotalco sul viso: «Una vera donna? E io cosa sarei?!». La rabbia e il desiderio di sbattergli in faccia quella carta erano fortissimi. Il pensiero che avesse accumulato quei soldi tenendomelo nascosto mi bruciava: avrà mica mentito anche su altro? Gli uomini
Eppure, subito dopo al primo lampo ne seguì un altro, più sereno. La voglia di litigare sfumò e mi ritrovai a pensare quanti sogni avrei realizzato con quel regalo: una bella vestaglia, un profumo, forse dei nuovi sandali.
E poi, pensai subito a quel servizio di piatti costoso che la suocera, la signora Rosetta, mi aveva appena regalato. Avevo pianto dalla gioia, accarezzando ogni piatto dargento. «Ma che sciocchina sei, Martina! Per te, farei di tutto!», aveva detto ridendo, prima di abbracciarmi forte e baciare i nipotini. Rosetta non amava stare troppo fuori casa: preferiva trasmettermi il suo affetto così, a piccole dosi e con una risata genuina.
Non potevo biasimarla, daltronde le mamme italiane hanno sempre mille cose da fare, e io di certo rispettavo la sua indipendenza. Portavo i bambini da lei nei fine settimana, attenta che fossero sempre educati e rispettosi. Le regalavo un vasetto di miele, un vassoio di biscotti della pasticceria sotto casa: piccole attenzioni per una donna che aveva saputo accogliermi senza mai farmi sentire ospite.
E ce nerano, di motivi per giudicarmi: anche la mia famiglia lo faceva! Quando Pietro mi presentò a sua madre, io avevo già un passato complicato e un bimbo piccolo, Enea, stretto in braccio. Avevo paura di varcare quel cancellone, con mille dubbi. Pietro mi ripeteva: «Amore, non farti idee strane. Mia mamma ti accoglierà a braccia aperte, vedrai!». Ma io, reduci da una famiglia che mi aveva rinnegata perché portavo vergogna, non ci credevo affatto.
Invece Rosetta mi sorprese. Mi fissò attenta, poi con un sorriso mi chiese se poteva rubarmi il nipotino: «Lascia che lo metta a letto io, poverino». Senza nemmeno accorgermene, glielo passai tra le braccia. Enea non protestò; anzi, stretto a lei si riaddormentò con una ninna nanna dolcissima. Quando poi Enea imparò a dire nonna, il cuore mi si sciolse e capii che era la donna che mi avrebbe aiutata a ritrovare una famiglia.
Enea era nato presto, appena compiuti i diciotto anni. Tutto il paese ne parlava, pettegolezzi nelle vie strette come panni stesi tra i balconi. Il padre? Un tipo noto per rovinare brave ragazze… E io, consapevole del rischio, avevo sempre cercato di starne lontana. Eppure, una sera che tornavo da Pescara dove avevo visitato una zia malata, dovetti tornare a piedi dai campi perché il pullman non mi aveva voluta accompagnare fino a casa. Ed eccolo lì, Andrea Ferretti, lo sciupafemmine Che non mi lasciò scampo.
Tornai a casa col vestito a brandelli e il cuore a pezzi, cercando di nascondere tutto a mia madre malata. Il medico mi mise in guardia: per mia madre uno shock poteva essere fatale. Perciò continuai a lavorare nei campi e a portare avanti la gravidanza in silenzio.
Mia madre se ne andò prima che partorissi. Quando la zia arrivò la stessa che avevo visitato mi lasciò sola nel momento più duro: Io non posso aiutarti. Dovevi pensarci prima, ragazza mia. Ora arrangiati!. Piangevo lacrime amare, ma alla fine trovai il coraggio di raccontare tutto al maresciallo dei carabinieri. Da lì, Andrea finì in carcere. E saltarono fuori altri sette figli sparsi per il paese!
Suo padre e sua madre? La madre mi maledisse in piazza, sputandomi ai piedi. Ma fu la gente ad aiutarmi: una nuova culla, un po di vestiti, qualche vasetto di marmellata, e compagnia nelle sere dinverno. Avevo pochi soldi lasciati da mamma, ma li spesi con attenzione, sapendo bene che crescere un figlio da sola sarebbe stata unimpresa.
Fu allora che arrivarono due zii, mai visti prima nemmeno ai Natali o ai funerali. Devi lasciare casa, Martina! Era di nostro padre. Ora la vendiamo, a te resta la parte di tua madre. I soldi, ovviamente, non bastavano nemmeno per una stanza. Pensai subito che avrei dovuto cambiare vita.
Fu il maresciallo, ancora una volta, a darmi una mano: Nella frazione vicina una vedova vende mezza casa. Donna per bene, la conosco. Vuoi andare a vedere?. Ringraziai Dio per quelluomo. Così conobbi Teresa Fiorentini: accogliente, schietta, espresse subito le regole della casa (niente disordine, però ti aiuterò con Enea se vuoi lavorare, ma non chiedermi favori gratis). Accettai subito: il lavoro in bottega sarebbe arrivato tramite una sua amica.
Fu in bottega che conobbi Pietro. Era venuto a trovare la madre e lei lo aveva spedito a fare la spesa da me. Gli raccontai tutto, sorprendentemente senza filtri. Di Enea, di Teresa, della mia vita. Pietro ascoltava, silenzioso, i suoi occhi scuri attenti. Non avrei mai pensato che mi avrebbe cercata ancora E invece tornò poco dopo. Ma si vedeva che anche lui aveva una ferita aperta: la moglie laveva lasciato da solo con due bambini piccoli, la madre già presa dal nonno ammalato. Non sapeva come dirmelo, così gironzolava nella piazzetta davanti al negozio, sperando che fossi io a rompere il ghiaccio.
Quando finalmente tornò, lo spiazzai: Quanti anni ha il tuo maggiore?. Tre. E il piccolo?. Uno, come Enea. Bene dissi presentameli tu.
E così diventammo una famiglia. Il matrimonio fu semplicissimo, pochi invitati, nulla di extravagante. Per la luna di miele, Pietro ci portò tutti al mare di Rimini il mio primo viaggio in assoluto!
Però, la felicità è sempre da conquistare: il grande si ammalò e rimasi accanto al suo letto per due mesi. Poi la comparsa improvvisa della madre naturale dei bambini. Voglio i miei figli indietro! gridava. E io mi feci tigre: viaggio fino al mio paese dorigine, consigli col maresciallo che già mi conosceva, carte, tribunali, ora diventai la vera madre anche legalmente.
Lei sparì nuovamente. E la suocera, abbracciandomi forte dopo la sentenza, mi disse: Ora posso dormire sonni tranquilli, Martina.
I bambini crescevano; io restavo quella di sempre: schiva, ma sorridente, gentile ma determinata. Tutti sapevano che, se sfidavi la mia famiglia, mi trasformavo allistante. Puoi farmi arrabbiare quanto vuoi, ma toccare i miei figli è unaltra storia.
E adesso non sarei una vera donna? Tutta la notte rigirai la carta tra le mani, guardandomi allo specchio, a chiedermi cosa mancava. Non volevo parlarne con Pietro: orgoglio ferito. Così la mattina, spediti i bambini chi a scuola e chi allasilo, corsi da Giada.
Giada, dimmi la verità: che devo fare?!
Lei, che mi somiglia tanto, si mise a scartabellare tutte le riviste di moda e benessere che aveva in casa. «Bisogna mangiare sano, vestirsi con gusto, truccarsi senza sbavature…». Secondo i manuali, una donna perfetta compra cose belle solo per sé. E io? Sempre scarpe per i bambini, camicie per Pietro, il pensierino per la suocera Mai una follia per me!
Il fiocco rosa, però, non lo comprai. Ma una nuova camicia da notte, due bei trucchi di marca italiana, dei sandali altissimi e un profumo finalmente mio, li presi con Giada in centro a Bologna. I sandali li nascosi subito dietro i barattoli dellolio per paura che i maschi di casa li rovinassero giocando a calcio sul terrazzo.
Pietro non notò nulla. Stavo per finire di mettere lombretto quando, spalancando la porta, mi fece spaventare: mi infilzai locchio col pennello e cominciai a saltellare maledicendo in silenzio tutti i veri uomini. Marti, tutto bene? chiese lui preoccupato. Tra il dolore e il mascara colante, mi colse la rabbia.
È tutta colpa tua! Vuoi una donna? Eccomi, sono una donna o no?!
Mi prese tra le braccia, mi lavò il viso con dolcezza: Ma dai, ho detto una sciocchezza. Ti conosco, sai che non so parlare bene. Lunica mia idea era farti sentire libera almeno una volta di comprare quello che vuoi solo per te. Da quando stiamo insieme, nulla ti sei concessa, tutto per noi. Non è giusto!.
Scoppiammo a ridere. Ridevo così forte che i bambini accorsero spaventati, temendo stessi piangendo. Ci volle un po a calmarli.
La sera, sistemati i piccoli, mi sedetti sul gradino della porta di casa, alzai il viso pulito al cielo stellato e mi misi a ridacchiare, ripensando al caos di quella giornata.
Pietro arrivò subito dopo. Tutti a dormire, finalmente!, annunciò. Si accovacciò accanto a me, mi prese la mano.
Li hai coperti bene?
Ma scherzi?! I miei cetrioli saranno i migliori di tutto il paese!
Sorrisi. Mi torneranno utili, molto presto mormorai, posando la sua mano sul mio ventre.
Lo vidi sbiancare, poi sorridere come il sole dagosto. Ma quando me lo dicevi? Oggi i cetrioli, domani una richiesta nuova
Non lasciai tempo per parole: lo baciai, stringendolo forte al cuore, proprio lì, dove si trova il posto di ogni donna che non ha mai smesso di lottare per la sua felicità.






