Una mamma single ha portato sa figlia al lavoro ma elle ne saspettava proprio la proposta di matrimonio del boss mafioso
Il cielo sopra Milano era di un grigio così deciso che neppure lalba si faceva coraggio a sbucare; semplicemente diventava un po più chiaro, come il caffè annacquato degli autogrill.
Caterina Monti era piegata sulle ginocchia, il pavimento dei bagni dei dirigenti al dodicesimo piano era tanto freddo che pareva ridurre in polvere anche le speranze migliori, e le sue nocche urlavano per colpa della candeggina.
Lunico suono nellufficio, ormai uno scheletro silenzioso nel cuore del centro, era lo straccio che picchiettava testardo sulle piastrelle. Poi, la vibrazione del cellulare nella tasca: poche cose così subdole e puntuali nel ricordare che la realtà non prende mai ferie.
Erano le cinque in pratica ancora notte. Il display spaccato del suo vecchio telefono le arrostiva il palmo come una stufa portatile. Asilo Piccoli Sogni, aperto sempre. «Caterina, la piccola scotta», diceva dallaltro capo del telefono una voce più fredda della granita al limone. «Quaranta e mezzo di febbre. Vomita da tre ore. Siamo un asilo convenzionato, non una clinica privata. Hai venti minuti per venire, sennò chiamo lassistente sociale che la porta in ospedale.»
Click. Il vuoto dopo quella chiamata era quasi rumoroso. Il cuore di Caterina inciampò nel petto. Bianca. Il suo baricentro in otto mesi di tempesta.
Non timbrò luscita, non si preoccupò del cappotto rimasto nellarmadietto. Uscì solo, come un missile.
Laria di gennaio la colpì come le pacche del macellaio sul bancone aguzza, gelida, che le tagliava il fiato in piccoli coni di nebbia. Corse per tre isolati, scivolando con le sneakers di seconda mano su Corso Buenos Aires che brillava di gelo.
Quando raggiunse lingresso inondato dai neon dellasilo, ormai i suoi polmoni sembravano imbottiti di cocci di bottiglia.
Dietro il banco, la signora Porchetta (mai lieto nome fu dato ad asilo) le passò un esserino intrecciato in una coperta che puzzava ancora di stufato del pranzo. Bianca aveva gli occhi appannati e la bocca spalancata in un fischio stanco come il treno delle sei. Sembrava un pezzo di carbone scampato si e no al falò.
«D-devo solo portarla a casa, ho le medicine lì», mentì Caterina, la voce impastata talmente tanto che quasi le venne da tossire.
Il casa a cui tornò era un buco di dieci metri quadri in un palazzone che faceva rimpiangere il senso estetico delle case popolari. Dentro tirava più vento che fuori, visto che dalla finestra, coperta da scotch, entravano gli spifferi come a un festival degli spifferi. Il termosifone era muto da due settimane buone.
Caterina adagiò Bianca sul materasso dal pedigree incerto, con le mani strette sul cestone di plastica pomposamente chiamato “porta farmaci”. Vuoto anche quello. Il biberon di sciroppo per bambini era ormai solo una promessa mancata.
Schiacciò il contagocce, come se la fortuna dipendesse da quella sola goccia rimasta; uscì solo una bolla daria.
Vibra ancora il telefono. Era Moretti, il capo turno della ditta delle pulizie.
«Monti? Dove ti sei cacciata? Il supervisore stanotte mi sta col fiato sul collo per il dodicesimo piano.»
«La mia piccola sta male, signor Moretti. Ha ha quasi quaranta di febbre. Non riesco a lasciarla solo oggi, la prego»Moretti sbuffò. «Per questa volta chiudo un occhio, Capisci però che»
Unaltra voce ruppe la comunicazione, profonda e vellutata, segnale schiacciante dellinterfono accanto a Moretti: «Chi è con te, Giuseppe?»
Un attimo dopo, la chiamata si interruppe. Tre minuti, forse cinque, passati con Bianca abbracciata al petto, il ritmo del suo respiro che ballava una canzone stonata fra brividi e tosse. Poi, bussarono.
Al di là della porta, incorniciato dal freddo e da una sciarpa di cashmere che non stonava affatto con il fracasso di vita della periferia, cera luomo che tutti al dodicesimo piano chiamavano Il Dottore. Nessuno sapeva bene che cosa facesse, nemmeno i dirigenti ma tutti sapevano chi era il vero padrone dei conti, delle stanze, delle paure; bastava vedere come anche i capi abbassavano la testa.
Alle sue spalle, Moretti torceva il berretto fra le mani. «Mi perdoni, Dottore Pensavo solo di»
Luomo fece un cenno con due dita, come ad accarezzare una febbre invisibile. Guardò Caterina e, senza mezzi termini, le porse una scatoletta con un bollino di farmacia notturna. «Alla salute dei figli dobbiamo brindare ogni giorno, signora Monti.»
Gli occhi di Caterina tremarono su Bianca, poi sul blister di medicine nuove, come se da una fessura entrasse finalmente il sole. Balbettò un grazie che sapeva di briciole.
Il Dottore si abbassò sulle ginocchia, per guardare meglio la bambina, la sua voce unincrespatura gentile: «Le madri che combattono così per i figli sono rare, e preziose.»
Estrasse dalla tasca una lettera. «Vorrei offrirle qualcosa di più di una notte senza paura. Un lavoro vero, stabile, negli uffici sopra. Lei ha studiato, signora Monti, e nei suoi occhi cè la fame giusta. Darei la mia parola che il salario basta a riscaldare questa stanza. Le va di sposare una nuova vita? Con me, col mio nome. Se vuole, anche solo una possibilità. Senza obblighi, senza catene. Solo porte aperte da scegliere.»
Caterina non rispose subito. Accarezzò con il pollice la fronte sudata di Bianca: neanche la febbre, in quel momento, sembrava bruciare tanto quanto una nuova speranza. Guardò fuori, dove le luci della città graffiavano la notte in mille piccoli coltelli dargento.
Poi sorrise. Non perché qualcuno stesse salvando lei, ma perché per la prima volta, da tempo immemore, si sentiva capace di scegliere, di aprire una porta con le proprie mani.
Fuori, il mattino cominciava a indovinare il colore.
Con voce calma, Caterina sussurrò: «Forse per una volta, anche i miracoli sanno dove abitare.»






