Vincitrice senza amore

La vincitrice senza amore

Ecco, Sergio, è finita, disse la signora Nina Pagliarini posando la tazzina sul piattino con un piccolo colpo, che lei stessa giudicò solenne. Ora si può guardare avanti.

Mamma, ne parli come se avessi vinto un torneo di scacchi.

E non è così?

Il figlio guardava fuori dalla finestra. Marzo a Milano era umido e grigio come uno straccio vecchio. Nina Pagliarini seguì il suo sguardo: nulla di interessante da vedere.

Ti ho chiesto, Sergio, non è così?

Mamma, è semplicemente andata via. Con una valigia. Cosa cè da festeggiare?

Cè da festeggiare proprio questo: è andata via. Con una sola valigia. È arrivata senza nulla, se ne va senza nulla. Giusto così.

Alla fine Sergio si voltò. Nina Pagliarini si aspettava di trovare nei suoi occhi rabbia, delusione, almeno un po di stanchezza. Ma cera qualcosa di diverso. Qualcosa che preferì non esaminare troppo da vicino.

Claudia ci aveva messo dei soldi in questo appartamento, disse piano. I suoi soldi.

Lappartamento è intestato a me. Lho regalato a te, non a lei.

So come è intestato.

E allora di cosa parliamo?

Si alzò, prese la giacca dallattaccapanni. Nina Pagliarini notò che non aveva finito la crostata che aveva preparato apposta quella mattina. La torta era lì, tagliata a metà.

Esco, disse lui.

Dove vai?

Da qualche parte.

La porta si chiuse piano, senza sbattere. Come se Sergio avesse passato tutta la vita a non fare rumore, a non rompere nulla, a non disturbare nessuno. Nina restò a guardare la torta, poi prese una forchetta e mangiò il pezzo lasciato dal figlio. Le mele erano leggermente acidule, ma quella era lacidità giusta. Quella di casa.

Rimase in cucina, nel suo appartamento dove viveva da trentasette anni, pensando che ora tutto sarebbe andato bene.

Nina Pagliarini aveva sessantatré anni. Una donna minuta, ordinata, i capelli grigi sempre raccolti in uno chignon sulla nuca. La pensione non era male, per gli standard di Milano. Aveva lavorato quarantanni come ragioniera, sapeva tenere i conti. Proprio per questo, quando cinque anni prima il figlio le aveva presentato Claudia, Nina capì subito la situazione.

Claudia veniva da un paesino sulla Martesana, a tre ore dalla città. Era arrivata per studiare, poi aveva trovato lavoro e si era fermata, dividendo una stanza in un vecchio palazzo con altre ragazze. Semplice, discreta, una lunga treccia e lo sguardo che scivolava sempre un po di lato quando parlava. Nina era abile a leggere le persone. Lesse Claudia già dalla prima cena e capì: la ragazza puntava allappartamento.

Sergio sosteneva altro: diceva che lamava. Ma Sergio aveva sempre parlato poco, e ciò che diceva passava comunque dal filtro di Nina, che si convinceva di avere sempre ragione.

Vivevano insieme nellappartamento che lei aveva donato al figlio quando aveva ventotto anni. Un avvocato, vecchio amico, le aveva suggerito: in caso di divorzio quel bene non sarebbe stato divisibile, a meno che la moglie non lavesse co-acquistato. Nina allora non pensava al divorzio, pensava alla prudenza. Sempre, solo prudenza.

Claudia cambiò subito le tende alle finestre. Nina lo giudicò un gesto troppo libero. Claudia rinnovò il servizio di piatti. Per Nina quello vecchio era ancora perfetto. Claudia cucinava due volte a settimana, invitava Nina, la quale mangiava, ringraziava con misura e poi tornava a casa con quella sensazione vaga di qualcosa fuori posto.

Poi Claudia fece rifare la cucina. Spese suoi soldi, cosa che sottolineò nelle conversazioni col marito ma non con Nina. Nina lo venne a sapere solo a lavori fatti: nuove mattonelle decorate, pensili bianchi, carta da parati a righe sottili. Tutto troppo moderno per lei.

Signora Nina, non le piace? chiese Claudia, diretta.

Ma dai, cara, replicò, molto carino.

Carino. Con quellintonazione che faceva sembrare il termine sinonimo di terribile. Le due donne lo capirono. Ma Claudia non disse nulla. Del resto, sapeva quando tacere, soprattutto quando Nina era in attesa di uno scoppio per giustificare la propria indignazione.

Il divorzio arrivò al quarto anno. Tante le cause, nessuna davvero decisiva. Il figlio si era allontanato, sempre di più. Claudia lo interrogava, spiegava, chiedeva. Lui annuiva e si rifugiava davanti alla TV. Sergio telefonava alla madre ogni due giorni raccontando quanto le cose fossero difficili. Nina capì: ora basta.

Sergio, così non si può vivere. Né tu né lei.

Magari si sistema.

Non si sistema. Si peggiora e basta.

Poi lavvocato, poi i documenti, poi quel pomeriggio in cucina, la torta e il marzo fuori dalla finestra. Claudia uscì di casa con una valigia grigia su rotelle. Nina la vide dallalto mentre saliva in taxi, senza mai voltarsi.

Per un attimo Nina si sentì leggera, come quando la febbre sparisce dopo una lunga influenza.

Sergio Pagliarini, suo figlio, aveva trentaquattro anni. Ingegnere in una ditta edile, guadagnava bene, ma non parlava mai di soldi. Nina provava quellorgoglio tipico delle madri che hanno cresciuto i figli da sole: amore, senso di proprietà, qualcosa di indefinibile. Il marito se nera andato quando Sergio aveva otto anni, da allora loro due erano stati tutto luno per laltra, e le sembrava giusto così.

A diciannove anni Nina si era accorta che Sergio sapeva stare da solo. Ma non nel modo buono: era incapace di lottare per sé, di chiedere, di arrabbiarsi. Sapeva solo acconsentire o ritirarsi nel silenzio. Nina decise che si chiamava buona educazione e si tranquillizzò.

Dopo il divorzio Sergio restò solo un mese. Poi chiamò la madre: aveva conosciuto Martina.

Dove?

Al lavoro, a una cena aziendale.

E chi è questa Martina?

Una brava ragazza. Vieni a conoscerla?

La mamma andò. Si videro in un bar, non a casa: il primo segnale che Nina notò, senza capirlo. Martina aveva sette anni meno di Sergio, ventisette, lavorava in unagenzia di pubblicità, vestiva in modo colorato, sapeva esattamente cosa chiedere al cameriere, al menù e, a giudicare dal modo di fare, anche alla vita.

Signora Nina, disse Martina porgendole la mano oltre il tavolo, cosí sicura che pareva la padrona di casa, ho sentito molto parlare di lei.

Da Sergio?

Da Sergio.

Spero, bene, disse la madre sorridendo con la sua espressione controllata.

Un po di tutto, rispose Martina, aprendo il menù.

Nina avvertì una fitta sotto le costole, ma la attribuì alla corrente daria dellingresso.

Martina era bella. Ma non come Claudia, in modo silenzioso e un po colpevole. Lei era bella forte, sapendo di esserlo. Capelli neri, occhi scuri, rossetto perfetto. Sapeva tacere anche lei, ma il suo silenzio era diverso: quello di Claudia era pazienza, quello di Martina giudizio.

Dopo quattro mesi si sposarono. Nina lo seppe solo via telefono, un mercoledì sera.

Abbiamo firmato, oggi.

Oggi?

Sì. Mammina, non offenderti. Non volevamo fare confusione.

Non mi offendo, rispose lei. Auguri a voi.

Poi restò dieci minuti in silenzio. Innaffiò le piante, andò a letto. La mattina sembrava tutto normale.

Martina si trasferì dopo una settimana. Portò molte cose nonostante fosse fisicamente minuta. Nina trovò il corridoio invaso di scatoloni. Entrando notò che le tende messe da Claudia erano già sparite, sostituite da altre, verdi scure e pesanti che rendevano il soggiorno una biblioteca.

Martina, quelle tende dove sono finte?

In pattumiera, da dietro la porta della cucina.

Ma erano quasi nuove.

Signora Nina, non erano il mio stile.

Non cera altro da dire. Nina lo capì e tacque. Per la prima volta senza preparare mentalmente delle risposte a posteriori.

Per i primi tempi andava spesso da loro. Martina non la mandava via, ma sapeva creare unatmosfera tale che Nina si sentiva di troppo. Non usciva dalla stanza, non offriva il caffè, non chiudeva il portatile. Rispondeva breve, senza interesse e Nina iniziò a sentirsi unintrusa nellappartamento che aveva regalato al figlio.

Era una sensazione nuova. Sgradevole.

Sergio diventava ancora più silenzioso, quasi spariva. Si occupava del tè, offriva qualche biscotto, ascoltava e guardava la moglie con quellattenzione che Nina conosceva, ma di cui non voleva dare il vero nome: paura.

Ad ottobre Martina cambiò la serratura. Semplicemente. Sergio chiamò:

Mamma, abbiamo cambiato le chiavi. La prossima volta chiamami prima, apro io.

Perché cambiate?

Martina dice che è meglio così. Più sicuro.

Sicuro da cosa?

Pausa. Una lunga pausa in cui Nina capì tutto.

Mamma, è solo così che si usa adesso.

Per ventanni aveva avuto le chiavi di quella casa: prima da padrona, poi da mamma che può sempre arrivare. Ora le tolse dal mazzo e le mise in un cassetto. Sono ancora lì.

Il cenone di Natale si era sempre fatto da Nina. Sempre. Da ventanni. Prepara insalate, pesce, lalbero nellangolo, come si faceva in famiglia sua. Era tradizione.

A novembre Martina comunicò, tramite Sergio:

Questanno saremo dai miei, a Roma.

A Roma?

Sì, ci sta tutta la sua famiglia.

E io?

Mamma, capisci, non si può essere in due posti.

Nina trascorse il Natale da sola. Mise la tavola per uno, stappò lo spumante alle undici e mezza, guardò il messaggio del presidente, brindò da sola, pulì tutto e andò a dormire poco dopo mezzanotte.

La mattina dopo chiamò il figlio per augurare.

Buon Natale, mamma.

Buon Natale, Sergio caro. Tutto bene?

Bene, siamo stati bene, mamma, ti chiamo dopo ok? Martina dorme ancora.

Certo, certo.

Certo detto col tono che significa mai più, ma lui non capì.

A febbraio Martina si presentò allimprovviso da Nina. Era la prima volta. Vestita elegante, tacchi alti, sorriso abbozzato.

Entra, disse Nina. Un tè?

Volentieri.

Si sedettero. Martina osservava la cucina come chi pensa a una ristrutturazione. Nina preparò le tazze, tagliò il limone.

Signora Nina, parlo chiaro. Sergio la chiama ogni giorno.

È mio figlio.

Capisco, ma è tanto. Unora ogni sera. Incide sulle nostre serate, sui nostri programmi. Forse si potrebbe un po meno.

Nina versò lacqua. Le mani ferme.

Martina, disse piano. Sergio è adulto, decide lui.

Certamente. Ma un adulto vive innanzitutto per la sua famiglia.

Anche io sono famiglia.

Lei è la madre. È diverso.

Si guardarono, il tè si raffreddava. Se fosse stata Claudia, avrebbe abbassato gli occhi. Martina no.

Ho capito, disse Nina.

Bene, concluse Martina bevendo il tè, come se avessero parlato solo del tempo.

Dopo la sua uscita, Nina rimase a lungo alla finestra. Fuori il disgelo, una pozza sporca e il cielo grigio riflesso nellacqua. Pensò a Claudia. A quanto non avesse mai fatto cose del genere; magari qualcosa di sbagliato, ma mai così diretto e freddo.

Spinse via quel pensiero e ci mise sopra qualcosa di pesante.

Le chiamate di Sergio divennero più rare. Prima ogni due giorni, poi ogni tre. Notò, ma non disse nulla. Iniziò a chiamare meno anche lei, perché ogni volta sentiva che lui aveva fretta, rispondeva breve, diceva: mamma, abbiamo ospiti, o stiamo per uscire, e sentiva la voce sicura di Martina sullo sfondo, come quella di una speaker radiofonica.

Martina lavorava in pubblicità e guadagnava bene. Lo diceva Sergio con un tono che aveva qualcosa di dipendente. Martina comprava elettrodomestici, vestiti, viaggiava spesso per lavoro. Era una persona di azione, e quellazione sembrava ridurre ogni giorno di più lo spazio per Sergio.

In primavera Nina si presentò senza preavviso a casa loro. Sergio aprì la porta con unespressione che la fece capire tutto prima che parlasse.

Mamma, meglio chiamare.

Passavo di qui. Ho pensato di salire.

Passavi?

Sergio, abito a dieci minuti.

Martina in questo momento lavora. A casa. Non deve essere disturbata.

Io sono venuta per te.

Alla fine la lasciò entrare. Stettero in cucina. Martina non uscì mai dalla stanza. Dopo mezzora Nina se ne andò. Sulla soglia capì che era lultima volta che entrava senza avvisare. Non perché lui lo avesse chiesto. Semplicemente, non voleva più vedere la sua faccia in quellattimo.

Lestate passò tranquilla. Nina frequentava la casa al lago, coltivava pomodori e cetrioli, portava i nipoti della vicina al mare. Nipoti suoi non ne aveva. Martina diceva: è presto, la carriera, ci sarà tempo. Nina non replicava. Aveva imparato.

A settembre accadde ciò che poi avrebbe chiamato casualità, anche se di casualità, a Milano, ce ne sono poche.

Usciva dal supermercato in corso XXII Marzo. Le buste erano pesanti, camminava a testa bassa. E vide Claudia.

Stava allingresso di un piccolo studio, parlava al cellulare. Un cappotto blu che Nina non aveva mai visto, capelli corti, niente più treccia. Rideva: una risata nuova, non quella sommessa che ricordava. Libera.

Nina si fermò. Doveva tirare dritto. Invece rimase lì.

Claudia la vide, concluse la chiamata e le andò incontro.

Signora Nina.

Claudietta, rispose lei, sorpresa del diminutivo che mai le aveva dato.

Sta bene, disse Claudia. Era la frase classica quando non si sa cosa dire, pensò Nina, perché anche lei la usava spesso.

Anche tu stai bene, rispose Nina. E questa era davvero la verità.

Claudia era cambiata. Qualcosa nel suo modo di tenersi dritta, di guardare negli occhi, diverso. Stavolta non abbassava lo sguardo.

Lavori qui? chiese Nina indicando lo studio.

Sì, lo gestisco. Ho aperto la mia attività da sei mesi. Progettazione dinterni.

La tua attività?

Sì.

Ma con quali soldi? chiese Nina, e subito si pentì.

Claudia non sembrò offendersi. O, se lo era, non lo lasciò vedere.

Ho fatto due lavori per tre anni, disse. Di giorno in uno studio, la sera con lavoretti privati. Ho risparmiato. Lanno scorso ho comprato casa. Piccola, ma mia.

Nina avvertì le buste più pesanti tra le mani, come se qualcuno ci avesse caricato dei mattoni.

Hai comprato casa?

Un bilocale, viale Forlanini. Ci sto bene.

Vivi sola?

Sì. Mi piace.

Rimasero un attimo in silenzio. Auto che passavano, bambini che giocavano poco distante.

Claudietta, iniziò Nina. Ma non sapeva come continuare. Non aveva preparato il discorso. Il momento era capitato.

Signora Nina, la interruppe Claudia con gentilezza, scusi, ho una riunione tra dieci minuti.

Sì, certo.

Una buona giornata a lei.

E a te.

Claudia si voltò una sola volta, e Nina colse lespressione: non rancore, non tristezza. Semplicemente serenità. Come chi ha già deciso tutto e non vuole tornare indietro.

Nina arrivò a casa, mise via la spesa, cucinò una minestra, mangiò, pulì, si sedette alla finestra.

Aveva comprato casa. Un bilocale su viale Forlanini. La sua attività. Da sola. Un passo per volta.

Nina rifletteva: aveva vinto. Lappartamento era salvo. Il figlio ancora suo, Claudia andata senza nulla.

Solo che ora il figlio chiamava una volta a settimana, a volte ogni dieci giorni. Il Natale lo passavano a Roma dai genitori di Martina, perché così aveva detto Martina.

Claudia aveva comprato casa su viale Forlanini.

Nina si stese sul divano, occhi chiusi. Non dormiva. Era solo sdraiata. Fuori cominciava a far buio, ma non accese la luce.

Ad ottobre Martina disse a Sergio di voler trasferirsi a Roma. Milano ormai le stava stretta, lazienda le aveva proposto un posto in sede centrale; era unoccasione e non poteva lasciarsela sfuggire.

Sergio chiamò la madre la domenica dopo pranzo.

Mamma, dobbiamo parlare.

Dimmi.

Forse io e Martina andiamo a vivere a Roma.

Quando?

Non è deciso. Stiamo valutando. Volevo dirtelo subito.

Grazie davermelo detto.

Ma mamma, non la prendere così,

Come dovrei prenderla?

Freddo.

Sergio, non sono fredda. Sto ascoltando.

Unaltra pausa.

Mamma, potremmo affittare lappartamento quando siamo via. Sarebbero soldi che entrano. Tu potresti dare unocchiata agli inquilini, sei vicina…

Nina capì che dare unocchiata significava andare in quella casa dovera stata estromessa, a controllare estranei, senza chiavi.

Ci penso, disse.

Mamma, non ti abbattere. Roma è vicina, con lalta velocità sono tre ore. Torneremo.

Certo.

Certo. Di nuovo come dire mai più.

Arrivò novembre precoce e freddo. Nina già portava il cappotto spesso. Andò al mercato per le conserve invernali e incontrò la signora Lucia Ferrari, ex collega. Presero un tè al chiosco. Unora insieme.

Lucia parlava dei nipoti, della villetta, del marito che doveva andare alle terme. Poi chiese:

E tu? Come va tuo figlio? E la nuova moglie, si è ambientata?

Sì, si è ambientata, rispose Nina. Ora vanno a Roma.

Ah. E tu non vai con loro?

No.

Lucia scosse la testa. Certe persone sanno tacere in modo che il loro silenzio dica tutto.

Nina, non ti penti?

Di cosa?

Di Claudia. Era una ragazza silenziosa.

Silenziosa, sì. Ma voleva la casa, non la famiglia.

Sei proprio sicura?

Nina posò il bicchiere.

Lho vista la settimana scorsa.

E?

Si è comprata casa. Ha aperto una attività. Le va tutto bene.

Lucia la guardò a lungo. Non cera giudizio né pena, solo uno sguardo pieno. Nina abbassò gli occhi.

Allora non voleva la tua casa, mormorò la vecchia amica.

Lucia, basta.

Non dico altro. È solo così…

Tu non sai. Non lhai vista come guardava, come si comportava.

Forse. Io però vedo che tu adesso sei da sola al mercato a novembre, e Sergio sta per trasferirsi a Roma.

Nina tornò a casa a piedi, anche se avrebbe potuto prendere lautobus. Aveva bisogno di camminare. Uscire le dava lillusione di andare da qualche parte.

Dicembre portò la prima neve. Nina addobbò lalbero da sola. Prese giù gli scatoloni con gli addobbi, appese le decorazioni, accese le luci. Lalbero era bello. Ogni anno era bello.

Sergio la chiamò il ventitré: sarebbero passati la mattina di San Silvestro.

Solo per poco, chiarì. Poi andiamo dai genitori di Martina.

Ho capito.

Mamma, dai…

Sergio, sono felice se passate. Farò la crostata di mele.

Vennero alle undici. Martina, elegante, con un sacchetto: spumante e cioccolatini. Appoggiò tutto sul tavolo senza molti convenevoli. Sergio abbracciò la madre. Bevettero il tè. Martina era quasi sempre sul telefono, ma non maleducatamente, più che altro per lavoro.

Martina, un pezzo di torta?

No, grazie. Non mangio dolci.

Sergio?

Certo, mamma.

Ne prese un pezzo. Poi un altro. Nina lo guardava mangiare e pensava che forse quello era uno degli ultimi pomeriggi così, in quella cucina. Perché poi Roma, poi Martina, poi la vita che non segue mai la direzione che tu avevi immaginato.

Poco dopo mezzogiorno andarono via. Martina si fermò sulla porta, la guardò per un lungo istante. Nina non seppe leggere quel volto. Forse nulla, forse tutto.

Signora Nina, disse Martina. È unottima padrona di casa. La crostata era buona.

Grazie.

Martina annuì e uscì. Sergio baciò la madre.

Ciao, mamma.

Ciao, figlio mio.

Porta chiusa. Nina sparecchiò, avvolse la torta rimasta con la pellicola, lavò le tazze, accese la TV. Ma non guardava.

Ancora una volta il Capodanno, sola. Stappò lo spumante a mezzanotte, brindò con lo schermo, bevve un bicchiere. Guardò lalbero. Lalbero brillava per nessuno.

A gennaio Sergio disse che sarebbero partiti a marzo. Lappartamento lo avrebbero tenuto, non dato in affitto. Ogni tanto sarebbero tornati. Nina annuì al telefono, come se lui potesse vederla.

Febbraio fu un mese grigio e scivolò via. Andava al mercato, cucinava, guardava la TV, vedeva Lucia ogni tanto. Andò dal parrucchiere, tagliò un po i capelli, ma lo chignon restava. Aiutò la vicina a sistemare la cantina alla casa sul lago.

A marzo, mentre ancora rimaneva neve sui marciapiedi, chiamò Claudia.

Il numero lo ricordava a memoria. Numeri e date: la memoria di una ragioniera.

Lunghi squilli. Quasi pensava di riagganciare. Poi:

Pronto?

Claudietta. Sono Nina Pagliarini.

Pausa. Non dura, solo una pausa.

Buonasera, signora Nina.

Buonasera, cara. Vorrei chiederti se ci potessimo vedere.

Ancora silenzio. Nina guardava fuori: la strada di marzo, la neve che si scioglieva.

Perché? chiese Claudia. Non fredda, solo diretta. Come sempre.

Per parlare. Qualcosa che vorrei dire, di persona.

Pausa. Così lunga che Nina era certa avrebbe rifiutato. E avrebbe avuto ragione.

Va bene, disse infine Claudia. Sabato posso. Il bar su corso XXII Marzo, va bene?

Troverò.

A mezzogiorno.

A mezzogiorno, ripeté Nina. Grazie, Claudietta.

Sì, rispose Claudia. Poi nulla.

Il sabato Nina arrivò con un quarto dora di anticipo. Scegliette un tavolino alla finestra. Ordinò un tè. Guardava la strada: era già quasi primavera, la gente girava senza cappotto e sembrava che così il tempo corresse più in fretta.

Claudia arrivò alle dodici in punto. Solito cappotto blu. Capelli corti, un po mossi dallumidità. La salutò, si sedette, tolse il cappotto.

Buongiorno.

Ciao, Claudietta. Ti ringrazio per essere qui.

Cosa voleva dirmi?

Nina prese la tazza, la posò. La riprese. Cercava le parole.

Volevo dirti che mi sono sbagliata, disse. Su molte cose. Non su tutte. Ma su molte.

Claudia la fissava in silenzio.

Ho pensato male di te. Prima ancora che tu facessi o meno qualcosa. Non è stato giusto.

Claudia taceva.

Pensavo volessi lappartamento. Che non amassi Sergio, che fossi calcolatrice.

E adesso pensa ancora così?

No, rispose Nina. Piano, come una confessione. No. Ti ho vista a settembre, su corso XXII Marzo. Ridevi al telefono. Ho capito che volevi solo una famiglia e una casa, come tutti.

Claudia abbassò lo sguardo verso la strada. Un piccione attraversava una pozzanghera.

Signora Nina, disse piano. È buono quello che mi dice. Davvero. Ma non so cosa farmene.

Non voglio che tu faccia niente.

Allora perché?

Dovevo dirtelo. Non tanto a te. A me stessa.

Claudia la osservava. Non con pietà, non con arroganza. Con qualcosa di terzo, senza nome.

Come sta Sergio? domandò.

Si trasferiscono a Roma. Sua moglie lavora là ora.

Capito.

È diversa, disse Nina. Non come te. Diversa.

Meglio o peggio?

Nina lasciò la tazza.

Non so, disse. E forse era la prima volta da anni che diceva la verità.

Claudia accennò a un sorriso, allangolo della bocca. Non era presa in giro, era qualcosa di più.

Vuole qualcosa da me? In concreto, dico. Una mano, altro…?

No, niente. Volevo solo dirtelo.

Bene, fece Claudia. Allora vado. Ho un incontro alle due.

Sì, vai pure.

Claudia indossò il cappotto, mise mano al portafogli.

Pago io, disse Nina.

Non serve.

Ti prego, Claudietta.

Claudia la fissò un secondo, poi rimise il portafogli.

Va bene.

Si alzò, borsa in mano.

Signora Nina, disse. Non fa più male, da molto ormai. Lo sappia.

Ne sono contenta.

Non per lei. Per me. Voglio solo lei capisca: non porto rancore. Non perché lei avesse ragione. Così sto meglio io. Solo per me.

Nina annuì. Non trovava le parole. Per la prima volta dopo molto tempo.

Le auguro tutto il bene, salutò Claudia.

Anche a te, cara.

Claudia uscì. Nina la vide da dietro il vetro andare via dritta, senza fretta, il cappotto blu. Si fermò allangolo, tirò fuori il telefono, scrisse qualcosa, ripose e scomparve dietro langolo.

Nina pagò, si vestì, uscì. Nellaria il profumo di neve sciolta, quello che conosceva da sempre e le era caro. Marzo profumava di possibilità, sembrava sempre così da bambino.

Camminava su corso XXII Marzo e pensava al giorno di tre anni prima, quando Claudia uscì col trolley grigio. Rimase alla finestra a guardare. Allora si sentiva una vincitrice.

Claudia camminava diritta, senza esitazioni, senza mai voltarsi. Nina pensava che fosse dignità da perdente. Che non cambiasse nulla.

Arrivò a casa, salì al terzo piano. Aprì con la sua chiave. Ritrovò il silenzio, quello di tutte le sue sere, di ogni venerdì, di ogni Capodanno. Un silenzio familiare, intimo, il suo silenzio.

Appese il cappotto, andò in cucina, mise lacqua sul fuoco.

Fuori marzo scioglieva la neve. Da novembre cera ancora un mucchio davanti allandrone e ora spuntava la paglia di una vecchia scopa dimenticata in autunno. Nina la osservava senza parole. Pensava e basta.

Acqua bollente nella tazza. Il calore tra le mani.

Ecco la sua vittoria: casa intatta, figlio a Roma, nuora che ha cambiato le serrature e portato via le tradizioni. La prima nuora se nera andata senza niente, ora viveva nel suo bilocale a viale Forlanini, padrona di sé, una attività avviata, rideva al telefono per strada.

Nina non era una donna sciocca. Era intelligente, calcolatrice, attenta. Quarantanni tra le cifre insegnano a leggere la riga conclusiva.

La riga conclusiva diceva: è seduta in cucina con una tazza di tè. Sola.

Non perché non abbia nessuno da chiamare. Lucia cè. La vicina pure. Il figlio, lontano, cè. Sola perché la casa è vuota, e il silenzio è diventato abitudine. Non ricorda nemmeno più quando fu lultima volta che qualcuno entrò semplicemente per caso.

Claudia veniva senza motivo. Portava panini appena sfornati dalla panetteria vicino al mercato, chiusa da due anni. Nessuno glieli chiedeva. Metteva sul tavolo e diceva: Signora Nina, questi sono con i carciofi, li piacciono a lei. Nina mangiava e pensava al calcolo.

Finì il tè. Lavò la tazza. Si asciugò le mani col canovaccio con i galli ricamati, uno che aveva preso anni addietro a una festa del paese.

Poi prese il telefono, chiamò il figlio. Non perché dovesse dire qualcosa. Solo così.

Mamma? Tutto bene?

Tutto bene, Sergio. E voi?

Siamo qua, stiamo impacchettando. Tu tutto a posto?

Sì. Solo ti ho chiamato.

Ah. Allora mamma ti chiamo io stasera, finisco qui.

Sì, sì, fate pure.

Sicura tutto ok?

Tutto bene, Sergio caro.

Va bene. Ciao!

Ciao.

Posò il telefono. Marzo fuori. La scopa nel cumulo. Silenzio.

Andò in soggiorno, prese lalbum delle foto. Lo aprì.

Sergio a otto anni, alla casa sul lago, con una canna da pesca, serio come un adulto. Accanto lei, giovane, ride. Allora sapeva ridere per davvero. Poi dimenticò come si facesse, e non ricordava il momento preciso.

Pagina dopo. Sergio grande, ventotto anni. Insieme a Claudia, entrambi guardano altrove, lei lo tiene per mano. Nina ricordava di averli fotografati allora. Pensava: sta attenta a non farselo scappare.

Ora guardava e vedeva altro. Due persone che si tengono la mano. Non stretto. Semplicemente insieme.

Chiuse lalbum. Lo ripose.

In stanza era già buio, il sole spariva dietro il palazzo. Non accese la luce. Rimase in penombra ascoltando il silenzio.

Claudia aveva detto: non fa più male, da tanto. Non porto rancore, non perché lei avesse ragione. Ma perché così è meglio per me.

Ecco, forse era quella la differenza. Claudia aveva fatto per sé. Nina aveva fatto tutto per il figlio. Così accade che il figlio vive a Roma, e lei da sola nellombra con un album.

Nina non pianse. Non era tipo da lacrime in solitudine. Piangeva di rado. Lultima volta quando il marito era svanito. Tre giorni, poi prese Sergio e andarono al cinema. Mai più lacrime per quellevento.

Accese la luce. Tornò in cucina. Prese dal frigorifero il pezzo di crostata avanzata. Si mise a tavola.

Fuori era ormai notte. Il lampione aranciato davanti allingresso colorava via XXII Marzo di una luce quasi calda. Quasi.

Mangio la crostata e guardo la strada. Penso che forse sabato chiamerò Lucia. Magari usciamo insieme. Al bar o al parco, se cè bel tempo. Anche solo per stare insieme.

Poi penso che in primavera dovrei passare alla casa sul lago, metterla a posto. È piccola, due stanze, ma le piantine danno soddisfazione. I pomodori vengono bene.

Poi non penso più a niente. Continuo a mangiare e a guardare il lampione.

Il telefono sul tavolo. Il figlio non chiama più quella sera. Sarà impegnato tra scatoloni e trasloco. Nina guarda il telefono senza prenderlo. Non per offesa. Solo così.

La gatta della vicina si fa sentire un attimo dalla parete. Poi silenzio. Solita vita.

Pensa che domani andrà al mercato. Comprare qualcosa di buono per la primavera. Forse piantine. O è troppo presto.

Lava il piatto, spegne la luce in cucina, va in camera.

Prima di dormire legge sempre un po. Sul comodino cè un giallo, già a metà. Apre a quel punto, legge venti minuti, poi rilegge una pagina tre volte e non ricorda nulla.

Richiude il libro. Spegne la luce. Rimane nel buio.

Claudia va per il marciapiede col cappotto blu. Dritta, senza fretta.

Tre anni fa andava con il trolley grigio. Dritta anche allora, senza fretta. Nina allora pensava che quella era la dignità degli sconfitti.

Ora pensa diverso. Forse Claudia già allora sapeva qualcosa che lei ignorava. Forse pensava non a ciò che aveva perso, ma a dove stava andando.

Nina in quella direzione non sapeva guardare. Guardava solo indietro: che cosa ha ottenuto, cosa ha difeso, cosa ha mantenuto. La riga del saldo finale.

Saldo attuale: la casa cè. Il figlio cè. La vita va avanti.

Solo molto silenziosa.

Si gira di lato. Chiude gli occhi.

Fuori marzo lentamente diventa notte. Forse domani la neve si scioglierà ancora. Forse ad aprile sarà finita. La primavera arriva sempre, che tu lo voglia o no.

Pensa che passerà ancora davanti a quel piccolo studio su corso XXII Marzo. Non apposta. Solo se capita. Vedere come va. Se funziona ancora. Sicuramente sì. Claudia non è tipo da lasciare le cose a metà.

Ecco, lavorare lha sempre saputo fare. Fino in fondo.

Nina allora non lo vedeva. O lo chiamava con un altro nome.

Rimase ancora sveglia a lungo. Ascoltava il silenzio del suo appartamento, che era solo suo, sempre suo. Trentasette anni di silenzio.

Ancora un miagolio dalla gatta della vicina, poi il nulla.

Nina rimaneva lì, pensava e non pensava, e poi ancora. Domani comprerà le piantine. Chiamerà Lucia. Il figlio traslocherà a marzo, forse ogni tanto farà una visita a Roma. Tre ore di treno non sono tante.

Se la rivedrà Claudia, magari le dirà qualcosa di diverso. Non anche a te, non certo. Qualcosa di vero.

O forse no. Milano è grande, in fondo.

I pensieri si acquietarono, si fecero lenti, come il tram la sera allultimo capolinea. E in quella lentezza cera una quiete, non bella né brutta, solo così comè, quando tutto è successo e non si può più cambiare nulla: bisogna solo andare avanti.

Andare avanti, quello sì, le era sempre riuscito.

La mattina si alzerà alle sette, come sempre. Metterà su lacqua, guarderà fuori. Marzo starà ancora sciogliendo la neve.

E da qualche altra parte in città, nel suo bilocale a viale Forlanini, anche Claudia si alzerà. Forse prima, forse dopo. Metterà lacqua. Guarderà fuori dalla sua finestra.

Entrambe guarderanno lo stesso marzo, la stessa neve che si scioglie, lo stesso cielo che si illumina.

Solo da finestre diverse.

Infine, Nina chiuse davvero gli occhi. Fuori, la notte di marzo era diventata quasi silenziosa.

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