La donna di pietra
Mi ricordo ancora quel pomeriggio piovoso di febbraio, quando la signora Gabriella Ferrarini finì dritta al Pronto Soccorso del Policlinico di Milano. Avevano chiamato lambulanza perché qualcuno laveva trovata distesa sullasfalto bagnato, proprio nel mezzo del marciapiede, davanti a un bar di Porta Romana. Non riusciva più a rialzarsi, era stanca da togliere il fiato. Due paramedici la sollevarono e la sistemarono nella carrozzina, mentre lei scuoteva la testa, rifiutandosi categoricamente di sdraiarsi sulla barella. Una volta ripresasi, rimproverò subito lautista per lodore acre di sigaretta, e alla giovane infermiera contestò la poca solerzia. Allo specializzando, un ragazzotto dalle guance rosse, ordinò seccamente di non toccarla proprio.
E non ci tengo nemmeno, sa! borbottò lui, gonfiando le guance.
Provaci ancora, giovanotto, e vediamo chi la spunta! replicò la Ferrarini con tono tagliente, aggrappandosi ai braccioli della carrozzina e issandosi con tutta la sua imponenza, fissando i presenti come un misterioso ispettore appena giunto in visita a sorpresa. Poi strinse a sé la grossa borsa di pelle, avvicinandola al mento, e scrutò le corsie come una statua scolpita di corsa nella roccia dallo scalpello di un apprendista.
Era alta, robusta, vestita con un completo pantalone grigio, tacchi bassi da signora milanese, un trucco sobrio ma deciso, occhi sporgenti e bocca carnosa. Ai lobi pesanti orecchini dambra, la borsa sulle ginocchia, un odore di profumo deciso e fondotinta, che ora si raggrumava sulle guance sudate, disegnando le rughe in maniera impietosa.
Avanti, facciamola finita qui. Non posso aspettare, cè corrente! dichiarò di botto, indicando con la testa la folla nel corridoio.
Limpiegata della reception, capelli raccolti e sguardo severo, le tolse di mano i documenti, informando i soccorritori che da lì in poi la signora Ferrarini passava sotto la loro responsabilità, loro potevano pure tornare in servizio.
Crisi ipertensiva, svenuta in strada Non ha sbattuto la testa Pressione ora comunicava precipitoso il giovane in uniforme blu.
Va bene, Roberto, andate, qui lo spazio è poco! mormorò linfermiera, accarezzando il ragazzo sulla spalla; chissà, magari era figlio suo.
Bisogna sempre aiutare la famiglia, pensò meccanicamente Gabriella.
La testa le scoppiava, le mani le cadevano in grembo senza forza, la borsa rischiava di scivolarle a terra di continuo. Ormai le forze erano finite. Persino parlare le risultava faticoso. La bocca secca, la lingua attaccata al palato, la sete che la divorava.
Un bicchiere dacqua, per favore, chiese, forte ma senza destinatari precisi.
Nessuno la ascoltò. Intorno la folla si agitava, parenti spingevano barelle, cercavano di rincuorare malati e deliranti. Tra il viavai di camici, stethoscopi, cartelle volanti e grida che echeggiavano dagli ambulatori, la Ferrarini si sentiva semplicemente fuori dal giro, invisibile.
Chi è la Ferrarini? Dove sta la Ferrarini? domandò infine una delle infermiere, che nel pensiero di Gabriella diventava la dottoressa.
Sono qui, rispose la Ferrarini, più forte la seconda volta.
Ecco il barattolo, lì i bagni, poi il prelievo. E molli il cappello! Non siamo al Polo Nord!
Gabriella aveva dimenticato dindossare la pelliccia e il colbacco, come un personaggio di Monicelli. Sudava tanto in fronte, la testa che bruciava.
A fatica si sfilò la colbacco, provò a sistemarlo nella borsa senza fare cadere nulla. La grossa borsa di pelle italiana era stipata di incartamenti e documentiGabriella contava di uscire presto, non di fare degenze. Non poteva restare ferma, lei che era direttrice di una grande azienda di serramenti, la Ferrarini Gabriella, aveva mille forniture di doppi vetri da gestire.
La Ferrarini era sempre stata massiccia: alla nascita un gigante, poi una bambina, una ragazza, una donna fuori scala. Ma che figlia grossa si sentiva dire la madre in ambulatorio. Che piedone! le sussurravano i commessi nei negozi di scarpe. Accanto a Gabriella la madre sembrava Pollicina. Il padre, invece, era stato uno di quei veri uomini lombardi, robusto come un albero. Ma era morto giovane, spegnendosi come una candela, lasciando Gabriella orfana a otto anni.
Gabriella si era sempre vergognata delle sue dimensioni. Allasilo la scambiavano per la maestra, nessuno ci giocava volentieri. Solo nello sport, in discoteca e lancio del peso, trovò il suo posto. Qualche infortunio se lo portava ancora dietro, la spalla dolorante, ma almeno lì brillava. Fu ferita poi, confondendo linteresse rude di un collega con lamore, fece errori, crebbe, perse la madre e si trasformò nella donna rigida e muta che tutti guardavano con rispetto.
Cominciò come responsabile di amministrazione ai condomini, poi, con la crisi e la febbre degli anni 90, nacquero mille aziende. Gabriella e i suoi uomini lavoravano nei cantieri; spesso la scambiavano per un maschio, poi ci ridevano su, ma nessuno la lasciava nei guai: era dei loro. Dura, forse dura come il granito, solida, ma giusta.
Nostra pietra miliare, bisbigliavano.
La sua ditta, Finestre sul mondo, crebbe. Gabriella capì subito tutti i trucchi e divenne una piccola regina dei vetri. I dipendenti la temevano e la rispettavano. Non faceva torte con loro al the, ma li proteggeva come una roccia. Mandava le colleghe dai migliori dottori, indicava ristorantini, regalava piccoli bonus a Natale (No, nessuna recita da Babbo Natale, mi vedete con questa stazza?), sapeva tutto delle gravidanze non ancora annunciate (Sarà positivo, preparati Tiziana), delle crisi famigliari, degli esami scolastici dei figli dei suoi operai. Era tutto strettamente sorvegliato.
Non concede mai abbracci, per stare tranquilla. Così nessuno avrebbe potuto tradirla con un la nostra gigantessa.
Quando decideva di licenziare qualcuno, era solo perché aveva in mente unaltra soluzione per lui, portava sempre alternative, scaricandosi la coscienza. Se qualcuno non reggeva il passo, se ne andava. Ma la Ferrarini sapeva tenersi stretti i collaboratori più fedeli.
E lei non era un tiranno, ma una locomotiva inarrestabile diretta verso la redenzione collettiva. E guai a trovarsi sulla sua strada, schiacciava silenziosamente tutto ciò che ostruiva le rotaie. Solo per suo figlio, Matteo, era disposta a rallentare.
Mentre era in ospedale, sua unica paura era che in sua assenza saltassero i contratti con i fornitori.
Ma che cosè questa storia? Non lo faccio, lasciatemi perdere! sbottò un giorno, facendo cadere per terra il barattolino delle urine. Sono ipertesa, ho bisogno di sdraiarmi!
Non gridare, ragazza! fece eco un uomo sgradevole con la testa fasciata, seduto poco distante. Raccolse il barattolo, lo rigirò e rise. Lo faccio io per te, ma dammi il cappello in cambio. Mi piacciono le signore così grandi!
Pensaci per te! lo gelò la Ferrarini, spostandosi con la carrozzina fino al muro, lasciando i segni sulla vernice fresca.
Signora! Ma cosa sta facendo? Il muro è fresco! sbottò una volontaria con il cartellino appeso. Chi lha portata? Di chi è?
Di nessuno. Io sono per conto mio. Datemi solo lindirizzo di questa vostra struttura, che chiamo un taxi. Telefono Ah!
Dove vuole andare?! Aspetti il medico, si riposi un attimo, tentò di calmarla limpiegata.
Ma la Ferrarini già armeggiava col telefono.
Matteo? Dammelo! intimò severa a una giovane donna dalla voce impastata. È urgente. Sono allospedale e domani mi aspettano riunioni. Serve che Matteo venga qui.
Non urlava, ma sapeva essere talmente incisiva da mettere tutti sullattenti. Esponeva il problema, lasciando capire che era serissimo, poi diceva ciò che voleva.
Le rispose la nuora, Laura; disse che Matteo avrebbe richiamato fra dieci minuti.
Signora Ferrarini, cosa succede? chiese Laura. Posso passare?
Gabriella chiuse la telefonata. Ora di sicuro, di fronte al personale che le chiedeva chi è lei?, poteva rispondere: nessuno sono. Di nessuno. Tanto il figlio avrebbe chiamato quando ne avesse avuto voglia, la nuora era una ragazza che probabilmente aveva paura che la suocera le crollasse fra le braccia Nessuno che avesse un legame. Forse era meglio così.
Gabriella cercò di alzarsi; la sedia rotolò via e le gambe le cedettero, rovinando sul pavimento. La borsa costosa si svuotò, la pelliccia cadde accanto al viso come una corona spostata. Luomo trasandato le fu subito sopra, aiutandola a rialzarsi, ma infilando, tra una carezza e laltra, il suo portafogli nella tasca e sfilandole lanello dambra.
Lui le ricordava qualcuno, almeno nei tratti, ma la mente annebbiata non trovava appigli. Gabriella non provava quasi nulla, respirava a fatica, la testa di lato, mentre nel cervello la martellava una voce monotona: Tenetevi a destra, tenetevi a destra
Solitamente Gabriella Ferrarini andava in ufficio in macchina. Non guidava lei, semplicemente non amava concentrarsi sul traffico. Approfittava del viaggio per lavorare o guardare fuori. Aveva il suo autista di fiducia, Romano Galli: ogni mattina alle sette e mezza sotto casa, le spalancava la portiera, la aiutava a sistemare il cappotto, avviava lauto sulle note di Vivaldi, partiva per le strade di Milano. Anni e anni così. Romano viveva benissimo con i privilegi di lavorare per una donna di potere: farmaci per la moglie, convenzioni, pacchi alimentari di prima scelta, tredicesima e quattordicesima abbondanti Gabriella poteva chiamarlo anche alle due di notte: vola a Torino, a Firenze, ora! Romano salutava la moglie e sgasava. Nei patti cera tutto. Eppure, lei si scusava sempre del disturbo, come richiede la buona educazione.
Ma quel giorno Romano, nel cortile di casa, fu travolto da un compattatore dellAMIU che gli disfò il paraurti.
Facciamo che chiamo un taxi, signora Gabriella? Un disastro oggi! si disperava.
No, andrò in metrò, rispose lei, sistemando la pelliccia, benché già al mattino non si sentisse bene. Lì per lì non si spaventò nemmeno, lei era solida, “di pietra”, e soldi abbastanza per risolvere ogni inghippo. Tu sistema la macchina, poi portami i documenti.
Così, nuvola massiccia color grigio-ramato, si incamminava verso la metropolitana. La sua stazza, la sua imponenza facevano scostare tutti, come davanti a un monumento ambulante.
In metropolitana la calca era insopportabile. Tenetevi a destra ripeteva la voce registrata. Tutti si stringevano, anche Gabriella si teneva a destra, schiacciata contro il muro per evitare di essere urtata dagli studenti che correvano verso la linea M4. Tutta Milano aveva urgenza.
Adesso, invece, la giornata finiva: dopo il trambusto del Pronto Soccorso, le analisi, le urla, i medici e gli aghi, la trasportarono in una camera al terzo piano, la adagiarono a fatica sul letto, la coprirono. Ristabilitasi, Gabriella continuava a sentire nella memoria il comando di tenersi a destra, tenersi a destra
Nella stanza buia il profumo di medicine si mescolava a quello di biscotti alla vaniglia e grano saraceno. Gabriella li adorava ma ormai li mangiava raramente.
Dalla finestra non si vedeva viale Tibaldi, pieno zeppo di auto e luci colorate come un albero di Natale.
Gabriella ricordava bene come aveva comprato proprio quella ghirlanda di luci, da “Giocattolandia”. Era andata a prendere Matteo allasilo, lui seduto solo nella sala dattesa, la maestra stava già infilando il cappotto.
Vedi Matteo, è venuta la mamma! Avevi paura che non arrivasse, invece
Il bambino si sollevò e si pulì il viso col braccio, tirando su il tutone rosso fluorescente. Lo portava con indifferenza solo per far dispetto alla mamma; in realtà era felice di abbinarlo agli stivaletti.
Coshai nella scatola, mamma? domandò per strada.
È una meraviglia, tesoro. Una ghirlanda di luci per lalbero. Sarà bellissimo! finalmente si scaldò la statua di pietra, e lui per un attimo la vide vera.
Il bambino passò tutto il tragitto pregustando la magia delle luci colorate riflesse nelle palline. Avrebbe vantato con i compagni la novità…
Ma, una volta a casa, la ghirlanda non si accese. Il sogno si afflosciò. Gabriella, vedendo la delusione del figlio, arrotolò le luci silenziosamente e le ripose.
Andiamo a mangiare, a tavola. Devo stirare.
Dopo due giorni, la riparò un collega tuttofare del suo ufficio, ma Matteo era già ammalato e non riuscì a raccontare a nessun amico delle loro luci.
…Adesso, come se qualcuno potesse stendere una ghirlanda simile sulle strade della vita, sembrava che la sua lampadina si fosse fulminata, ne serviva una nuova.
Entrò in camera una donna minuta in divisa rosa da infermiera.
Non apra gli occhi, le tolgo il mascara. Così non le brucia. Non apra, faccio io.
Le passava uno straccetto umido sulle palpebre con delicatezza, ripetendo gesti e parole rassicuranti.
Gabriella restò immobile, accorgendosi che quel contatto le dava un piacere infantile e commovente.
La mente volò alla madre. Che non cera più, sepolta in un cimitero alle porte di Cremona. A settembre Gabriella cera stata, pagato per ridipingere la grata, sistemare la lapide storta. Aveva seminato non-ti-scordar-di-me, anche se forse era ormai troppo tardi. “Dobbiamo coprire i semi, altrimenti i piccioni li mangiano,” le ricordarono i custodi addetti ai lavori. La Ferrarini, statua in cappotto nero alle caviglie, li ignorò, allungò due banconote e se ne andò. Tanto, pensava, chi arriva a primavera?
La madre, quandera piccola e malata, le lavava il viso con un asciugamano fresco che odorava di bucato e daria pulita.
Non serve, perché vi disturbate? Mi riprendo da sola… tentò di schermirsi la Ferrarini.
Zitta, riposi. Ne ha bisogno. Ancora un attimo Così, ora i suoi occhi sono puliti. Le sciolgo anche i capelli, aspetti…
Linfermiera la aiutava a sistemarsi. Gabriella si sforzò di prendere il portafogli, ma non cera più. Si lasciò andare a un singulto.
Era la seconda volta nella vita che la derubavano. La prima era stata in metrò, tanti anni prima, quando un uomo la aveva urtata troppo da vicino. Solo alluscita, al momento di comprare il giornale, si accorse della borsa tagliata, il portafogli sparito. Dentro cera poco denaro, ma anche la foto di Matteo, una moneta fortunata e la lista della spesa. Si era seduta su una panchina e aveva pianto a dirotto, come una ragazzina, non per i soldi, ma per la borsa nuova appena comprata con orgoglio. Poi la portò dal calzolaio: ne rimase una cicatrice. Sulla borsa e sul cuore.
Ora di nuovo la stessa amarezza. Forse proprio quel tipo del Pronto Soccorso laveva alleggerita.
Non serve nulla, riposi un po. Torno con la misurazione della pressione linfermiera si allontanò, tornò dopo poco, le strinse il bracciale automatico e lasciò Gabriella scivolare in un sonno liquido e tiepido, come caramello fuso.
Intanto Matteo, rimesso dallacqua calda, si era già dimenticato della madre. Laura gli ricordò più volte di richiamarla, ma Gabriella non rispose più.
Dovremo avvertire qualcuno, Matteo. Senti lazienda, magari… suggerì Laura, seduta al tavolo.
Mamma si arrangia sempre. Avrà prenotato già la terapia intensiva, come minimo. Lascia stare.
Accese la tv al calcio, indifferente, trangugiando birra e sgranocchiando arachidi.
Laura chiamò ancora la suocera, invano, poi trasalendo raccolse la borsa per recarsi da lei.
Gabriella non sapeva nemmeno come si fa a essere teneri con una nuora. Amava con i fatti: finestre nuove in casa (Che figlio di una serramentista finisce con i vecchi vetri?), bagno rifatto, macchina nuova al figlio, abbonamento ginnico per Laura, cibo di qualità. Niente imposizionila portava a fare la spesa nei negozi migliori, la aiutava a scegliere. Allinizio Laura si schermiva, poi aveva capito: meglio ringraziare e basta.
Gabriella aveva sempre amato così, dazione, incapace di dolci parole. Tutto per Matteo. Sport, giochi, camere arredate, settimane bianche, tutto senza mai una carezza, mai un ti voglio bene. Temeva sempre di essere troppo, troppo rigida, troppo ingombrante; non si permetteva neanche di mostrare debolezza.
Quando il figlio annuncia che si sposa, Gabriella si disorienta. Solo ieri gli comprava le macchinine. Il matrimoniocome volevano loro, ma in un ottimo ristorante, con labito che Laura aveva scelto, in una boutique raffinata.,
Laura aveva provato a entrare in sintonia, ma la Ferrarini restava roccia: lavoro, cantiere, rapporti, cause.
Poi, dopo due giorni di degenza, uninfermiera le riportò portafoglio e anello: Il tipo che lha derubata è morto dinfarto. Si chiamava Nicola Buratti.
Appena Gabriella lo sentì, riconobbe quei lineamenti sportivi; era stato un campione di lancio del peso, il suo primo amore. Le aveva raccontato di essere bella, le aveva spezzato il cuore. Lui era sparito, lei era sopravvissuta. Lui morto, lei ancora lì.
Ma ora qualcosa stava cambiando. Aveva trovato Katiauninfermiera che un tempo era stata con lei durante un piccolo dramma giovanile, Zinaida, la vicina di letto, e Laura, impacciata e ingenua nuora che, chissà se per interesse o affetto, era accorsa da lei. Aveva ancora il lavoro, le piante di non-ti-scordar-di-me da seminare, il piccolo nipote visto solo su unecografia.
Amalo e parlagli sempre damore, Laura. Io non lho fatto e mi pesa, le confidò un giorno. Una donna, se non ama, diventa pietra.
E Laura annuì, commossa. No, non era di pietra la Ferrarini Gabriella; era enorme, possente ma fragile e delicata come chi ha solo dimenticato di respirare piano.
La vita, piano piano, si rimetteva insieme. E, stavolta, la roccia sentiva di poterci provare.






