Il cane Lilla ululava per tutta la notte, senza lasciare dormire la sua padrona. Quando, al mattino, sbirciò nella cuccia, la donna rimase impietrita e terrorizzata.
La notte era stata selvaggia, come se tutta la furia della natura si fosse abbattuta sulla terra. Dallalto pioveva a scrosci, come se il cielo volesse lavare via ogni impurità, ogni ingiustizia, ogni traccia di dolore.
I lampi squarciavano il buio, riempiendo laria di una luce accecante, mentre il tuono ruggiva così forte che persino le antiche mura di Bologna sembravano tremare. Gli alberi si piegavano come creature vive, battendo le fronde sulle ringhiere sotto il peso della pioggia che inondava i cortili, trasformandoli in laghetti. Sembrava la fine del mondo e nessuno avrebbe potuto dire cosa avrebbe portato il nuovo giorno.
Ma poi, al mattino, i primi raggi del sole sbucavano dietro le persiane come dita dorate. Tutto era cambiato. La tempesta apparteneva al passato. Il cielo brillava di un azzurro lavato, laria fresca profumava di terra e derba bagnata.
Giulia, stiracchiandosi dopo un sonno agitato, uscì sul balcone. Inspirò a fondo quella nuova aria, accorgendosi che tutto il quartiere pareva rinato, carico di una forza misteriosa.
Un pensiero, però, le tornava nella mente: la notte, nel mezzo della bufera, la sua fidata compagnail cane Lillaaveva iniziato a ululare in modo straziante. Non abbaiava, non ringhiava, ma piangeva, come a sentire addosso una sciagura.
Giulia in quel momento non aveva dato importanza al fattoforse sera spaventata per il temporale. Ma ora, guardando il giardino, quel disagio la investì di nuovo.
Lilla era sempre la prima ad accoglierla scodinzolando, saltando addosso per le coccole. Quella mattina, invece, niente. Rimaneva accovacciata nella cuccia, restìa a uscire.
Il cuore di Giulia si fece piccolo. E se si fosse fatta male? Con quei fulmini spaventosi Savvicinò piano e chiamò sottovoce:
Lilla, piccola, tutto bene?
Dal fondo della cuccia apparvero due occhi tristi. Lilla non mosse un passo, non saltò addosso come suo solito.
Rimase lì, le orecchie basse, lo sguardo strano, quasi a proteggere qualcosa.
Cosa succede, amore mio? bisbigliò Giulia, sentendo un brivido lungo la schiena.
Tornò dentro, prese il coltello e tagliò alcune fette di salame, la prelibatezza preferita della cagnolina. Forse ha fame, pensò. Ma neanche il profumo del salame riuscì a smuoverla. Lilla non si mosse.
Giaceva immobile, come svuotata di forze, oppurepensò Giuliasospinta da qualche istinto profondo, antico Come una madre che veglia qualcosa di prezioso.
Giulia si fece scura in volto. Cera qualcosa che non andava. Lilla non si era mai comportata così, nemmeno durante i temporali peggiori: correva sempre vicino a lei in cerca di conforto.
Ora invece la sentiva diversa, stranamente protettiva, quasi volesse impedire a chiunque di avvicinarsi. Iniziò a temere che fosse malatao peggio, che lavesse morsa una vipera, o che fosse stata colpita da una malattia grave.
Senza esitare, prese il telefono e chiamò il veterinario del quartiere, il dottor Leonardo Poggiali, da sempre amico della famiglia. Leonardo promise di arrivare il prima possibile.
Venti minuti dopo una vecchia Panda rossa entrò rumorosamente nel cortile. Ne scese un uomo alto, con i capelli argentati, gli occhiali e una borsa di pelle nera.
Leonardo Poggiali non era un semplice veterinario: aveva la fama di un uomo capace di comprendere gli animali come pochi, di ascoltare i loro silenzi.
Allora, che succede qua? chiese guardandosi intorno.
Giulia raccontò in breve del comportamento della sua Lilla. Il dottore si avvicinò alla cuccia, si mise sulle ginocchia e chiamò piano:
Lilla, dai, vieni fuori dalla zio Leonardo.
Ma Lilla ringhiò piano, restando schiacciata al muro. Non era mai successa una cosa simile.
Strano mormorò il dottore. Di solito mi saltava addosso a leccarmi. Cosha che non va?
Ho paura che abbia qualcosa disse Giulia con la voce tremante.
Forse una puntura? O un morso? Dobbiamo farla uscire, controllarla bene.
Giulia prese Lilla dolcemente per il collare. Lei non protestò, ma nemmeno pareva contenta di lasciarsi portare via.
Solo quando capì che non cera scelta, Lilla uscì lentamente, lo sguardo fisso sulla cuccia.
Cè qualcosa che si muove là dentro! esclamò il veterinario.
Giulia corse, gli si fermò accanto.
Nel fondo della cuccia, sulla vecchia coperta, cera un bambino. Piccolo, rannicchiato, con addosso una maglietta sporca, il viso segnato dal pianto e i piedi nudi.
Cosa? sussurrò il dottore incredulo.
Non cosa chi! sospirò Giulia. È un bambino! Non posso tirarlo fuori da sola mi aiuti!
Certo, certo Leonardo si aggiustò gli occhiali e si sporse con delicatezza. Lilla tornò a ringhiare, ma Giulia la calmò:
Va tutto bene, piccola mia. Lhai salvato, sei stata bravissima.
Si allontanarono, il medico sollevò il bimbo con mille attenzioni. Lui si svegliò, strofinando gli occhi, e scoppiò a piangere sommessamente.
Giulia lo prese in braccio: leggerissimo, come svuotato dalla fame. Indossava una maglietta lurida e pantaloncini a chiazze, le gambe graffiate.
Come ti chiami, piccolo mio? chiese piano.
Il piccolo non rispose, fissandola solo con grandi occhi impauriti, pronto a indietreggiare.
Devo chiamare la polizia disse Giulia, decisa. Questo bimbo lo staranno cercando.
Il veterinario però la fermò:
Aspetta io lo conosco. È Riccardino, il figlio di Patrizia la Patrizia che ricordi dalle elementari.
Giulia trasalì. Patriziaquella ragazza solare, bellissima, poi scomparsa nel baratro dei guai.
Aveva preso la strada sbagliata, invischiata nella piccola criminalità. Il tribunale le aveva dato una seconda possibilità, ma lei era scivolata ancora: piccoli furti, qualche mese dentro. In carcere era nato Riccardo. Lo avevano affidato a una casa famiglia.
Ma non era appena uscita? chiese Giulia.
Sì. Lha ripreso con sé. Ma, diciamolo se lè riportato a casa, ma non certo per crescerlo con amore. Più per farsi vedere che anche lei era madre.
E invece sempre con la testa annebbiata, dormiva tutto il giorno e lasciava solo il bambino. A un bimbo così cosa resta? Fame e paura.
Giulia sentiva dentro di sé montare la rabbia e una tristezza infinita. Pensava a come lei stessa avesse sognato un figlio, e la vita le aveva negato quella gioia per ben due volte.
Ora aveva tra le braccia una creatura fragile, abbandonata come un giocattolo rotto.
Resta qui con noi, disse decisa. Gli do da mangiare, lo copro, gli faccio il bagno. Poi porterò io Riccardino da Patrizia. Che veda con i suoi occhi cosa ha fatto di suo figlio.
Prese acqua calda, sapone delicato, un asciugamano soffice. Lavò Riccardo con una cura commovente, come se fosse stato suo da sempre. Poi lo avvolse nella sua maglietta, lo mise sotto il plaid e laccompagnò a tavola. Il bimbo mangiava in silenzio, vorace, come aspettandosi di essere scacciato da un momento allaltro.
A quel punto entrò Luca, il marito di Giulia. Alto, robusto, lo sguardo buono.
Amore serve qualcosa? Ho preso il pane Si bloccò. E questo chi è?
Riccardino. Lo abbiamo trovato nella cuccia di Lilla.
Luca guardò il bambino, poi la moglie. Sapeva cosa provava Giulia ogni volta che vedeva un bimbo: il dolore di non averne mai avuto uno tutto suo.
Va bene, disse piano. Cosa serve?
Vai a comprare scarpe, vestiti. Tutto nuovo, mi raccomando.
Luca non fece altre domande. Uscì. Unora dopo tornò carico di sacchetti: abiti, scarpe, una macchinina rossa con le ruote lucide. Per la prima volta, Riccardo sorrise.
Più tardi, quando il bimbo si addormentò, sussurrò tra i singhiozzi:
Non voglio tornare dalla mamma
Dormi, piccolo, sussurrò Giulia. Nessuno ti porterà via.
Luca abbracciò la moglie.
Non vuole tornare là E lo capisco.
Andrò io da Patrizia. Voglio capire.
La casa di Patrizia era un cumulo di macerie, finestre rotte e odore di vino, fumo e disperazione. Dentro era buio, sporco, vuoto. Quando Giulia entrò, le si strinse la gola.
Chi sei? grugnì una voce roca. Che vuoi?
Sono Giulia, Patrizia Andavamo a scuola insieme.
Ah non ti avevo riconosciuta. Che vuoi.
Ho trovato tuo figlio, Riccardo. Era nella cuccia. Era scalzo, affamato, tremava.
E con ciò? Sarà saltato fuori a giocare. Che ti interessa?
Sei una madre! Come puoi parlare così?
E tu chi sei per giudicarmi? Ridammi mio figlio, o giuro che il prossimo giro lo riempio di schiaffi!
Non tornerà da te, disse Giulia fissandola negli occhi. Chiamo la polizia. Un bambino non deve vivere in questinferno.
Patrizia sabbassò allimprovviso.
No ti prego, non la polizia lui è il mio sangue lunico che ho
Allora datti una svegliata, ripulisci la casa, cambia vita. Solo così ne riparleremo.
Passò una settimana. Nessuno si fece più vedere. Un giorno Giulia tornò da Patrizia e trovò una scena triste: la donna senza vita nel letto. Arresto cardiaco da abuso. Nessun parente. Nessun futuro.
Alla sepoltura cerano solo Giulia e Luca. Fu allora che decisero: Riccardino sarebbe diventato loro figlio.
I mesi passarono tra mille pratiche, domande, permessi. Finalmente, lufficio competente li autorizzò. Riccardino portava ora il loro cognome, andava a scuola, rideva.
Due anni dopo. Era di nuovo primavera. Riccardo correva nel cortile, diventato ormai grande, giocando coi nuovi cuccioli di Lilla che proprio quella notte aveva vegliato su di lui.
Vai piano, amore! urlava Giulia.
Lascia correre, rideva Luca, sistemando il cappellino sulla testa della piccola Laura, nata miracolosamente lanno prima.
La bambina, seduta sullaltalena, li guardava sorridendo, blaterando le sue prime parole felici. In quellistante, la felicità sembrava completa. Erano una famiglia. Non solo per il sangue, ma per una scelta damore.
Questa è la forza della gentilezza, della pietà e dellamore autentico
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