Tre fili. Tre destini

Tre fili. Tre destini

Che cosa ha detto? Vera, non ho sentito bene, cosa hai detto? Elena Vittoria si sporge un po in avanti verso la sua amica, Vera Paola, che cammina al suo fianco.

Vera inizia a spiegare nei dettagli di cosa parlavano poco prima la madre e la bimba di circa sette anni che erano appena passate davanti a loro.

Cè un bullo a scuola loro, e lei gli ha detto…

Vera parla a voce alta, quasi gridando lungo tutta la via. Elena ascolta con attenzione, non la interrompe, poi si gira, cerca con lo sguardo la bambina e le fa un cenno.

Brava, pulita quella bimbetta. Solo che è proprio troppo sveglia! conclude.

Perché? Elena Vittoria si sorprende, afferra la sua amica sottobraccio, la spinge avanti, perché il semaforo è verde già da un po e le auto, incolonnate, aspettano che le due donne attraversino la strada.

Cosa? Non ho capito, Elena, che dici? chiede Vera, guardandosi attorno spaesata, poi si stringe la borsa addosso e con passetti rapidi raggiunge il marciapiede.

Ti chiedo perché dici che è troppo sveglia? ripete forte Elena.

Ma dai… così, ecco.

Elena Vittoria a volte non ama spiegare i propri ragionamenti; sarà pigrizia, o forse, pensa lei, è evidente.

La bambina vuole educare quello scansafatiche? Gli fa la predica, lo corregge? Eh no, ragazza mia, così non funziona Non va!

Elena scuote la testa, mentre Vera sospira. A volte lamica è insopportabile nella sua riservatezza misteriosa. Eppure, senza di lei, questo mondo così cambiato, rumoroso e acceso, sarebbe insopportabile da affrontare.

Elena Vittoria e Vera Paola sono vicine di casa. Vivono in due appartamenti al piano terra di un vecchio edificio, senza scale né ascensori, con lingresso direttamente sulla strada. Le loro abitazioni sono ricavate da ciò che un tempo era la rimessa di una nobile villa dellOttocento, una volta appartenuta a un cavaliere di ventura, poi passata a un noto intellettuale. Insieme alla moglie, questuomo ha trasformato ledificio principale in un liceo artistico, mentre le dépendance e gli annessi sono diventati laboratori per artisti.

Col tempo la storia ha scombinato quella vita lenta e ordinata. Ora, lex stalla, edificio basso e semicircolare, è stato trasformato in piccoli appartamenti. Molti residenti sono andati a vivere altrove, in case più nuove, luminose, più grandi. Ma Vera, Elena e la loro amica Tiziana tengono duro, ignorando offerte dacquisto, proposte di scambio e promesse daiuto nel trasloco.

Società, studi, piccole attività e imprenditori fanno a gara per mettere le mani su quel lembo di centro storico fiorentino: siamo in Via de Bardi, a due passi dal Ponte Vecchio. Anche se ledificio principale ospita ora la scuola darte, vi sono ancora piccoli corpi di fabbrica e casette non ancora cedute.

Tuttavia, queste donne, fragili e già avanti con gli anni, difendono il loro angolino fino allultimo. Qui hanno vissuto tutto, qui vogliono finire la loro storia.

Andiamo da Tiziana, annuncia Vera davanti, con una scatola di dolce in mano. Dobbiamo farle gli auguri.

Cosa dici? Parla chiaro, Vera! Guardami, che ti leggo il labiale! chiede Elena Vittoria, tirando la manica dellamica. Ha paura, una vergogna sottile: forse un giorno Vera perderà la pazienza e la lascerà. Sordità e vecchiaia fanno paura e danno fastidio.

Ma Vera, paziente, si ferma, si china verso il volto dellamica, scandisce bene le parole.

Ah, giusto. Tiziana ci ha invitate… Me lo ricordo! conferma Elena con sollievo. Il malinteso è passato, si può andare.

Tiziana Federica oggi festeggia il compleanno della figlia. Lidia non è più giovane, lavora in unazienda, viene poco. Dovevano festeggiare nel weekend, poi hanno rimandato. Ma Tiziana non se la prende.

È colpa mia, dice Tiziana, mentre le ospiti si accomodano attorno a una tavola semplicissima ma festosa. E non voglio sentire una parola contro la mia ragazza! aggiunge, ma nessuno la contraddice. Di Lidia si parla solo bene!

Vera le carezza la mano agitata, minuscola e fragile. Quella stessa mano con cui Tiziana, da ragazza, sradicava le erbacce dal cortile per il piccolo orto, subito dopo la guerra. Quella manina reggeva la vanga pesante, scavava nella terra argillosa; poi, gentile come se accarezzasse un passerotto, spargeva semi nei solchi.

Erano tempi di fame, di difficoltà. Le madri delle tre bambine lavoravano tutte allospedale Santa Maria Nuova, tra cliniche e corsie; le figlie restavano sole, mangiavano quel che capitava. Le madri portavano a casa il pane, a volte un po di burro dal sapore strano, quasi segatura. Tiziana, Vera ed Elena non si lamentavano, sapevano che così era per tutti Ma loro avevano lorto! I semi li avevano ottenuti da uno strambo vecchio agronomo, zio Prospero, che viveva accanto. Prospero Nicanore viveva in un alloggio di fortuna, litigava con tutti, fumava tanto che laria era densa. Però le ragazzine le adorava: così vive, genuine! La loro giovinezza scacciava la malinconia.

Belle mie, venite qui, li chiamò una volta Prospero. Prendete questi semi. Piantate, vedrete che bontà. Vi insegno io!

Allinizio le piccole non ci credevano, ma zio Prospero aveva ragione. Crescevano due belle verze, i cetrioli strisciavano, fiorivano piccole stelle gialle sotto le larghe foglie. Solo il prezzemolo non ebbe fortuna.

Quante volte Prospero le rimproverava: Avete rovinato il raccolto! Poi sbolliva, regalava un tozzo di pane secco, e le rincuorava.

Vedrete, la guerra finirà, torneranno i vostri babbi, e faremo un giardino che tutti ci invidieranno! prometteva. Ma lui non arrivò alla fine della guerra. Vera, Elena e Tiziana lo piansero, videro portar via il suo corpo. Allora la morte era di casa, ma quando tocca una persona cara fa più male. E i papà non tornarono più; il giardino lo fecero senza di loro…

E ora Tiziana, ormai anziana, seduta in carrozzina, con Vera che le accarezza la mano, ed Elena che taglia larrosto e i cetrioli. Sul tavolo ci sono anche i bicchierini da liquore. Tiziana ama il liquore al mirto, per lei è una tradizione. Così brinda alle salute di Lidia, alla speranza che le gambe riprendano a funzionare, che linverno sia clemente con le ossa stanche.

Tiziana è rimasta immobilizzata a causa di una brutta caduta invernale sul ghiaccio: niente di grave, sembrava, ma il giorno dopo le gambe non si muovevano più. Terrorizzata, non riuscì a raggiungere il telefono, la forza ormai mancava. Negli anni si era appesantita; i medici parlavano di ormoni, ma lei sapeva: è solo vecchiaia.

Sentiva Vera uscire, buttare le briciole ai colombi; poi vederla passare sotto le finestre basse delle loro casette, pavimenti freddi in inverno, le pantofole ai piedi forzatamente, tutto era visibile come in uno schermo. Ecco Vera in tv… va a fare la spesa. Tra poco si vedrà anche Elena, che dormigliona… pensava Tiziana.

Non si decideva a chiamare aiuto. Stava lì, gelava; lottobre freddo aveva spazzato via ogni calore. Aveva fame, doveva andare in bagno…

Le amiche si allarmarono da sole. Quando mai Tiziana non accende né radio né grammofono a colazione? Dorme? Mai! Lei ha il timer dentro!

Cominciarono a bussare, prima Vera ed Elena, poi il portinaio. Alla fine, a insistenza delle due donne, il portinaio sfondò la porta. Entrò con un colpo di spalla, seguito da Elena e Vera.

Tiziana! Dove sei? Rispondi, subito! gridava Elena Vittoria, ormai completamente sorda per lagitazione.

Viddero Tiziana a terra, capirono tutto, mandarono via il portinaio.

Che vergogna! Ragazze, non guardatemi! si lamentava Tiziana, mentre Vera già si occupava di cambiarle le lenzuola, lavarla, vestirla. Vera era abituata, aveva accudito a lungo il marito invalido, un restauratore caduto dai ponteggi. Otto anni prima laveva salutato per sempre, con sollievo misto a dolore.

Ha sofferto troppo, diceva sulla tomba. Ora riposa, è libero. Lassù, indicando il cielo, torna come nuovo.

Che uno così pignolo e litigioso sia finito in Paradiso, le amiche non lo capivano, ma la lasciavano credere…

Tiziana fu portata in ospedale; la diagnosi fu senza speranza. Pianse tutta la notte, convinta che fosse una punizione divina.

Ma che cosa avresti mai fatto? domandavano le compagne di reparto.

Ce nera, secondo Tiziana. A diciannove anni aveva avuto una figlia da un compagno di liceo di cui era innamorata. Si frequentavano, facevano i compiti insieme, poi accadde ciò di cui Tiziana si vergognò perfino con Vera ed Elena. Finito il liceo, si scoprì incinta. La madre la punì, la mandò in ospedale, magari si poteva rimediare. Ma no, le dissero solo di partorire. La madre di Tiziana offrì soldi ai dottori, cercò chi accettasse il peccato, senza riuscirci. Tiziana scappò in campagna da una zia. Lì nacque Lidia, vissero due anni tra campi e lavoro. La madre veniva pian piano a vedere la nipote.

E il padre della bimba? Si tirò indietro. Perché rovinarsi la carriera, la vita, con università e progetti allorizzonte? Meglio lasciar perdere, disse la famiglia di lui. Tiziana e Lidia, fuori posto!

Quando Lidia aveva due anni e mezzo, la madre la richiamò a Firenze. Vera ed Elena erano fantastiche tate: Lidia saltava da una casa allaltra, tre paia docchi la seguivano la nonna, Vera dagli occhi ancora acuti, Elena dalla tenerezza infinita.

Trovavano buffo che una di loro fosse già madre: sembrava elevarsi in rango, ma poi capirono, no, era la solita, solo più stanca.

Tiziana finì luniversità a distanza, lavorava, cresceva Lidia. Sua madre morì quando la figlia aveva nove anni.

Quando al lavoro arrivò una delegazione straniera, cera un bellissimo francese. Lamore scoccò, nessuno lo fermò, nemmeno gli incontri coi superiori e le raccomandazioni. Lamore fa crollare tutto.

Vera e Elena spalancavano gli occhi quando Pierre portava regali a Tiziana: abiti, bambole, servizi da tè. Poi la chiamò a Parigi.

Ha una villa bellissima vicino a Versailles, cè tutto quello che si può desiderare! Ci sarà una stanza anche per me, e… raccontava Tiziana emozionata.

E Lidia? chiese subito Vera.

Lei resta per ora qui, appena mi sistemo, la porto con me… si giustificava Tiziana, con la testa tra le nuvole.

Mamma, dovè il mio biglietto? chiese Lidia tornando da scuola, seria. E a scuola cosa dirò…?

Tu resti, Lidia. È troppo presto, è meglio così. Io torno e ti porto con me. Intanto starai con…

Il rumore della preziosa coppa di Pierre frantumata a terra la fece trasalire. Seguirono piatti, tazze, tutti i regali volarono contro il muro.

Lidia poi confidò a zia Vera che quel giorno si sentì morire. Come se qualcuno le avesse tolto laria, uno strangolamento che non lasciava respiro.

Tua madre tornerà, vedrai. Non potrà fare a meno di te, disse Vera. Allora dovrai decidere: la perdonerai o no? Tu sei libera. Non giudicherò tua madre. Ma… sai, a volte ci si lascia tentare dalla promessa di una vita migliore. È una debolezza…

Anche Vera ci era cascata. Una sconosciuta per strada le vendette a caro prezzo una pelliccia, poi risultò un sacco di stracci. Anche lei desiderava un po di bellezza. Senza risultato…

Tiziana partì. Lidia non andò nemmeno a salutarla in stazione, ignorò lettere e notizie. Tiziana seppe della figlia solo da scarni messaggi delle amiche.

Tornò dopo sei mesi troppo tempo per una ragazza. Lidia la detestava, buttò via i regali.

Almeno ti sei sposata? chiese Elena a bassa voce.

No, rispose Tiziana mestamente. La famiglia di Pierre disse che una donna con figlia non va bene, suggerì di lasciar perdere, è poca cosa dissero. Sai, sussurrò, quando lho capito, e visto Pierre daccordo, ho sputato sul loro pavimento lucido e me ne sono andata. Pensi che Lidia mi perdonerà?

Elena scrollò le spalle: Un giorno, forse. Deve crescere, vivere anche lei lamore, capire. Ma, te lo dico, Tiziana, non ti giustifico. Sei stata crudele, perdonami la schiettezza.

A quel punto sia Vera che Elena erano sposate e avevano un figlio; non avrebbero mai abbandonato la famiglia, nemmeno per poco.

Tiziana si sentiva punita per quella colpa. Per questo il suo corpo era a metà.

Lidia assunse una badante per la madre, ma era fredda, impersonale. Tiziana non ne poteva fare a meno, ma un giorno la badante la scottò con lacqua bollente per sbaglio e scappò lasciandola nuda, in lacrime, col dolore atroce a bruciare la schiena.

I muri sottili lasciavano passare ogni rumore. Vera accorse di corsa. Avevano già una copia della chiave di Tiziana. La salvarono. Da allora Vera diventò la sua assistente.

Ma dai! Non posso accettare! Che vergogna! si schermiva Tiziana. Almeno lasciami pagare!

Tieni i soldi per altro, sibilò lamica. Sei proprio testarda!

Non avevano segreti, altro che vergogna! Da ragazzine andavano insieme ai bagni pubblici, alle visite mediche, conoscevano ogni neo luna dellaltra. Si aiutavano a sopravvivere quando i bombardamenti scuotevano Firenze. Prendersi soldi ora? Mai.

Chiuso il discorso soldi, Vera aiutava Tiziana, poi usciva con Elena; questultima, con ludito perso, era disorientata, rischiava di essere investita. Vera le offriva braccio e camminavano lungo Via de Bardi, facendo tutto langolo della riva dArno, magari sedendosi in una piazzetta o in mezzo ai bambini che giocano. Ricordavano i loro ragazzi che da piccoli si arrampicavano sui tigli dei giardini interni. Firenze profuma di tiglio a maggio; Elena raccoglieva i fiori, ne custodiva la fragranza, le tre donne avevano un giorno allanno dedicato al tè del tiglio a casa di Elena, con porcellane e dolcetti.

Parlavano della vita: Tiziana narrava storie di Parigi, Vera degli artisti incontrati al museo degli Uffizi, Elena, che lavorava alla manifattura Pirelli, parlava meno: ludito si riduceva, temeva che le amiche se ne accorgessero.

Durante la guerra unesplosione quasi le causava una commozione cerebrale e i problemi alle orecchie rimasero a lungo. Da allora il suo ascolto si affievolì via via.

Elena conobbe il marito al lavoro, di dodici anni più vecchio.

Che ci farai con una come me? si schermiva lui, nascondendo il viso segnato dal fuoco. Troverai uno più giovane e bello, e morirò dal dolore.

Si sposarono, passarono la prima notte insieme (Elena era molto riservata su certe cose). Lui la vegliava, ascoltava il suo respiro, il ticchettio dellorologio, la pioggia sul tetto, ogni sfumatura della sua voce. Si addormentò solo allalba. Elena lo guardava, non la spaventavano le cicatrici, i capelli bianchi gli davano fascino, gli occhi, quelli erano sempre di un ragazzino.

Ivan fu lunico amore di Elena. Il cielo lo portò via presto, a cinquantacinque anni. Andò a dormire la sera, la mattina non si alzò più. Se ne andò in pace. Elena lo vegliò piangendo, temeva che le lacrime potessero bruciargli la pelle: erano calde e salate.

Il figlio Giorgio chiamò le vicine; le donne la portarono via, consolarono il ragazzo. Si piangeva insieme. Lidia, sgomenta e impaurita, capì quanto fosse importante sua madre e iniziò, pian piano, a perdonarla.

Il marito di Vera non piaceva a nessuna delle amiche. Come diceva Tiziana, è dolce fuori, ma duro dentro. Calcolatore, prometteva, ma allatto pratico non faceva mai nulla. Bisogna comprare le tende nuove? Sì, ma con calma, prima risparmiamo per il frigorifero.

Arrivato il frigorifero, bisognava trovare il trasporto, ma Andrea si lamentava dei costi, rinunciava a tutto, buttava via il biglietto, ripeteva che la vita era cara.

Vera aspettava a casa; tutto pronto, la presa elettrica sistemata, ma Andrea tornava a casa furioso, polemico, battendo il pugno sul tavolo.

Perché ti sei sposata con lui? chiese Elena sottovoce, dopo che Andrea rifiutò anche lacquisto di un armadio.

Avevo paura che nessuno mi guardasse più. Siete belle voi, io una topo… Chi mi vorrebbe? Vera piangeva amaramente.

Divorzia! protestavano le amiche. Basta sopportarlo!

Non posso. Abbiamo un figlio. Non si può distruggere tutto solo perché sono delusa da un uomo. Michele vuole bene al padre, vanno daccordo! Non capirebbe. No, no ragazze…

Elena e Tiziana scrollavano la testa, si spazientivano con Andrea. Poi, improvvisamente, Vera sbocciò: allegra, camminava leggera.

Che cè? chiese Elena. Cosa ti fa sorridere, con un marito così?

Vera arrossiva, poi raccontò con tenerezza:

Mi sono innamorata. Cè un uomo, buono. Ora so cosa vuol dire sentirsi protetta…

Pianse, ma Elena sapeva che con i suoi principi Vera non avrebbe mai divorziato, sarebbe restata prigioniera della colpa.

Quella storia durò a lungo. Finì quando Michele, cresciuto, partiva per luniversità e Andrea, il padre, fu colpito da ictus sul lavoro. Cadde, non si riprese più. Vera fece la sua infermiera, si incolpò, chiedendo perdono mentre lui, ridotto al silenzio, poteva solo mugugnare.

Quando lui morì, laltro le propose di sposarsi, ma lei rifiutò.

Michele non capirebbe. Sarebbe un tradimento, sono già in colpa verso Andrea.

Luomo se ne andò da Firenze per sempre. Non le scrisse né le telefonò mai più. Non riuscì a liberarla dal senso di colpa, peccato. Vera gli doveva anche frigorifero e mobilio nuovo, ma un posto da marito non lo ebbe mai.

Gli anni scorrevano, le vicine invecchiavano insieme al loro edificio semicircolare dai tigli altissimi, che proteggevano il cortile. Alla scuola darte nascevano talenti, gli spettacoli aperti erano seguiti dalle tre vecchiette: Tiziana in carrozzella con la coperta sulle gambe e il colletto di pizzo, Vera dritta, elegante con abito marrone e cintura ricamata, Elena per compagnia, poco udente, in tailleur grigio, scarpe comode e la borsa lisa, con lo sguardo sereno da artista nascosta.

Tutte con guanti di pizzo, ricordo di Parigi…

Smettila di darti la colpa, Tiziana! dice Vera tagliando la torta. Lidia è cresciuta, è madre anche lei, ha capito cosè lamore. Può odiare Pierre, giustamente, ma ama te.

Vero, aggiunge Elena. Da giovani si è spietate, poi arrivano le sfumature. Lidia ha sofferto, ma ora è maturata. Pierre, quello sì, era furbo…

Alzarono ancora il bollitore, non più a legna come una volta, ma sempre bello. Rispecchiava le mamme passate: patrimonio di famiglia.

Fuori piove ancora sulle foglie. Lautunno si avvicina, ma il tepore resiste.

Nel cortile, una macchina frena, le ruote sfiorano lasfalto bagnato. Tacco rapido sui gradini, una sagoma alla porta. Tiziana si irrigidisce, ascolta.

Il campanello risuona. Vera apre, accoglie Lidia, la bacia, la indirizza in cucina.

Ti aspettava, è in ansia. Vai, bambina, vai! Buon compleanno, cara!

Lidia porta un mazzo di dalie viola con centro giallo, i preferiti della madre. Dietro il bouquet non si vede la festeggiata, che piange. Piange per incredulità: non crede ancora di essere perdonata, o forse è lei che non sa perdonarsi… e gioisce. Oggi è nata sua figlia: una bambina dai capelli rossi, il suo gattino in coperta rosa. È felicità!

Se oggi vi affacciate alla finestrella di questa casetta semicircolare in via de Bardi, dietro la villa dellantico cavaliere, vedrete tre vecchine felici. Ridono, bevono tè, ricordano il passato e aspettano, aspettano… Figli, nipoti, pronipoti, chi dà senso alla loro vita. Presto se ne andranno, ma prima vogliono stringere i propri cari. Questo è il vero tesoro.

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