Il cane Aska ha ululato tutta la notte, impedendo alla padrona di chiudere occhio. Al mattino, guardando nella sua cuccia, la donna è rimasta pietrificata dalla paura

Il cane zampa tutta la notte, non lasciando dormire la padrona. La mattina, affacciandosi alla cuccia, la donna rimane pietrificata dalla paura.

Quella notte infuriava un temporale che sembrava racchiudere in sé tutta la rabbia del cielo. Pioggia scrosciante batté con forza sulle strade di un paesino tra le colline umbre, sembrava volesse lavare via ogni angoscia e sofferenza dagli antichi vicoli di Perugia e delle sue campagne.

Fulmini squarciavano la notte illuminando a giorno le persiane chiuse, il tuono rimbombava tra le case creando un senso di inquietudine che arrivava fino alle ossa. Gli alberi si piegavano sotto la furia del vento, i rami colpivano i cancelli arrugginiti e lacqua invadeva i cortili trasformandoli in laghetti improvvisati. Era come se il mondo fosse precipitato nel caos, nessuno poteva immaginare cosa avrebbe portato lalba.

Ma quando le prime luci del sole filtravano tra i tendaggi, la tempesta era passata, lasciando dietro di sé solo un senso di pace e un odore fresco di terra bagnata e erba nuova.

Giulia, stanca dopo una notte agitata, uscì in veranda e inspirò a pieni polmoni quellaria pulita. Sembrava che la natura si fosse rigenerata e intorno tutto aveva ripreso vita.

Poi ricordò un evento inquietante della notte: nel mezzo della bufera, la sua fedele compagna – la cagnolina Zampa – aveva iniziato a ululare mestamente. Non aveva abbaiato, non aveva ringhiato, ma ululato, come solo chi avverte un presagio sa fare.

Giulia non ci aveva fatto molto caso forse il temporale laveva spaventata ma ora che osservava il cortile, un sottile filo dansia le percorse il petto.

Zampa, di solito, la accoglieva scodinzolando, saltellando gioiosa. Stavolta invece giaceva nella cuccia e non si affrettava a uscire.

Il cuore di Giulia mancò un battito. Forse si è fatta male con la tempesta? pensò I fulmini erano così vicini, magari si è spaventata a morte Si avvicinò piano, la voce bassa:

Zampa, amore, tutto bene?

Dal buio della cuccia lentamente spuntò un musetto con occhi tristi e guardinghi. Zampa non si mosse, né scattò fuori come al solito.

Restava lì, le orecchie abbassate, fissando la padrona con uno sguardo strano, quasi a custodire qualcosa di prezioso.

Che cè, piccola mia? sussurrò Giulia, sentendo un brivido correre sulla schiena.

Entrò in cucina, prese un coltello e tagliò qualche fetta di salame la golosità preferita da Zampa. Forse è solo affamata, si disse. Ma la cagnolina non si lasciò tentare nemmeno dallodore della carne. Zampa rimaneva ferma, come svuotata o animata da una forza materna antica che la teneva legata a qualcosa, laggiù, nella cuccia.

Giulia si concentrò. Era insolito, Zampa non si comportava mai così, neppure durante i temporali più forti si era tenuta alla larga dalla padrona.

Ora invece sembrava difendere uno spazio sacro. Dubbi sempre più grossi le ronzavano nella testa: Starà male? La avrà punta qualcosa? E se fosse malata?

Senza pensarci troppo, prese il telefono e chiamò il veterinario di fiducia, il dottor Leone Bianchi, conoscente di lunga data. Lui promise che sarebbe arrivato subito.

Dopo una ventina di minuti unutilitaria vecchiotta ma ben tenuta entrò nel cortile. Ne scese un uomo alto, con i capelli grigi, gli occhiali, e una valigetta nera.

Il dottor Leone non era solo un veterinario, era sempre stato un amico degli animali, quasi avesse il dono di capirli senza parole.

Allora, cosè successo di bello? chiese guardandosi intorno.

Giulia spiegò in breve la stranezza nel comportamento di Zampa. Lui si avvicinò alla cuccia, si accovacciò e chiamò dolcemente:

Zampa, vieni, bella, fatti vedere da zio Leone.

Ma la cagna ringhiò piano, restando incollata contro la parete della cuccia. Non aveva mai ringhiato a chi conosceva. Questo era ben più che strano, faceva paura.

Qui cè qualcosa che non va mormorò il dottore Zampa mi è sempre corsa incontro

Ho paura che sia malata ammise Giulia, la voce che tremava.

Forse una zecca, forse un morso, chissà rifletté il medico. Dobbiamo provare a tirarla fuori e controllare.

Giulia prese con delicatezza il collare di Zampa; lei non oppose resistenza, ma neppure ci mise voglia.

Solo quando capì che non cera alternativa, Zampa uscì con lentezza, continuando a voltarsi indietro.

Cè qualcosa che si muove lì dentro! esclamò improvvisamente il veterinario, guardando nella cuccia.

Giulia si precipitò e rimase impietrita.

Nella profondità della cuccia, raggomitolato su una vecchia coperta, dormiva un bambino. Stringeva al petto una bambola sporca.

Il viso era pallido, gli occhi segnati dal pianto, i vestiti zuppi e strappati, senza scarpe ai piedi. Laspetto diceva chiaro: dimenticato da tutti, abbandonato sulla soglia fra realtà e incubo.

Cosa è sussurrò il veterinario, incredulo.

Non cosa, ma chi! mormorò Giulia. È un bambino! Non riesco a tirarlo fuori da sola Mi aiuti?

Va bene, aspetta disse il dottore, sistemandosi gli occhiali prima di infilare la testa nella cuccia. Zampa ringhiò di nuovo, ma Giulia la tranquillizzò:

Tranquilla, Zampa, nessuno farà male a nessuno. Sei stata brava, lhai salvato tu.

Portò la cagna sulla veranda mentre il dottore sollevava delicatamente il piccolo. Lui si svegliò, strofinò gli occhi, guardò il volto di Giulia atterrito e pianse sommessamente.

Giulia lo prese in braccio. Era leggero come una piuma, come se nessuno lavesse nutrito degnamente da tempo. Indossava una maglietta logora, pantaloni macchiati, gambe graffiate.

Chi sei, piccolo? chiese piano.

Il bambino non rispondeva, guardava solo con occhi grandi e pieni di paura, come se aspettasse una sberla.

Chiamo la polizia disse Giulia decisa. Un bimbo così piccolo non si lascia solo. Qualcuno lo starà cercando.

Aspetta la bloccò il dottor Leone. Io lo conosco, questo ragazzino. È Marco. Il figlio di Monica Monica la scapestrata.

Giulia rabbrividì. Monica, quella ragazza con cui era cresciuta, bella e piena di vita ma che poi si era persa nel giro sbagliato.

Finita in giri torbidi, a bere, rubare, perdere tutto ciò che aveva. La prima volta, solo una condanna sospesa, una speranza. Non lha mai sfruttata. Poi di nuovo nei guai, borseggi, truffe agli anziani, carcere. Lì aveva avuto Marco, e il piccolo era finito in orfanotrofio.

Ma era riuscita a uscire? chiese Giulia piano.

Sì, da poco. Ha ripreso il figlio dallistituto. Ma più per esibizione che per amore, temo…

Ma resta sempre fuori casa, non è mai sobria, lascia il piccolo solo. Da togliere la patria potestà. Marco ha quasi cinque anni, ma parla appena, non sa che cosa sia una famiglia, una carezza.

Fu allora che Giulia sentì il sangue ribollirle nelle vene. Lei che aveva sognato bambini, e li aveva persi due volte.

I dottori mai avevano trovato un perché. Ogni volta era una ferita che non guariva mai. Ora stringeva tra le braccia una creatura tremante, trattata come scarto.

Per ora resterà qui con me decise. Lo laverò, lo nutrirò, lo farò sentire al sicuro. Poi porterò lui da Monica, e le farò vedere cosha fatto a suo figlio.

Prese acqua calda, un asciugamano morbido, sapone delicato. Lavò Marco con gesti pieni damore, quasi fosse suo.

Poi gli mise una sua maglia, lo avvolse in una coperta e lo sistemò a tavola. Marco mangiava in silenzio, velocemente, come se temesse che da un momento allaltro qualcuno potesse portargli via il cibo.

In quel momento entrò Lorenzo suo marito. Alto, con spalle larghe e occhi gentili.

Giulia, volevi qualcosa? Ho preso il pane… Si fermò. E questo chi è?

È Marco. Il figlio di Monica. Lho trovato nella cuccia con Zampa.

Lorenzo guardò il bambino, poi Giulia. Sapeva quanto lei soffrisse per non poter avere figli. Ogni volta che vedeva un bambino, sinfrangeva qualcosa dentro di lei.

Ho capito disse. Che devo fare?

Vai a comprare per lui scarpe e vestiti. Tutto nuovo.

Lorenzo non aggiunse altro. Si voltò e uscì. Unora dopo tornò con diversi sacchetti. Cera non solo tutto il necessario, ma anche una macchinina giocattolo rossa con le ruote luccicanti. Marco rise per la prima volta da chissà quanto.

Quando il bimbo si addormentò, Giulia udì un sussurro:

Non voglio tornare dalla mamma

Dormi, piccolo, mormorò Giulia. Nessuno ti porterà via.

Lorenzo la abbracciò forte.

Anche io, a quel bambino, non lo riporterei indietro. E posso capirlo.

Andrò da Monica. Scoprirò cosa succede.

La casa di Monica era uno spettacolo desolante, finestre rotte e nellaria un odore di fumo, vino e abbandono. Tra le ombre si udiva solo un silenzio stanco interrotto da un rantolo:

Chi cè? La bionda vuole qualcosa?

Monica, sono io Giulia. Abbiamo studiato insieme.

Ah non ti avevo riconosciuta. Perché sei qui?

Tuo figlio è stato da me. Lho trovato nella cuccia, scalzo, affamato, spaventato.

Vabbè, che vuoi? Lascia che stia fuori. Non saprai dove si è messo a dormire.

Sei sua mamma! Come puoi parlare così?

E tu chi sei per giudicarmi? urlò Monica. Riportami mio figlio! Se non torna, vedrà la cintura!

Non tornerà da te rispose Giulia, guardandola negli occhi. Chiamerò la polizia. Un bambino non deve crescere in un simile inferno.

Monica allimprovviso si rammollì.

Giulia Non chiamarla. Lui è tutto quello che mi resta il mio sangue

Allora riprenditi, pulisci casa e cambia vita. Solo allora ne riparliamo.

Ma passò una settimana e nessuno si fece vivo. Tornando, Giulia trovò Monica senza vita. Una crisi dastinenza, il cuore che non ha retto.

Al funerale cerano solo Giulia e Lorenzo. Dopo quel dolore, decisero di adottare Marco.

Passati i mesi tra visite, colloqui, carte, lente per la tutela dei minori diede il consenso. Marco divenne loro figlio.

Sono passati due anni. È di nuovo primavera. Marco corre in cortile, cresciuto e finalmente sereno. Ride e gioca coi cuccioli di Zampa, proprio la cagnolina che laveva salvato quella notte di tempesta.

Piano, Marco! grida Giulia.

Tranquilla, qualche graffio fa bene a un uomo! scherza Lorenzo sistemando il cappellino sulla loro piccola figlia Martina, arrivata lanno prima.

La bimba sorride, saltella felice seguendo il fratellino. E in quellattimo, la felicità è completa. Sono una famiglia. Una famiglia vera, non solo per il sangue ma anche per scelta di cuore.

Questa è la mia storia di umanità, compassione e amore

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