Appena compiuti diciotto anni, mi sono sposata di corsa. “Di corsa” è la definizione più esatta per un gesto che ha sorpreso tutti, ma soprattutto me stessa. Quello che è fatto è fatto. Stava iniziando una nuova vita, per me del tutto sconosciuta, che prevedeva anche conoscere i genitori del mio giovane marito, smarrito quanto me. Eravamo due pulcini caduti dal nido, senza ancora aver imparato davvero a volare.

Appena compiuta la maggiore età, mi sono sposata in fretta e furia. “Farsi prendere dalla fretta” è proprio lespressione più accurata per descrivere un gesto così improvviso, che fu una sorpresa non solo per chi mi stava intorno, ma anche per me stessa. Ma ormai era fatto: si apriva davanti a me una vita nuova, ancora tutta da scoprire, che comprendeva, tra le altre cose, la conoscenza dei genitori del mio giovane marito, anche lui spaesato quanto me. Eravamo come due passerotti caduti troppo presto dal nido, ancora incapaci di volare per davvero.

Una mattina, mentre la zia Rosina mi preparava la colazione, come suo solito aggiungendo qua e là cose che mi sapevano di buono e invitandomi a mangiare, entrò in casa la nonna della porta accanto. Guardando la scena, sospirò e disse con tono mesto:
Eh, sei proprio una coccolona, ragazza mia. Non hai mai conosciuto le spine della vita, ma vedrai, tua suocera ti farà penare.
Ma dai, non spaventare la ragazza la fermò subito la mia zia Rosina.

Ed era vero: non avevo mai provato sulla mia pelle le vere amarezze. La nostra stramba famiglia si componeva di nonna e tre figlie: mia madre era la più giovane, Teresa, mentre io ero la prediletta della sorella maggiore, Rosina. Di uomini, neanche lombra: la guerra aveva portato via ogni speranza maschile, lasciando le tre sorelle da sole. Ma tra tutte andavano damore e daccordo, e i bambini ricevevano così tanto affetto che a volte, addirittura, ne avevamo fin troppo.

Io ero la più piccina e mi viziavano come una principessina. Non conoscevo davvero il dispiacere, aveva ragione la vecchina. Ma quella parola, “suocera” suocera mi suonava dura e respingente, quasi fosse la promessa di chissà quali futuri guai.

E poi, alla fine della mia inquietudine, la suocera la conobbi davvero: era una donna ben fatta, alta, con una presenza simpatica e vivace. “Vieni, figliola”, mi disse sorridendo. Non aveva niente di terribile. Si dava da fare tra mille premure, ci offriva da mangiare con generosità, poi ci portò fuori nel cortile, per mostrarmi il suo piccolo orto curato, dalle file perfette di insalata, cipolle e pomodori che già si facevano verdi. Mi fece vedere, con orgoglio, il suo porcellino, Ciccio, che appena la vide grugnì tutto contento.
Ciccio, Ciccio, ora ti porto da mangiare, sei proprio bravo, gli disse tutta dolce, e io quasi mi sentii lusingata, come se lo dicesse a me.

Quel cortile, lorto e il porcellino Ciccio mi riportavano allinfanzia; da noi, in campagna, anche i maialini si chiamavano spesso Ciccio, e li si trattava sempre con la stessa dolcezza. Tutto mi rassicurava, piano piano mi sentivo a casa e cominciavo pure ad affezionarmi a quel nuovo mondo.

La mattina gli uomini uscivano presto per andare a lavorare in cantiere, e noi restavamo a gestire la casa. Ma quella parola, suocera, mi bloccava ogni volta che avrei voluto semplicemente chiamarla per nome, e con il passare dei giorni diventava sempre più urgente trovare un modo per rivolgermi a lei. Un giorno, dopo che mi aveva fatto un complimento sul mio nome, le raccontai la storia di Livia Drusilla, e lei, ridendo, mi disse: “Allora, figlia mia, chiamami pure Livia, guarda un po, anche io mi chiamo così! Ti piace?”
Da quel giorno, su suggerimento della suocera, cominciai a chiamarla Livia Livia Maria, per usare il nome completo e la questione fu risolta. La vita iniziava ad andare meglio. Non avevo mai visto una donna così sorridente e svelta, che riusciva a sbrigare ogni faccenda senza far rumore, così che quando mi svegliavo trovavo tutto già pronto: colazione fumante, pavimenti tirati a lucido, orto perfettamente curato e Ciccio ben nutrito.

Spesso, ci sedevamo sul gradino della porticina a parlare, e lei, sempre con la battuta pronta, mi raccontava di quanto aveva sofferto durante la guerra con i suoi tre figli piccoli, di come lavorava nella segheria per il dovere civile, di quel giorno in cui i bambini persero le tessere del pane, e il caporeparto, mosso a pietà, la chiamò via dal bosco per darle un lavoro come addetta alle pulizie nel negozio: la sua ricompensa era portare le briciole di pane avanzate ai ragazzini, soprattutto al più piccolo, mio marito, che era fragile di salute.
Con la mia fantasia, visualizzavo tutte queste scene con vivacità, e la mia visione della vita si faceva sempre più ricca di immagini, emozioni e significati nuovi. Tutto andava bene, finché non ci fu quellepisodio.

Una mattina, la suocera mi svegliò dicendo:
Figlia mia, le donne vanno a raccogliere more nel bosco, vorrei andare anchio. Ho già preparato nel secchiello il cibo di Ciccio. Puoi darglielo tu? Come te la cavi?
Ma certo, nessun problema le assicurai.

Rimasta sola, dopo poco Ciccio si fece vivo con un grugnito affamato. Presi il secchiello e andai verso la porcilaia, convinta che sarebbe stato facile. Bastava aprire la porta e versare il contenuto nella sua mangiatoia. Troppo sicura di me: appena scostai la porta, Ciccio con una forza smisurata la spalancò, si gettò fuori travolgendo il secchio, e si lanciò allassalto dellorto, sfrecciando sulle aiuole ben curate. Invasato dallo spirito della libertà, il porcellino rotolava dappertutto, schiacciando teneri germogli, mentre io, paralizzata dallorrore, non sapevo cosa fare. Ma dovevo assolutamente fermare quel disastro, altrimenti la suocera mi avrebbe detestata, e per di più a buona ragione.
Devo riportare Ciccio nel recinto, costi quel che costi, pensai lanciandomi dietro al maiale, calpestando anchio le povere verdure. Le nostre velocità erano quasi uguali; lo afferravo anche, ma lui si divincolava con agilità insospettabile e tornava a scorrazzare a tutto spiano.

Allora capii che dovevo cambiare strategia: meglio tentare con unesca. Andai in casa, presi una bella pagnotta e cominciai a tenderla a Ciccio, pezzo dopo pezzo. Lui abboccava, seguiva il pane fin quasi alla porcilaia, ma appena ci fu vicino, fece una piroetta scatenandosi di nuovo per lorto. Non so come facesse a combinare tanti guai, persino la piccola serra dove cresceva dritta dritta la fila dei pomodori fu rovesciata dal suo entusiasmo! Io, tra la disperazione e le lacrime, ormai sentivo sfumare ogni speranza di simpatia da parte di Livia Maria.

A un certo punto, Ciccio esausto si buttò di fianco sulle aiuole, beato, grugnendo a occhi chiusi di piacere. Colma di disperazione, ricordai come accarezzavamo i nostri animali in campagna.
Ciccio ormai mi lasciava avvicinare, non vedendomi più come una minaccia: allora lo spinsi piano, lo sdraiai e cominciai a grattargli la pancia. Sospirava di contentezza, con le sue ciglia lunghe incrostate di terra.

Non so quanto tempo rimasi lì, cambiando mano per la fatica, senza pensare a nientaltro, con la gola riarsa e il sole che picchiava sempre più forte. Era una scena buffa e triste: un maialino beato e una ragazza infangata, entrambe sconfitte in mezzo al disastro.

Fu allora che sentii la porta aprirsi, e da lontano arrivò in mio soccorso la voce di Livia Maria:
Ma guarda te che porcellino, hai sfinito la povera ragazza!
Afferrò Ciccio per una zampa e lo trascinò, senza tanti complimenti, di peso nella porcilaia, chiudendo a chiave.

Io tentai di alzarmi: lei, viste le mie condizioni, mi aiutò a lasciare ciò che restava delle aiuole.
Ferma, figliola mia, ora ti porto un po dacqua fresca, corse in casa, tornò fuori con un secchio grande, che aveva già riempito la mattina stessa portandolo dalla fontana del paese, e mi lavò via da mani, gambe e faccia tutto il miscuglio di terra e lacrime.
Lacqua scura fluiva via, e insieme a essa, sentivo che si scioglieva per sempre quella terribile parola “suocera”. Non ci sarebbe mai più stata tra me e lei.

E la gioia, la commozione di quel piccolo miracolo, mi fece sfuggire di bocca: Oh, mamma mia!.
Lei rise di cuore, mi prese sottobraccio e mi condusse in casa per nutrirmi con le sue more selvatiche.
Dellorto rovinato si parlò appena, con una scrollata di spalle:
Ma dai, che vuoi che sia! Ci rimettiamo a posto, cresce sempre qualcosa. E i pomodori si riprenderanno, vedrai. Ciccio ha voluto fare la sua corsa, bene così. Ora, riposati finché i nostri uomini non tornano, che ti preparo subito qualcosa di buono per pranzo.

Quanta pazienza aveva quella donna dalla vita tanto difficile, quanta bontà e fermezza assieme! Non so chi le avesse donato tutto questanimo grande, ma oggi so bene come crescono figli onesti, generosi e affettuosi, che poi le madri regalano senza esitazione alle giovani donne che tante volte si ostinano a chiamare, per abitudine, con quella parola pungente che ormai per me era evaporata: “suocera”.

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Appena compiuti diciotto anni, mi sono sposata di corsa. “Di corsa” è la definizione più esatta per un gesto che ha sorpreso tutti, ma soprattutto me stessa. Quello che è fatto è fatto. Stava iniziando una nuova vita, per me del tutto sconosciuta, che prevedeva anche conoscere i genitori del mio giovane marito, smarrito quanto me. Eravamo due pulcini caduti dal nido, senza ancora aver imparato davvero a volare.