La donna di pietra

La Donna di Pietra

Ricordo ancora come portarono Assunta Ferraris in ospedale con lambulanza, raccolta da terra tra le pozzanghere fredde e sporche di una vecchia strada di Milano. Era caduta e le mancavano le forze persino per alzarsi. Gli uomini la issarono, ormai priva di volontà, sulla barella e via, verso il Pronto Soccorso.

Grande, imponente, con un tailleur pantalone elegante e stivaletti col tacco sottile, un trucco discreto che accentuava i suoi occhi sporgenti e le labbra piene, orecchini pesanti con pietre sfavillanti e una capiente borsa di cuoio sulle ginocchia: Assunta entrò seduta nella sala dattesa su una sedia a rotelle. Guai a farla stendere, tanto che appena riprese i sensi assestò subito una svegliatina allautista per lodore di sigaretta che emanava, redarguì linfermiere perché troppo lento e, con quel suo tono secco, consigliò al giovane tirocinante di non toccarla affatto.

Non si fece attendere la risposta stizzita del ragazzo.

E guardi di non fare il furbo con me, giovanotto! Se continui così, vediamo chi la spunta! ribatté Assunta, serrò le braccia sui braccioli, si accoccolò sulla sedia e strinse la borsa come una civetta inferocita. Scrutava la sala con sguardo critico, le sopracciglia unite in una smorfia di giudice imperscrutabile. La pelle, costellata di capillari sotto uno strato spesso di fondotinta, sera raggrinzita per il sudore dopo liniezione, segnando i solchi profondi del viso quasi scolpito nella pietra.

Andiamo, avanti! Qui tira una corrente che non si può stare! ordinò, indicando il corridoio affollato.

Dietro il banco dellaccettazione, una donna la osservava con giudizio dallalto di una pelliccia sontuosa. Strappò i documenti dalle mani dellinfermiere e dichiarò che da lì in poi era tutto sulle spalle di Assunta; i ragazzi potevano pure andarsene.

Crisi ipertensiva, labbiamo trovata in strada Non si è fatta male alla testa Ora la pressione spiegava il giovane in camice blu.

La caposala lo accarezzò sulla spalla con comprensione; erano madre e figlio, evidente.

Bisogna… Bisogna sistemare sempre i propri,, pensò meccanicamente Assunta.

La testa le batteva, le braccia cedevano in grembo e la borsa rischiava di cadere ogni volta. Non avrebbe poi avuto la forza di raccoglierla. Non aveva più forze per nulla. Anche parlare diventava difficile, la lingua secca, gonfia, incollata al palato mentre la sete la tormentava.

Per favore, un po dacqua, chiese forte e scandito, senza guardare nessuno.

Nessuno la sentì. Intorno, la folla borbottava, parenti spingevano barelle, confidavano, agitavano malati che svenivano sulle sedie. Medici indaffarati traversavano i corridoi gestendo cartelle, fonendoscopi, chiamate di reparto. Le infermiere, tutte concentrate ma mai su di lei.

Dovè la Ferraris? Chi è la Ferraris? domandò finalmente una delle sanitarie, come le chiamava fra sé Assunta.

Io sono qui, rispose, più forte. Sì, sono io!

Questa è la provetta, il bagno è lì. Poi bisogna fare il prelievo. E togliersi il cappello! Qui non siamo al Polo!

Solo allora Assunta si accorse di avere ancora addosso il colbacco di pelliccia, portato con la stessa ostinazione della Lucia di Ceravamo tanto amati. Forse era per quello che il sudore le colava in fronte e le bruciava la testa.

A malincuore, sfilò la pelliccia, cercò dove riporla senza sgualcirla e la stipò in borsa. Quella capiente borsa italiana già colma di incartamenti. Non prevedeva lunghe degenze, Assunta Ferraris, imprenditrice affermata di una ditta milanese di infissi. Doveva riprendersi e farsi dimettere in fretta: aveva troppi affari, troppo lavoro.

Linfermiera le appoggiò la provetta in grembo.

Assunta Ferraris era sempre stata grande. Un frutto robusto, una bambina corpulenta, una ragazzina fuori misura. Ma quanto è…, si meravigliavano i medici pediatrici con sua madre. E che piedone!, ridevano i calzolai.

Vicino a lei, la madre pareva una bambolina esile. Ma la linea era quella del padre, uomo dal fisico poderoso, un colosso scomparso troppo presto per un tumore, quando Assunta aveva appena otto anni.

Assunta era sempre stata consapevole di sé e del suo corpo. Una Gulliver nel paese dei bambini. Gli altri la evitavano, la consideravano un po strana. Solo nello sport si sentiva a proprio agio, capitata per caso grazie a un fugace amore tra la madre e il suo allenatore: così, per lasciarli tranquilli, la iscrissero a getto del peso e lancio del disco, e lì trovò il suo posto. Qualche infortunio, spalla dolente da una vita, ma almeno lì era apprezzata. Poi si scottò, scambiando per amore la curiosità maschile, commise errori, perse la mamma. Da allora, si forgiò a propria immagine: una donna che si faceva notare, che lasciava sempre tutti senza parole.

Cominciò negli uffici comunali, dirigeva operai e tecnici. Poi arrivarono gli anni della svolta, la Milano da bere, le ditte e dittelette che spuntavano ovunque, gli affari. Lei e i suoi collaboratori lavoravano nei cantieri: spesso la scambiavano per un uomo. Dopo aver chiarito lequivoco, ridevano tutti, ma nessuno osava più prenderla di mira. Era la loro, severa, severissima, nessuna compagnia: solo lavoro.

Assunta Ferraris restò così, rigida, glaciale.

La donna di pietra, sussurravano alle spalle.

Poi fondò la sua impresa, Finestre sul Mondo. Divenne esperta e rispettata. Con i dipendenti mai smancerie, niente tè insieme, ma loro la seguivano come una muraglia. Decisa, spingeva tutti verso la felicità: visite mediche, cene aziendali, rimproveri se trattenevano troppo, doni a Natale. Mai, però, travestita da Befana: con quella mole, sarebbe stato ridicolo.

Sapeva tutto dei suoi, anche del test di gravidanza comprato in farmacia dalla segretaria, prima ancora che la ragazza lo facesse. Aiutava chi aveva bisogno, sistemava ogni cosa: figli al liceo, parenti arrivati allimprovviso. Era una stratega, pronta a difendere sé e gli altri, sempre in aiuto dei deboli e degli esclusi.

Di amiche vere non ne aveva. Più semplice così, nessuno a cui dare il fianco. La nostra gigante, dicevano alle spalle.

Donna di pietra non sbagliava, non si perdeva in chiacchiere. Se licenziava, offriva alternative. Chi rifiutava, la responsabilità era solo sua.

Tiranna? No, piuttosto un treno lanciato verso il futuro. Chi osava porsi davanti, veniva travolto. Ma quel treno portava anche il vagone del figlio Luca. Tutto per lui

Chi cedeva, se ne andava. Ma erano pochi. NellItalia della crisi, formò intorno a sé una corazza di fedelissimi.

Ora, di loro aveva bisogno. Sdraiata in ospedale, si augurava che non rovinassero gli affari!

Cosè questa roba?! Non posso farlo io! sbottò buttando la provetta per terra. Ho un attacco di pressione, devo solo distendermi! Sapete leggere le cartelle?

Stai calma, tesoro! si animò un uomo dallaspetto trasandato e fasciatura in testa, raccogliendo la provetta. Se vuoi te la faccio io, però dammi il cappotto in cambio. Gratis proprio no Che belle donne, però, grandi così!

Aiuta te stesso! ribatté Assunta, dandosi una spinta lontano dal tipo. Le ruote fecero presa sul muro lasciando due graffi.

Signora! Ma cosa fa? Abbiamo appena finito di imbiancare! borbottò una dando di badge. Chi è questa?

Sono di nessuno. Faccio da sola. Qual è lindirizzo di questo ospedale? si alzò, faticosamente. Ho bisogno di chiamare un taxi. Devo il telefono

Ma dove va?! Il taxi! Si sieda, il dottore arriva! cercò di rassicurarla la donna che fino a poco prima la ignorava.

Ma lei stava già digitando.

Luca? Giulia, passami Luca! ordinò al telefono. Capisco, ma è urgente. Domani ho riunioni, serve lui.

Non amava ordinare anche se ne era capace; era tutto nel tono asciutto. Spiegava la situazione in modo che laltro capisse la gravità, poi diceva semplicemente ciò che serviva.

La nuora Giulia andò in bagno a chiamare il marito. Tua madre ha chiamato. È in ospedale.

Eh? Aspetta, esco tra dieci minuti! rispose lui dal box doccia, riaccendendo subito lacqua.

La domanda della moglie rimase sospesa. Sapeva tuttavia che, se la madre chiamava, allora era viva e cosciente: quindi, dieci minuti potevano aspettare.

Per anni Luca aveva atteso la madre, mattina e sera, da bambino. Lei era immersa nei suoi affari, divenuti un business così apprezzato da permettere di trasferirsi in una nuova casa grazie alle sue finestre. Cambiò i serramenti alla scuola del figlio come atto di beneficienza, aiutò amici a ristrutturare, gestiva decine di artigiani, si destreggiava tra forniture e clienti. Ma il figlio, la piccola sardina di nome Luca, la sentiva sempre in unaltra rete.

In casa, lei non urlava, non picchiava: controllava i compiti, appuntava le correzioni e lo mandava a rifarli, fino alla perfezione, diceva. Poi spiegava, asciutta, limportanza del dover fare bene.

Di ti voglio bene, invece, mai uno. Nemmeno uno sguardo tenero prima di dormire, mai una dolce carezza. Questo Luca lo capì a diciannove anni. Sì, lo aiutò negli esami grazie alle sue conoscenze, sì, per merito suo non doveva lavorare. Ma non era forse suo dovere come madre? Non laveva chiesto lui di venire al mondo, e ora sarebbe stato bene lasciarlo in pace, salvo emergenze particolari. Lospedale, invece, è una sciocchezza!..

Assunta udì come Giulia bisbigliò che Luca avrebbe richiamato.

Signora Ferraris, serve una mano? chiese Giulia. Posso fare qualcosa?

Assunta chiuse la comunicazione senza rispondere. Ora, quando le chiedevano di chi è?, poteva affermare senza esitazione: di nessuno. Propria. Il figlio avrebbe richiamato a tempo debito; la nuora, masticando la sua gomma, probabilmente aveva paura di finire inchiodata accanto alla suocera. Meglio così: libera.

Tentò di alzarsi, la sedia scivolò, le ginocchia cedettero. Cadde come un sacco, rovesciando la borsa e la pelliccia. Il barbone si avvicinò per aiutarla, intascandosi il portafoglio e lanello con lambra.

Quel volto, quelle mani… qualcuno le ricordavano. No, non capiva

Non sentiva più nulla, respirava a fatica, con la testa di lato, rimbombava in testa sempre quella voce flebile: Tenetevi sulla destra, tenetevi sulla destra

Solitamente, Assunta andava in ufficio in auto. Non guidava lei, si distraeva troppo. Aveva un autista fisso, Romano Galbani. Arrivava alle sette e mezzo, apriva la portiera alla donna di pietra, la aiutava col cappotto, saltava al volante, accendeva la musica classica, si dirigeva verso il centro. Tutto così, ogni mattina da anni. Romano era felice dei vantaggi: medicine per la moglie, vacanze scontate, pacchi di cibarie, tredicesime abbondanti. Sapeva che, se Assunta chiamava durgenza alle tre di notte per prendere il prossimo volo a Torino o Palermo causa controversie con i fornitori, lui non si poteva tirare indietro.

Quella stessa mattina, però, Romano non arrivò perché un camion della nettezza urbana gli aveva distrutto il paraurti.

Facciamo chiamare un taxi, signora! Che guaio! sospirava Romano.

Mancano i taxi. Andrò in metropolitana, ribatté Assunta, seppur già esausta allalba. La scosse lincidente? Sì. Tanto da impressionarla? No. Era di pietra, con il portafoglio a salvarla sempre. Sbriga qui, poi portami i documenti, che cè da sistemare lauto.

Si avviò decisa verso la metro, una nuvola grigio-aranciata tra la folla. I passanti si scansavano, sopraffatti dalla sua imponenza. In un film sarebbe stata perfetta per il ruolo di gigante…

In metropolitana: folla, aria pesante. Tenetevi sulla destra, sentì Assunta salendo la scala mobile da Wagner a Cadorna. E lei, sulla destra, come tutti gli altri.

Quella giornata che sembrava appena iniziata, ora stava già finendo. Dopo prelievi, iniezioni, bip dapparecchi, la portarono in una stanza, la adagiarono a fatica. Semicosciente, le tornava sempre quella voce: Tenetevi sulla destra

La stanza era buia, odore di profumo e medicinali, eppure pure di vaniglia e crostini. Anche quelli Assunta li amava, anche se raramente se ne concedeva.

La stanza era al terzo piano; dalla finestra non si vedeva Corso Sempione, ricco di luci e colori come una ghirlanda natalizia…

Si ricordava ancora il giorno in cui comprò la prima vera ghirlanda al Giocheria. Era passata a prendere Luca dallasilo; lui era lultimo, seduto in panchina nella sala dingresso, e la maestra già col cappotto.

Ecco, Luca, vedi? La mamma è arrivata! squillò la voce impostata della maestra.

Il bimbo si alzò, si asciugò furtivamente le lacrime, infilò il piumino rosso con le strisce riflettenti. Lo amava quel piumino, ma faceva finta di niente, per punire la mamma. La voleva punire per tutto. Gli altri bambini avevano mamme allegre, tutte sorrisi e carezze, pronte ad abbottonare i cappotti. Assunta invece, torreggiava silenziosa e aspettava.

Coshai nella scatola? chiese finalmente il piccolo.

Una meraviglia, Luca! Una ghirlanda da mettere sullalbero: sarà stupenda! mostrò uninsolita emozione la madre. Lui pensò che, forse, era normale anche lei.

Per tutto il ritorno pensò a quella ghirlanda a brillare sullalberello smunto di casa. Avrebbe finalmente qualcosa da raccontare agli amici.

Ma tornati a casa, la ghirlanda si rivelò guasta. Niente festa, niente luci. La madre, vedendo la delusione, la riarrotolò e la mise via.

A tavola, via, che ho le camicie da stirare, disse solo.

Due giorni dopo ne portò unaltra, sistemata da certi amici in officina. Ma Luca, a casa malato, non poté mai vantarsene con nessuno.

Chissà chi cè ora lassù che appende una ghirlanda, che la collega ai cuori, per mandare luce in giro. Ma la lampadina di Assunta pareva bruciata, da riparare…

Arrivò una donna minuta, camice rosa.

Non apra gli occhi. Le tolgo il mascara, se entra negli occhi brucia troppo. Faccio io.

Cominciò a passare il batuffolo sulle sue guance molli.

Che piacere Dio quanto piacere. Freddo, leggero, attenzione materna.

Assunta ricordò la mamma, morta da tempo. Una volta, a settembre, visitò la sua tomba, chiese a due uomini di ridipingere la ringhiera, aggiustare la lapide, seminò nontiscordardimé: forse non era la stagione, ma li gettò con ampi gesti.

Serve coprire i semi? I piccioni qui mangiano tutto, chiesero gli uomini, in attesa di mancia. La donna, in cappotto lungo, non rispose subito, poi diede qualche banconota e andò via senza aspettare il terreno.

La mamma, quando lei era malata, la rinfrescava con un asciugamano umido, profumato di pulito e aria aperta.

Non serve, davvero tentò di sottrarsi Assunta, imbarazzata. Mi rimetto un po, poi mi sistemo da sola.

Non discuta, si riposi. Ecco, ci siamo. Ora i suoi occhi sono puliti. Sciogliamo anche i capelli

Sollevò la testa di quella donna gigantesca, le liberò la crocchia dagli spilloni.

Vi pago Assunta chinò la mano verso la borsa sul comodino. Ma non trovo il portafogli…

Scese un singhiozzo.

La seconda volta che la derubavano in vita sua. Anni prima, in metro, una mano le aveva tagliato la borsa, portando via portafogli, una foto del figlio, una moneta portafortuna, e la lista della spesa. Pianse sulla panchina come una bambina. Non per i soldi. Era la prima borsa bella che avesse mai comprato. Ora, uno sfregio sulla borsa e sul cuore

Anche ora si sentiva derubata: quelluomo, nel Pronto Soccorso.

Non serve. Restate qui, vi porto il misuratore. State calma

Quando linfermiera se ne andò, Assunta sprofondò in un sonno tiepido come il miele…

Luca, appena finito di lavarsi, si scordò della madre. Giulia tentò di chiamare la suocera, senza risposta.

Bisogna cercarla, chiama in ufficio, suggerì a Luca. Ma lui la liquidò:

Mia madre ha tutto sotto controllo, avrà già chiamato persino la rianimazione personale. Lascia stare, Giulia.

E si piazzò davanti al televisore nuovo che lei gli aveva donato, guardando la partita.

Noi, invece, ci siamo tutti sempre ignorati, rifletteva Giulia rientrando in camera e provando ancora a chiamare Assunta.

Assunta non aveva mai avuto tempo per le smancerie. Amava con i fatti. Nuove finestre (non posso lasciare mio figlio senza i migliori infissi!), una macchina a Luca, labbonamento palestra a Giulia per i problemi di schiena, cibo buono, biancheria fine. Non imponeva, accompagnava in negozio e consigliava il meglio.

Giulia, inizialmente diffidente, decise di accettare: avrebbe, un giorno, ricambiato tutto.

Assunta così amava: era tutto un dare, ma non sapeva, o non osava, dire ti voglio bene. Così, anche per Luca: giochi, corsi, arredi, vacanze estive (mai con lei, però). Se serviva sistemare la scuola, li portava i muratori, trattava coi fornitori; anche lei, se necessario, impugnava la saldatrice.

Lui, invece, non la capiva, pensava che cercasse di comprare il suo affetto. Mentiva a sé stesso; lei voleva solo che nulla mancasse a suo figlio.

Quando annunciò di volersi sposare, Assunta rimase perplessa. Fino allaltro ieri gli comprava macchinine, ora aveva una fidanzata vera. Lasciò comunque che scegliessero loro il ricevimento, ma pagò il miglior ristorante, comprò labito più bello senza badare a spese, accettò ogni scelta.

Giulia provò a inserirsi nel cuore della suocera, ma la donna di pietra non si lasciava avvicinare. Sempre sola, attraente per la sua forza, ma a distanza.

Dimprovviso, una donna entrò in stanza: Sua figlia ha chiamato, oggi viene a trovarla. Giulia. Non si scoraggi, presto starà meglio. Per ora riposi.

No, Giulia non è mia figlia. È la nuora. Non credo…

Verrà. Lo ha promesso. Ma tu non mi riconosci? Sono Caterina, lavoravo in ospedale anni fa Ricordi? disse piano, occhi lucidi.

Assunta fu scossa da un ricordo doloroso. Sì, Caterina era stata lunica, oltre ai medici, a sapere quando, perfino lei la gigante derisa da tutti aveva portato via un bambino per il dolore di una storia finita male. Lui laveva illusa, giocato con lei… Dopo, il vuoto. Caterina era lunica a starle vicino allora.

Caterina… Non ti riconoscevo! Che gioia! Lavori qui?

Sì. E tu, un figlio? sorrise sedendosi accanto. Io due femmine, e i nipotini, un putiferio! Marito?

Mai avuti mariti. Ho fatto tutto da sola. Pensavo che avrei cresciuto un figlio che mi avrebbe protetta Ma non ha bisogno di me, davvero. Sono sempre stata io a proteggere me stessa.

Si scambiarono uno sguardo complice. Ma la visita medica le interruppe; Caterina se ne tornò a casa, esausta.

La colazione passò veloce. Assunta si ambientò, notò ogni cosa pavimenti scrostati, utensili da cucina vecchi, ma belle finestre, solide ma da registrare: avrebbe chiamato un tecnico, semmai.

Quando passava in corridoio con la tazza di tè, tutti la osservavano meravigliati. Persino la signora accanto a lei, Zinaida, le offrì un crostino.

Crostini alla vaniglia? intuì Assunta. Ma così secchi fanno male! Serve tè o acqua!

Ho i nervi a pezzi, mi scusi, mio marito ha avuto un ictus, non faccia caso.

Ma scherza! Mi dica dove si prende il tè!

Assunta portò una tazza colma a Zinaida.

Beva! Non so come lo preferisca, ma beva!

Zinaida annuì, soddisfatta. Lei è davvero buona disse. Ecco, cè una ragazza lì alla porta: la sta chiamando.

Assunta riconobbe Giulia, impacciata nel camice azzurro usa e getta e le copriscarpe.

Salve, la sto chiamando… Sono qui per la signora Ferraris, Giulia posò i sacchetti. Zinaida, da intenditrice, le sorrise e si voltò dallaltra parte.

Giulia, non dovevi… mormorò Assunta, mortificata.

Ma scherza! Allora: pigiama, vestaglia, cardigan qui dentro ci sono prodotti per ligiene. Bevande e leccornie dai suoi negozi preferiti. Non sono riuscita a portare la biancheria, servivano più braccia.

Assunta appariva ancor più imponente; si sentiva vacillare interiormente. Le tremò la frangetta scomposta.

Tia Assunta, ma che fa? Dai, vada a cambiarsi, io parlo con i medici!

E la giovane sparì. Assunta guardò il letto, i pacchi, la vestaglia. Si sentiva, timidamente, ricomposta. La vita tornava a ricucirsi, quando prima camminava sui cocci dei propri sogni.

Non aveva mai lasciato entrare nessuno nel cuore, nemmeno Giulia. Eppure era lì, a prendersi cura. Per interesse? Chissà Ma era bello sentirsi di nuovo vista.

Qualche telefonata dal figlio, ma Assunta non rispose. Non era pronta.

Giulia tornò dal medico, sedette accanto, girando lanello nuziale. Non avrebbe ancora detto che voleva lasciare Luca; non era il momento di fare soffrire Assunta Ferraris.

Quella notte, Assunta pianse piano, senza capire perché.

Il giorno dopo, le restituirono borsa e anello.

Luomo che lha derubata è morto, signora. Infarto, aggiunse una voce.

Assunta annuì. Finalmente ricordava: era Nicola Buranello, il miglior atleta della sua squadra, quasi campione nazionale. Le accarezzava la schiena da giovane, promettendo che nessuna era più bella di lei. Lei ci aveva creduto. Lui era andato. Lei restava.

E no, non era di pietra, ma forse si era solo dimenticata come si respira leggeri e felici.

Ora tutto cambierà. Cè Caterina. Cè Zinaida. Cè Giulia, ingenua e cara. Cè il lavoro, gli infissi, la primavera e quei nontiscordardimé che forse, questa volta, cresceranno. Cè un nipote in arrivo, un piccolo puntolino visto solo nella foto dellecografia.

Giulia, non aspettarti nulla da lui. Ma amalo e diglielo sempre. Io non lho mai detto, mi vergognavo, adesso mi pesa, confidò Assunta. Una donna ha bisogno di amare qualcuno, o si trasforma in pietra.

Giulia annuì. Assunta Ferraris, la donna gigante, composta e severa, era in realtà fragile, tenera e piena di vita. Ed era giusto così, ora lo capiva davvero.

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