Non c’è più speranza

Non ho più speranza

Non voglio i vostri soldi! ho gridato con rabbia, lanciando le banconote sgualcite sul pavimento.

In realtà sono i suoi soldi, mi ha risposto la padrona di casa. E non è colpa mia, quello che è successo. E per favore, non faccia una scenata, sveglia tutto il condominio.

Le ho rivolto uno sguardo carico di rabbia, poi, senza dire altro, mi sono voltata e sono corsa giù per le scale, sentendo un peso terribile sulle spalle.

Quando ho lasciato il portone, mi sono sentita svenire dalla disperazione; a fatica sono riuscita ad arrivare fino alla panchina davanti al palazzo. Mi sono seduta, mi sono coperta il volto con le mani e sono scoppiata in lacrime. Silenziose, amare. Rimproverandomi per ciò che avevo fatto:

«Se solo avessi immaginato che sarebbe andata a finire così, mai e poi mai sarei partita per quel matrimonio!»
*****

Giulia, mi sposo! mi aveva detto al telefono la mia amica Lucia. Il matrimonio è fra un mese. E poi anche la cerimonia in chiesa. Vieni?

Davvero?! Tanti, tantissimi auguri, Lucia! Sono felicissima per te. Solo che ho sospirato pesantemente.

Dai parla, su!

Perdonami, ma probabilmente non potrò venire. Davvero vorrei, ma

Non ho capito… come non puoi venire? la sua voce stupita. Siamo amiche da quando eravamo bambine, ci siamo sempre sostenute a vicenda, e tu… manchi al mio matrimonio? Vuoi farmi un torto?

Mai pensato di offenderti, Lucia. È solo che… un matrimonio, una cerimonia, non sono una semplice uscita.

Sono tre giorni, dai! Potrai prenderti un permesso al lavoro, no?

Non è il lavoro… è che ho un gatto. Non ho nessuno che me lo possa tenere. Figurati portarvelo dietro…

Dai, per favore, ci sarà pure qualcuno che può dargli da mangiare. E se proprio non trovi nessuno, cè la pensione per animali. Dai, non mollarmi. E se hai bisogno, ti aiuto io!

Non lo so, Lucia…

Hai un mese per organizzarti. Non mi deludere! Nel giorno più importante per me, voglio che tu sia lì.

Dopo quella chiamata, sono rimasta a rimuginare. Da una parte non volevo ferire Lucia, dallaltra non riuscivo a capire come fare con Tito.

Lasciarlo da solo in casa? Impossibile, neanche se gli lasciassi scorte per un mese. Tito era un gatto affettuosissimo, soffriva molto la solitudine, anche solo per due giorni.

Ne ho parlato in giro, ho riflettuto ogni giorno, e alla fine ho deciso che dovevo andare a quel matrimonio. Ho affidato Tito a una signora che mi ispirava fiducia.

Almeno così credevo.

Avevo trovato lannuncio della signora Elisabetta Ricci su internet. Da anni offriva servizio di pensione per gatti e assicurava di restituire i mici ai padroni sani e salvi.

Ho letto con attenzione tutte le recensioni prima di chiamarla. Erano buone. Anzi, qualcuno si era già rivolto a lei più volte. E poi e questo mi aveva convinto la signora Elisabetta aveva lavorato in una clinica veterinaria, sapeva cosa fare in caso di emergenza.

Così lho contattata e ci siamo viste. Il suo appartamento era grande, la stanza dei gatti ampia e curata, tutto mi era sembrato perfetto. Lei era gentile, accogliente. E poi cerano altri gatti, così Tito non si sarebbe mai annoiato.

Tito, amore mio, torno tra tre giorni. Cerca di essere bravo, va bene?

Tito mi si è strusciato sulle gambe, guardandomi dritto negli occhi. Lo conoscevo, quel suo modo di chiedere di essere preso in braccio. Ma era già ora di andare.

Non si preoccupi, signorina, mi ha sorriso Elisabetta, andrà tutto bene con lui.

Me lo auguro davvero. Ecco, tenga pure i soldi. Due biglietti da cinquanta euro. Se ci sono problemi, mi chiami subito.

Certo, stia tranquilla.

*****

I tre giorni sono volati in un attimo. Lucia era raggiante, io ero contenta per lei e per il suo nuovo inizio. Suo marito mi era sembrato proprio una brava persona. Responsabile. Affidabile.

Ogni giorno pensavo a Tito, ogni giorno chiamavo Elisabetta:

Buongiorno, come va Tito? Si comporta bene?

Tranquilla, Giulia. Mangia con appetito, fa tutto come deve. Lei torna domani?

Sì. Perché?

Nulla, solo per sapere. La gente spesso cambia allultimo i programmi, io devo organizzarmi.

No, torno regolarmente. Anzi, non riuscirei a lasciarlo più di tre giorni. Mi manca un sacco. Non vedo lora di abbracciarlo.

Appena sono tornata in città, sono corsa subito da Elisabetta, avvisandola in anticipo.

Sì, va bene vi aspetto, ha sospirato tristemente.

Quel sospiro mi aveva insospettita. Cosa cera che non andava?

«Dai, Giulia, non farti paranoie che può essere successo? Mi ha detto che va tutto bene» Continuavo a ripetermelo, ma dentro sentivo solo più ansia.

Il suo gatto è scappato, mi ha detto, distruggendomi.

Cosa?! Ma come?!

Vede, i vicini sopra hanno iniziato a fare dei lavori un rumore infernale! Tutti i gatti si sono spaventati. Stavo per protestare ma ho preferito salire a chiedere di fare meno casino. Ho aperto la porta… e Tito è corso via in strada. Non sono riuscita a fermarlo.

E perché non mi ha avvisata subito?! Perché ha mentito?!

Pensavo di trovarlo io, ogni tanto capita che i gatti scappino. Sono da sola, non riesco a stare dietro a tutti. Ma di solito li recupero sempre. Stavolta niente. Ho messo annunci su internet, nessuna risposta… ma cè ancora speranza. Davvero, non si dia per vinta.

Speranza?! Ma come ha potuto? Lei mi aveva assicurato che sarebbe andato tutto bene!

Guardi, le restituisco i soldi.

Non voglio i suoi soldi! ho ripetuto furiosa, lanciandole i contanti ai piedi.

Ma sono i suoi, ha risposto calma, e non ho nessuna colpa se è successo questo. E non urli, la prego, sveglia tutto il palazzo.

Un altro sguardo carico di rabbia, e sono corsa giù per le scale.

Appena fuori, la vista mi si è annebbiata. A fatica mi sono trascinata fino alla panchina. Non riuscivo a crederci. «Perché sono andata a quel matrimonio? Perché ho lasciato Tito?» Mi si sono affollati nella mente i ricordi. Ricordavo il giorno che ero tornata dal lavoro, ormai alla fine di dicembre. Una sera fredda, tanti giorni di ferie davanti, e un sacco di progetti solo per me.

E proprio quella sera, quando stavo arrivando sotto casa, da un angolo buio era sbucata una pallina arancione che si era avvinghiata alle mie gambe. Nemmeno avevo capito: il micetto si era subito arrampicato tra le mie mani.

Ma guarda te! avevo sorriso. E in quel momento non ho avuto dubbi: lho portato su in casa.

Quel Capodanno lho passato con Tito. I miei giorni liberi erano tutti per lui. E non mi sono accorta di quanto mi fosse diventato importante.

Figlia mia, dovresti trovarti un fidanzato, non andare in giro a raccogliere gatti randagi! scherzava mia madre quando le ho raccontato di Tito.

È stato il destino: prima è arrivato lui, a un eventuale ragazzo toccherà accontentarsi del secondo posto!

Quando sono tornata al lavoro lo raccontavo a tutti:

Sapete, ragazze, credo che i gatti scelgano loro quando farsi trovare: aspetta il giorno giusto, pioggia, vento, neve Poi, allimprovviso, spunta fuori, ti guarda con quegli occhi tristi e sembra dirti: “Fa freddo, mi porti a casa?” E tu niente, prendi la tua felicità e la porti via.

Giulia, dovresti scrivere libri! ridevano le colleghe.

Erano contente per me, ma le vedevo che non capivano davvero quellamore per i gatti. Chissà magari quando toccherà a loro capiranno.

La casa con Tito era piena sì, di peli, ma anche di calore, di vita, di compagnia.

Tornavo dal lavoro e lui, regolarmente, mi aspettava dietro la porta. Un “Miao!” allegro, e poi con la testina pelosa si strusciava sulle mie gambe. Niente gli piaceva più che dormire rannicchiato su di me, magari rumorosamente, come un trattore.

E ora, invece, nessuno mi accoglie, niente più fusa sulle ginocchia. Tito non cè più.

O meglio… spero sia ancora da qualche parte. Solo non so dove.

Basta! mi sono detta, alzandomi dalla panchina. Non posso rimanere ferma. Devo trovarlo.

*****

Pronto! Lavete trovato?! quasi urlavo, quando uno dei volontari che mi aiutavano nella ricerca mi ha chiamata.

Forse mi rispose. Una signora mi ha detto di aver trovato un gatto arancione come il tuo Tito. Ti mando lindirizzo con un messaggio.

Grazie, davvero!

Ero riconoscente a tutte quelle persone che avevano risposto al mio appello. Da sola non ce lavrei mai fatta. Erano già passati quasi due mesi da quando Tito era scappato dallappartamento di Elisabetta.

Mesi interminabili. Passavo le notti su forum di animali persi, ma nessuna foto era la sua. E il mio cellulare aveva solo alcune immagini, ormai vecchie, di quando era piccolo.

Non immaginavo che mai avrei avuto bisogno di una sua foto. Intanto lui era cresciuto, cambiato. Forse anche per questo la ricerca era stata così lunga.

Sono saltata giù dal taxi, di corsa al portone, ho suonato il citofono.

Chi è? la voce di una donna.

Sono Giulia. Mi hanno detto che ha trovato un gatto arancione. Un volontario mi ha dato lindirizzo.

Venga su.

Dopo dieci minuti sono uscita già più vuota di prima: il gatto era arancione, sì. Ma non era Tito. Dolce, carino ma diverso.

Allora lo terrò io, disse la signora cullando la nuova gioia. Ma a lei, signorina, auguro davvero tanta fortuna. Sono sicura che lo troverà. Limportante è non perdere la speranza.

Per la prima volta in vita mia, ho provato invidia. Sono uscita di fretta, per non rovinare la giornata a quella brava donna.

Ancora altre chiamate nei mesi successivi. Mi facevano vedere altri gatti, sempre diversi dal mio.

Mai ho provato un dolore simile: corri, speri, poi quando aprono la porta non è lui.

Amore mio, capisco. Gli hai voluto bene, mi diceva mamma al telefono. Però la vita va avanti. Potresti prendere un altro gatto rosso. O magari vieni qui in paese, la nostra vicina ha appena avuto una cucciolata, pare ce ne sia uno arancione.

Grazie, mamma. Ma non ne voglio un altro

Quando è passato mezzo anno e di Tito nemmeno lombra, ho capito che non cera più speranza.

Ho solo pregato Dio che Tito fosse vivo. Magari in unaltra famiglia o insieme ad altri randagi, ma vivo.
*****

Non sapevo come andare avanti.

Mi sentivo in colpa, mi facevo schifo da sola: per un matrimonio non dovevo andare. Se fossi rimasta, non avrei dovuto affidarlo a una sconosciuta, e Tito sarebbe stato accanto a me.

E adesso…

…adesso non sapevo nulla. La cosa peggiore era proprio il non sapere. Lincertezza fa più male di ogni certezza.

Nei fine settimana, per non impazzire tra quattro mura che mi ricordavano Tito, uscivo a camminare per la città.

Giravo fra i cortili, guardavo dentro i cassonetti. La speranza era ormai evaporata, ma continuavo a uscire.

Un giorno, quasi senza rendermene conto, mi sono ritrovata vicino alla periferia, davanti al canile-gattile comunale. «Forse mamma ha ragione, magari devo davvero prendere un altro gatto», ho pensato.

Ma subito ho scacciato lidea.

«E se Tito un giorno torna? Cosa penserà? Che lho tradito?»

Stavo per andarmene, quando una volontaria dellassociazione ha aperto il cancello.

Cerchi qualcuno, signorina?

Ho sussultato.

Se desidera un amico, può vedere i nostri mici. Non è obbligatorio adottare, ma a volte… succede che si trovi quello giusto.

In realtà non volevo vedere nessun altro animale, ma non me la sono sentita di dirle di no.

Lui è Cesare. Più in là cè Rocco. Non sono meravigliosi? mi chiedeva lei.

Sì, davvero.

Non riuscivo a spiegarlo, ma stando lì con quegli animali mi sono sentita per la prima volta un po più leggera. Quei gatti e quei cani, che mi guardavano pieni di speranza, sembravano curare la mia anima.

E laggiù chi cè? ho indicato lultimo recinto. Cè qualcuno?

Lì vive il nostro eremita. Lo chiamiamo così: gatto solitario. Non si lascia mai avvicinare. Sei mesi fa era arrivato in condizioni disperate, labbiamo salvato con fatica, ma non concede fiducia a nessuno.

Mi è venuto un nodo al petto.

Posso vederlo?

Vieni.

Appena sente i passi, il gatto arancione si volta dallaltra parte, facendo capire che non gradisce visita.

Ecco il nostro eremita. Non guarda mai in faccia nessuno.

Io non ascoltavo nemmeno. Gli occhi erano già pieni di lacrime. E poi…

no, non mi ero sbagliata.

Tito? ho sussurrato, trattenendo il respiro. Tito, sei tu?

Lui si è girato e mi ha guardata, stupito.

«Sarà solo suggestione»

Tito! questa volta più forte. Dio mio, sei vivo! Vieni da me, amore. Mi riconosci, Tito?

Il gatto mi ha guardata ancora e per un attimo ha esitato «È la mia mamma?!»

Sì, mi aveva riconosciuta. La voce, gli occhi, il profumo. Ma non si fidava ancora del tutto.

«Ma lei non mi aveva abbandonato? O forse no? Se è venuta fin qui»

Listinto gli ha suggerito di fidarsi. Si è lanciato tra le mie braccia. Io e lui ci siamo stretti forte.

Ci guardavano tutti: la volontaria, gli altri animali, anche le nuvole e il sole sembrava guardarci, sorridendoci. Perché in certi momenti la vita ti sorride davvero.

Sono uscita dal gattile con Tito in braccio, promettendo che avrei aiutato lassociazione. Loro avevano aiutato lui.

*****

Per strada, verso casa, Tito ha cominciato subito a fare le fusa rumorosamente, intervallando con dei “Miao” che sembravano raccontarmi tutto: «Ho avuto paura quel giorno, tanto casino, tu non ceri. Sono scappato a cercarti e mi sono trovato sotto una macchina Ma quanto sono felice che mi hai trovato! Non mi abbandonare più, va bene?» Tito ha smesso di fare le fusa e mi ha guardata negli occhi.

No, Tito. Non ti lascerò mai più. Mai più.

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