Valentina correva verso il lavoro tra i vicoli stretti di Milano, quando improvvisamente sentì la strana assenza del peso del suo telefono nella borsa. Ne seguì una consapevolezza nebbiosa, così surreale da sembrare quasi dolce, e un istinto la fece tornare sui suoi passi. Entrò nellascensore del vecchio palazzo di Corso Garibaldi, ma lascensore, come se obbedisse a una logica onirica, si bloccò languidamente allottavo piano, ignorando ogni comando.
Nella cabina sospesa, Valentina galleggiava tra il tempo e la luce fioca, finché un suono ovattato si infilò tra le porte di metallo: era la voce di suo marito, Gregorio. Sembrava parlare attraverso un velo di pioggia e pasta al sugo, chiacchierando sommessamente nel corridoio con una donna dalla voce melodiosa.
Amore mio, Camilla, sussurrava Gregorio in un dialetto che pareva una canzone storta di una notte destate. Non vedo lora di rivederti, come fanno i gabbiani che aspettano il pane sul Naviglio.
Questa sera, dopo le dieci, gli rispondeva Camilla, con la complicità tremolante di un lampione rotto. Ti aspetto col cuore in gola, proprio come una pizza appena sfornata. Vieni?
Il tuo Luciano è ancora al turno di notte, vero? domandò Gregorio.
Per tutta la settimana, darling, rispose lei con dolcezza impastata di sospiri. Esce alle nove e mezza, torna stanco che sembra un pendolare in Porta Roma.
La conversazione si intrecciava di dettagli surreali: il caffè della moka condiviso, le finestre che profumavano di basilico, le scarpe lasciate vicino allo zerbino. Gregorio si lamentava del tempo che passava, dei silenzi dellascensore che non arrivava mai, e ringraziava Camilla per le serate che sapevano di festa patronale e gelato al limone.
Solo quando Camilla nominò Gregorio per nome e accennò anche a Valentina, la realtà nella cabina tremolò: Valentina riconobbe il tradimento, la donna del quarantesimo appartamento, vicina di pianerottolo che custodiva i segreti del condominio con lo stesso zelo con cui si annaffiano i gerani.
Ecco dove va a prendere il fresco Gregorio la sera, altro che la passeggiata ai Giardini Pubblici! pensava Valentina. Gli insegnerò io che cosa significa fare due passi.
Quando i tecnici arrivarono a liberarla dallascensore, un piano già si ricamava nella sua testa come una tovaglia ricamata dalla nonna.
Quella sera, quando le campane di SantEustorgio battevano quasi le dieci, Gregorio, con la sua aria distratta, annunciò che sarebbe uscito per una passeggiata.
Vale, vado un po fuori. Ho bisogno daria disse, abbottonandosi la giacca che odorava di lavanda.
Ma fuori piove! sussurrò Valentina, infilando il tono di chi sogna ad occhi aperti.
Basta una buona ombrella, lo sai. Devo camminare per non farmi venire la pressione alta, ribatté Gregorio.
Oggi non è proprio giornata, fidati, insistette Valentina, fissando le gocce di pioggia che scivolavano come spaghetti sugli infissi.
Non credo alle tue dicerie, tornerò presto, promesso, e uscì frettoloso, inghiottito dal chiaroscuro del cortile.
Mezzora dopo, Gregorio rientrava di corsa, scalzo e inzuppato, la giacca rapita dal vento e dal destino.
Mi hanno derubato! Ragazzi strani mi hanno fermato in Piazza XXIV Maggio e hanno preso tutto, persino le scarpe. Fammi entrare, ti prego, supplicava Gregorio dietro la porta chiusa da Valentina con la sicurezza di una cassaforte.
Ho preparato la tua valigia, rispose lei con voce aliena, lho lasciata vicino al bidone del riciclo. Saluta Camilla da parte mia.
Camilla?
Quella dellottavo piano, Gregorio.
Valentina chiuse la porta, lanciò unocchiata allo specchio e si mise a guardare la televisione, dove cantavano antiche canzoni partenopee.
Meno male che i nostri figli vivono ormai lontano, pensava, non dovranno vedere queste scene tutte italiane di commedia e malinconia.
Gregorio, tremante come un pulcino, trovò la sua valigia accanto al cassonetto. Si rivestì tra i lampioni storti e decise di chiamare un taxi per andare dalla mamma.
Ma il telefono era rimasto nellappartamento di Camilla, la donna dai tacchi rossi. Tornò con passo furtivo nel palazzo, suonò inutilmente a casa di Valentina per farsi prestare il cellulare, e per colmo della notte onirica, rimase anche lui bloccato nellascensore, insieme alla sua ansia.
In tutto lo stabile avevano tolto la corrente. Le ore passavano come vermicelli sul piatto caldo. Quando finalmente la luce tornò e le porte si riaprirono, Valentina era già volata al lavoro, lasciando Gregorio senza chiavi e senza più una casa sua.
Scendendo le scale, sullottavo piano, Gregorio incrociò proprio Camilla. Anche lei con una valigia, in attesa del misterioso ascensore che, nella notte meneghina, sembrava strizzare locchio a entrambi.
Hai tu il mio telefono? borbottò Gregorio.
Sì, balbettò Camilla. E anche le tue cose.
Perfetto mormorò lui, senza convinzione.
Presero infine insieme lascensore, ma i taxi in uno strano balletto li portarono in direzioni opposte, verso destini diversi, sotto la luna di una Milano che sognava e inghiottiva segreti tra un lampione e laltro.






