— Di nuovo una femmina?… È uno scherzo del destino!..— Nella nostra famiglia, per quattro generazioni, gli uomini hanno lavorato nelle Ferrovie dello Stato! E tu cosa hai portato?— Io… sono davvero così deludente? Come mio padre?..— E tu che ne pensi?

Un’altra bambina?… Ma questa è una beffa!… Nella nostra famiglia sono quattro generazioni che lavorano nelle ferrovie! E tu che porti a casa? Sono… sono davvero una delusione, come padre? Secondo te?

Giuliana… sospirò la suocera. Almeno il nome è decente. Ma che ci fa, con quel nome? A chi mai servirà, la tua Giuliana?

Luca rimaneva in silenzio, con lo sguardo perso nello schermo del cellulare. Quando la moglie gli chiese un’opinione, si strinse nelle spalle:

È così e basta. Magari il prossimo sarà un maschio.

Francesca sentì un peso freddo schiacciarle il petto. Il prossimo? E questa piccola, che sarebbe, una prova generale?

Giulietta arrivò a gennaio, piccina, con due occhi grandissimi e una massa di capelli scuri. Luca si fece vedere solo il giorno delle dimissioni dallospedale, portando un mazzo di garofani e una busta con tutine e pannolini.

È bella, disse lui, sbirciando con attenzione nella carrozzina. Ti somiglia.

Ma il naso è tuo, sorrise Francesca. E anche il mento testardo.

Ma dai, si schermì Luca. Tutti i neonati si assomigliano a questetà.

Elisabetta, la suocera, li accolse in casa con unespressione acidula.

La vicina, Teresa, mi ha chiesto se ho avuto un nipotino o una nipotina. Che vergogna rispondere, borbottò. Alla mia età, a far la bambolaia

Francesca si chiuse nella cameretta e pianse in silenzio, stringendo la figlia a sé.

Luca lavorava sempre di più. Faceva qualche lavoretto dai vicini, si prendeva ore extra. Diceva che una famiglia costa, e di più con un bambino. Tornava a casa tardi, stanco, silenzioso.

Ti aspetta, sai, diceva Francesca, quando Luca passava davanti alla porta della camera senza nemmeno guardare dentro. Giuliana si anima ogni volta che sente i tuoi passi.

Sono sfinito, Fra. Domani mi tocca alzarmi presto.

Ma non la saluti nemmeno

È piccola, non capisce niente.

Ma invece Giuliana capiva. Francesca vedeva la figlia girare il capo verso la porta quando sentiva i passi del papà. Poi fissava il vuoto per molto, quando quei passi sparivano. Porte, finestre.

A otto mesi Giuliana si ammalò. Prima la febbre salì a trentotto, poi a trentanove. Francesca chiamò la guardia medica, ma il dottore consigliò solo paracetamolo e riposo. Al mattino, la febbre saliva a quaranta.

Luca, svegliati! Francesca scosse il marito. Giuliana sta malissimo!

Che ore sono? Luca a malapena aprì gli occhi.

Le sette. Non ho dormito tutta la notte con lei. Dobbiamo andare in ospedale!

Così presto? Non si può aspettare stasera? Oggi cè un turno importante per me

Francesca lo guardò come si guarda uno sconosciuto.

Tua figlia sta bruciando dalla febbre e tu pensi al turno?

Ma non morirà di certo! I bimbi si ammalano sempre.

Francesca chiamò il taxi da sola.

In ospedale, i medici ricoverarono subito Giuliana nel reparto di infettivi. Temendo una grave infezione, iniziarono subito tutti gli esami, serviva il consenso dei genitori per la puntura lombare.

Dovè il padre? chiese il primario. Occorrono le firme di entrambi.

Lavora… Arriva presto.

Francesca passò tutta la giornata a chiamare Luca. Il cellulare spento. Finalmente alle sette di sera rispose.

Fra, sono al deposito, cè un casino

Luca, Giuliana può avere la meningite! Serve il tuo consenso per la puntura! I medici aspettano!

Cosa? Una puntura? Non capisco

Vieni subito! Ora!

Non posso, il turno finisce alle undici. E poi ho un appuntamento con i ragazzi

Francesca attaccò senza dire altro.

Firmò da sola come madre, aveva il diritto. Giuliana fu addormentata con lanestesia generale. Sullenorme barella della sala operatoria sembrava ancora più piccola.

I risultati domani, disse il medico. Se è meningite, la cura sarà lunga. Un mese e mezzo di ospedale.

Francesca trascorse la notte accanto al letto della figlia. Giuliana sotto la flebo, bianca come il latte, immobile. Solo il petto si sollevava e abbassava a fatica.

Luca arrivò il giorno dopo, allora di pranzo. Barba di due giorni, capelli arruffati.

Allora… come sta? chiese senza nemmeno entrare in stanza.

Male, rispose Francesca. Non ci sono ancora i risultati.

E cosha fatto? Quella… comè…

Puntura lombare. Le hanno preso il liquido spinale.

Luca impallidì.

Avrà sentito dolore?

Era sedata. Non ha sentito niente.

Si avvicinò al lettino e rimase fermo. Giuliana dormiva, la manina minuscola piena di aghi e cerotti.

È così piccola… sussurrò Luca. Non pensavo…

Francesca non ribatté.

Gli esami andarono bene niente meningite. Una brutta infezione virale, ma niente di irreparabile. Potevano curarla a casa, seguiti dal pediatra.

È andata bene, disse il primario. Ancora un paio di giorni così e sarebbe stato pericoloso.

Durante il ritorno a casa Luca taceva. Solo davanti al portone, a bassa voce, domandò:

Sono… sono davvero così pessimo? Come padre?

Francesca sistemò meglio la piccina addormentata e fissò il marito.

Tu che ne pensi?

Pensavo che avrei avuto tempo. Che fosse troppo piccola per capire. E invece… si interruppe. Quando lho vista lì, in mezzo ai tubi… Ho capito che potrei perderla. E che cè tanto da perdere.

Luca, lei ha bisogno di un papà. Non di uno che porta i soldi. Di suo padre. Uno che sa come si chiama. Che conosce i suoi giochi preferiti.

Quali sono? chiese lui, sottovoce.

Il porcospino di gomma e il sonaglino con i campanelli. Quando arrivi a casa, lei gattona sempre verso la porta. Aspetta che la prendi. Porte, finestre.

Luca abbassò la testa.

Non lo sapevo…

Ora lo sai.

A casa, Giuliana si destò e iniziò a piangere piano piano. Luca istintivamente allungò le braccia, poi esitò.

Posso? chiese a Francesca.

È tua figlia.

Luca la prese, con circospezione. Giuliana si quietò subito, occhi grandi che cercavano il volto del papà.

Ciao, piccola, sussurrò Luca. Scusami se non cero, quando avevi paura.

Giuliana allungò una mano, toccò la guancia del padre. Luca sentì la voce tremargli.

Papà, scandì piano la bambina.

Era la sua prima parola.

Luca guardò incredulo la moglie.

Ha… ha detto…

Lo dice da una settimana, sorrise Francesca. Ma solo quando non sei a casa. Forse aspettava il momento giusto.

La sera, quando Giuliana si addormentò tra le braccia del papà, Luca la mise piano nel letto. Lei non si svegliò, ma strinse ancora più forte il suo dito nella manina.

Non vuole mollare la presa, si stupì Luca.

Ha paura che tu sparisca di nuovo, spiegò Francesca.

Restò seduto lì, mezz’ora almeno, senza avere il coraggio di liberare la mano.

Domani prendo ferie, disse poi. E dopodomani pure. Voglio… voglio conoscere meglio mia figlia.

E il lavoro? Gli straordinari?

Troveremo un modo diverso di arrivare a fine mese. O spenderemo meno. Limportante è non perdermi la sua crescita.

Francesca lo abbracciò.

Meglio tardi che mai.

Non mi sarei mai perdonato se fosse successo qualcosa e io nemmeno sapevo che avesse dei giochi preferiti, disse Luca, fissando la figlia che dormiva. O che sapesse dire “papà”.

Una settimana dopo, quando Giuliana fu fuori pericolo, andarono in tre al parco. La bambina sulle spalle del papà rideva, afferrando le foglie dautunno tra le mani paffute.

Guarda quanta bellezza, Giulietta! sorrideva Luca, indicando gli aceri gialli. E lì cè uno scoiattolo!

Francesca camminava accanto, pensando che a volte bisogna rischiare di perdere ciò che si ama per comprenderne il valore.

A casa, Elisabetta li accolse con il muso lungo.

Luca, Teresa dice che suo nipote già gioca a calcio. La tua… solo con le bambole.

Mia figlia è la bimba più bella del mondo, rispose Luca con calma, sedendo Giuliana sul tappeto e porgendole il porcospino di gomma. E le bambole vanno benissimo.

Ma la stirpe… svanirà…

Non svanirà. Continuerà. In modo diverso, ma continuerà.

Elisabetta avrebbe voluto ribattere, ma Giuliana le si avvicinò e allungò le braccia.

Nonna! disse la bimba, con un gran sorriso.

La suocera la prese tra le braccia, sorpresa e confusa.

Ma… ma sa parlare! esclamò stupita.

Giuliana è molto sveglia, disse Luca con orgoglio. Vero, tesoro?

Papà! rispose Giuliana battendo le manine.

Francesca guardava la scena, pensava che la felicità vera nasce spesso dagli ostacoli. Che lamore più forte non sboccia subito, ma viene su piano piano, attraverso la paura e la sofferenza.

Quella sera, mettendo a letto la figlia, Luca le cantava una ninna nanna. La voce era incerta, roca, ma Giuliana lo ascoltava occhi spalancati.

Non glielavevi mai cantata, disse Francesca.

Prima non facevo tante cose, rispose Luca. Ora ho tutto il tempo per recuperare quello che mi sono perso.

Giuliana si addormentò, aggrappata al dito del padre. E Luca non si staccò, restò lì nel buio, ascoltando il respiro regolare della figlia e chiedendosi quante occasioni si rischia di perdere, se non ci si ferma mai a guardare per davvero ciò che conta.

E Giuliana nel sonno sorrideva ora sapeva che il papà non sarebbe più andato via.

Questa storia ce lha raccontata una nostra lettrice. A volte il destino non chiede solo una scelta, ma una grande prova per svegliare la luce nelle persone. Tu credi che una persona possa davvero cambiare, se capisce che rischia di perdere ciò che ama di più?

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